“Libero pensiero” ricorda Alexey Navalny, caduto in nome della democrazia.

di Alfio Pelleriti

Ricordiamo Alexey Navalny riproponendo l’articolo pubblicato in occasione della sua morte:

Alexey Navalny

L’uomo che aveva sfidato Putin è morto, così come egli stesso aveva previsto e annunciato. Alexey Navalny è stato ucciso all’interno di quella bolgia infernale in cui era stato rinchiuso: un carcere di massima sicurezza posto aldilà del circolo polare artico. Ma non è bastato al tiranno isolarlo in quella fortezza, sottoporlo al carcere duro privandolo di ogni elementare diritto umano, era necessaria, lui innocente, la sua eliminazione, era importante per il tiranno che lui morisse perché non aveva abbassato la testa tremante, perché ostinatamente gli metteva davanti tutte le sue colpe, le sue malversazioni, i suoi assassini, la corruzione elevata a sistema, le menzogne presentate come verità, senza alcun pudore. Putin era terrorizzato da quell’uomo che non lo temeva e che stava dritto e a testa alta, sorridendo innanzi ai giudici che imbastivano processi su reati manifestamente infondati, se non quello di criticare il potere.

Quell’uomo che stava dritto guardando negli occhi i suoi giudici, pur avendola provata la morte, essendo stato avvelenato dagli sgherri del servizio segreto russo, non chinava la testa, non rinunciava alla lotta per riportare libertà e la democrazia nella sua terra. Ma nessun tiranno vuole ascoltare quelle due parole, e Putin non vuole che si ricordi il martire appena eliminato, quindi ha dato l’ordine di arrestare chiunque porti un fiore ai piedi di un monumento che possa alludere al martirio di Alexey.

con la moglie Julija

Navalny è morto immolando la propria vita, rinunciando a Julija, la moglie, a Dasha, la figlia, all’anziana madre, in difesa di un comandamento che la sua coscienza gli poneva davanti e che lui ha accettato e posto innanzi a tutto: essere un testimone di giustizia nella sua patria oppressa e umiliata dalla corruzione e dalla violenza criminale di uno stato tirannico, cercando di scuotere i suoi connazionali perché si potessero liberare dalla paura e dal torpore mentale in cui la propaganda di regime li costringe.

Navalny, come tanti altri oppositori della feroce dittatura di Putin, è andato incontro a sicura morte, rinunciando ad una vita che poteva trascorrere al sicuro in Germania; avrebbe potuto dire a se stesso che la sua opposizione non avrebbe potuto far nulla contro lo strapotere del tiranno, che sarebbe stato inutile e velleitario lottare e che sarebbe stato saggio aspettare tempi migliori e intanto accettare una vita da esule, scrivendo un saggio, tenendo delle conferenze, scrivendo qualche articolo o semplicemente svolgendo un lavoro che gli consentisse di sopravvivere accanto alla sua famiglia. No! Navalny ha seguito l’ideale fino al sacrificio estremo, senza scuse, senza ipocrisie, con coraggio, come sanno fare gli eroi: come Ettore, come Elettra, come Leonida alle Termopili, come Byron, come Salvo D’Acquisto, come Piero Gobetti, come Falcone, come Borsellino, come Pippo fava, come Don Puglisi.

Non possiamo portare un fiore ai piedi del monumento dei caduti vittime dell’Urss ma una riflessione sulla nostra vita, sulle nostre scelte esistenziali, sulle nostre alienazioni, spesso cercate e volute, utili solo per le nostre fughe e i nostri silenzi; una riflessione almeno potremmo farla dedicandola ad Alexey Navalny, morto in nome della dignità del popolo russo e dell’umanità intera.  


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