di Alfio Pelleriti

Il grigio in tutte le sue sfumature ha fatto da sfondo alla rappresentazione teatrale “La coscienza di Zeno”, dal romanzo di Italo Svevo, prodotta dal Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia, per la regia di Franco Valerio, presentata al Teatro Verga di Catania. Dal bianco panna al nero i costumi indossati dagli attori per dei personaggi che presentavano la crisi di un’epoca, così come le scenografie, sfumate dall’effetto seppia, compresi i video sovrapposti all’azione scenica. E il colore è stato quello giusto per un romanzo in cui si presenta l’angoscia esistenziale di un uomo, Zeno Cosini, che vive a cavallo di due secoli, in un momento di cambiamento radicale in tutti gli aspetti che interessano la vita delle comunità sociali che vivono nel territorio mitteleuropeo.
A cavallo dei due secoli, il sentire romantico e neoclassico comincia a trasformarsi in individualismo decadente e si percepiscono spinte irrazionalistiche che cominciano a farsi strada in opposizione al realismo e al positivismo. Zeno Cosini sembra infatti schiacciato nella morsa delle due visioni del mondo sentendosi incapace di contrastare coloro che avevano fatto una scelta tra le contrapposte istanze culturali e politiche. Zeno si sente lontano dal vitalismo dei futuristi che inneggiano alla guerra e alle “sonorità” moderne date dal rombo degli aerei, delle auto, delle mitragliatrici, né sembra interessarsi al grido di battaglia di “guerrieri impavidi” col coltello tra i denti e le bombe in mano pronti a lottare contro il nemico, e oltremodo distante è dai poeti crepuscolari che cantano le “piccole cose di pessimo gusto” con la malinconia dei ricordi che sfumano, con la nostalgia del “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro, con la sensibilità allucinata del “fanciullino” pascoliano, con i “clof, clop, cloch, cloffete, cloppete, clocchete” delle fontane malate di Palazzeschi.

Zeno ripercorre con nostalgia la sua vita, caratterizzata dalle sue scelte mancate o improvvide, dal suo bisogno di protezione da parte delle donne (la madre; Ada, la compagna mancata; Augusta, la moglie; Carla, l’amante); dal suo desiderio “vitale” di essere approvato dagli altri; con il suo rapporto ambivalente e ambiguo con l’amico e cognato Guido, segno di una immaturità che lo fissa in uno stadio infantile caratterizzato dalla rivalità fraterna i cui successi determinano in lui frustrazione e sensi di colpa quando Guido decide di togliersi la vita essendo prossimo alla bancarotta. La sua appare la personalità di un individuo che soffre di un narcisismo patologico che non gli permette di relazionarsi con equilibrio con la realtà di riferimento.
Zeno è immobilizzato nel suo passato, impedito di agire nel suo presente da un’angoscia che lo deprime e gli toglie ogni, seppur minima, sicurezza; interpreta l’inetto, l’uomo che si lascia vivere senza opporre resistenze agli eventi che gli si presentano, nei confronti dei quali egli non sa scegliere. È innamorato di Ada ma non fa nulla per conquistarla, preferendo accasarsi con sua sorella Augusta verso cui non nutre sentimento alcuno. Teme il padre, la cui spiccata personalità lo ottunde senza permettergli di sperimentare successi o cadute, gioie intense o acuti dolori. Zeno, dunque, accetta passivamente quello che gli offre la vita, evitando di confrontarsi con gli altri, evitando di sottoporsi ad una analisi con lo psicoanalista, dottor S. (Edoardo Weiss?), nei confronti del quale scatta il “transfert negativo” che lo induce ad abbandonare l’analisi, per mantenere intatte le labili difese erette dal suo Io per non cadere sotto l’assedio delle pulsioni inconsce che trattiene rimosse e sublimate in comportamenti e convenzioni accettati dalla comunità entro la quale si relaziona e sopravvive.
