di Alfio Pelleriti

Quale conforto migliore all’uomo che si apre a Dio, che vuole il suo Amore, delle parole di Agostino: “Così io pensavo, e Tu mi eri accanto; così sospiravo e mi ascoltavi; ero in preda ai flutti, ma Tu mi reggevi; me ne andavo per le lunghe vie del mondo, ma Tu non mi abbandonavi.”[1] Quando chiedi con cuore contrito al Signore, Lui ti concede, come un padre amorevole.
Agostino parla a ognuno di noi e le sue incertezze sono anche le nostre e i suoi timori sono quelli che attraversiamo tante volte, soprattutto quello di rimanere isolati dopo aver perso tutti gli amici che disdegnano le nostre scelte e le deridono come quelle di un folle. Sì, non è facile perdere le antiche abitudini e andare lungo la strada indicata dal Signore. Ma poi il senso nuovo che dai alla tua vita riconosci che viene da Dio e dalla sua carezza amorevole e il tuo cuore si riempie di gioia e il tuo passato si presenta ormai senza radici, come foto ingiallita, perché vivida è soltanto la presenza di Dio nella tua vita. E può succedere che se guardi dritto verso quell’orizzonte luminoso e scorgi le braccia del Padre celeste e a tutti testimoni il suo Amore, allora rischi di perdere gli amici di sempre. Anche per Agostino fu difficile rimettersi al Padre cambiando radicalmente la sua vita, ed è ciò che accade ancora oggi, in questo tempo dell’edonismo senza limiti e dell’individualismo estremo.
Pagine alte sono quelle che Agostino dedica alla madre Monica e agli ultimi suoi giorni. I suoi ricordi sono un encomio a Dio che tutto crea e tutto dona e concede a chi a Lui si rivolge con cuore contrito. Così come accadde a Monica che ottenne il rispetto della suocera e del marito Patrizio, e soprattutto, la grazia della fede per il figlio e infatti, nel suo estremo saluto ad Agostino è contenuta una certezza: nulla ormai la lega alla vita perché tutto il Signore le aveva concesso.
Trovo fondamentale il Libro decimo perché, attraverso la lettura dei suoi capitoli, ho trovato le risposte alle domande che incessantemente ho posto al mio Signore, fino a stamattina, in preghiera davanti al Tabernacolo. Comincerei col dire che Dio mi ascolta e mi dà le risposte per portare pace alla mia anima e mi dice che Lui è veramente il Padre che mi tende la mano e mi solleva indicandomi la strada che da solo non scorgo. Agostino con le sue Confessioni affronta un suo problema che è anche quello di tutti gli uomini: la relazione con gli altri, e ne indica la soluzione in un atteggiamento di apertura, senza chiudersi in sé stessi ma, dopo aver distinto i lupi dagli agnelli, consegnare ai fratelli l’Amore di Cristo senza tenerselo dentro, custodito come in una solida cassaforte, cedendo all’avarizia. La ricchezza che viene da Dio va ceduta, infatti agli altri, poiché l’amore senza carità non è amore, ma il suo contrario. “Il cuore dei miei fratelli trovi da amare in me quello che Tu ci insegni ad amare e pianga in me quello che tu ci insegni a piangere.”[2].

Agostino pone problemi importanti che tutti gli uomini si pongono o sfiorano, nella ricerca di Dio. Egli dice che in noi deve esserci traccia di Dio per poterlo poi cercare, così come abbiamo traccia di oggetti, sentimenti, conoscenze, che abbiamo incontrato nel corso della nostra esistenza e poi magari abbiamo dimenticato. Tuttavia di codesti elementi possiamo ancora appropriarci poiché sono in noi e, grazie alla memoria, una piccola traccia, un’immagine, un suono, un odore, una parola, un’intera esperienza tornano alla nostra mente per riempirci il cuore di gioia o di semplice soddisfazione. La stessa riflessione si pone Agostino per la presenza di Dio nella nostra anima. Dall’infanzia, dal passato lontano e da quello più prossimo, Dio interviene nella nostra vita poiché Egli è l’eterno presente. Si attraversano lunghi periodi in cui ci si dimentica del Signore, anche se, Lui resta presente nel cuore degli uomini, anche quando essi attraversano periodi bui in cui non distinguono più il Bene dal Male e non ritengono indispensabile ricevere la sua Parola e nutrirsi di Lui con l’Ostia consacrata. Ogni giorno Dio è presente alla nostra vita, e senza di Lui, come dice Agostino, nulla essa varrebbe. “Bisogna quindi ch’io mi domandi come cercarla (la felicità in Te): attraverso il ricordo… e non so come, ma in una qualche misura, noi l’abbiamo.”[3]
Sant’Agostino ancora mi sorprende e mi dà quelle risposte che ho cercato a lungo, e che ora, scomode, mi giungono. Dice il Nostro sui miei continui lamenti, sulle incomprensioni degli altri, sulle loro mancate lodi al mio operato: “La volontà di essere temuto, di essere amato dagli uomini per coglierne una gioia, che non è gioia. Miserabile vita, indegna iattanza! Proprio da questo deriva che non si ama Te, non si teme Te con purezza: e proprio per questo Tu ti opponi ai superbi, dai invece la tua grazia agli umili, e tuoni contro le ambizioni del mondo.” E subito dopo, nello stesso capitolo, sulla tentazione della superbia afferma: “…stralciamo la nostra felicità dalla verità per collocarla nelle menzogne degli uomini…cerchiamo il compiacimento nell’essere amati o temuti, non per grazia tua, ma in vece tua…ma noi siamo il tuo piccolo gregge, o Signore: sii Tu il nostro padrone. Apri le tue ali, e sotto di esse ci rifugeremo. Sii la nostra gloria: vogliamo essere amati per grazia tua, e che si tema in noi la tua parola…se costui si compiace più della lode che non del dono ricevuto, causa della lode, esso pure ha lode dagli altri e biasimo da Te, meglio il lodatore del lodato. Quello ama nell’uomo il dono di Dio, questo preferisce al dono di Dio il dono dell’uomo.”[4] Questa è la risposta spesso cercata soprattutto in momenti della vita tormentati e difficili. E la risposta di Agostino arriva ed è un ammonimento, duro che toglie dal ruolo che ci si ritaglia spesso, di vittima giusta e incompresa da tanti invidiosi e gelosi delle nostre virtù. Spesso si pecca di superbia quando si vogliono tenere avanti agli occhi solo verità di comodo, costruite per erigere monumenti al nostro Ego, avvalendoci del ricorso a Dio, per farlo diventare un semplice strumento della nostra vanagloria.
[1] Ibidem, pag. 170
[2] Ibidem, pag. 274
[3] Ibidem, pag. 290
[4] Ibidem, pag. 309