Sul femminicidio

Alfio Pelleriti

Giulia Cecchettin

Giulia Cecchettin è morta trucidata dal suo fidanzato perché aveva mostrato impegno nello studio, autonomia nelle scelte rispetto ad un ragazzo che la voleva più remissiva, più obbediente alla sua visione del mondo. La uccide dunque, accoltellandola e lasciandola per ore ai suoi lamenti, alla sua sofferenza fisica, alla certezza che la sua vita stava per lasciarla lì sola, in balia di un essere diventato un demone insensibile, lì sola, chiusa nel cofano della macchina mentre col sangue usciva pian piano il suo anelito vitale. Qualcuno, nonostante l’innocenza della giovane donna, finita sgozzata e abbandonata in un fosso lungo una strada che s’inoltra in un bosco, motteggiando e ridacchiando, per poi d’improvviso riacquistare la sua solita faccia anodina, inespressiva, butta là in mezzo ai soliti sodali, la domanda retorica, falsa cioè, perché insita ha la sua risposta: “Ma poi chi sarissi ‘ssu patriarcatu?” come a dire: blaterate pure, voi femministe, ma il mondo è stato sempre diretto dagli uomini e le donne, specie al Sud e in Sicilia sono perfettamente d’accordo: “Patriarcatu sì! E allura?” l’economia della casa deve stare sulle spalle dell’uomo, se è uomo, se è “fimminedda”, allora il discorso cambia. Ma se siamo nella normalità, il marito porta i cauzi e a fimmina bada ai figli e tiene ordine a casa: lava, stira, cucina, fa a spisa, alleva i figli; sta in casa e soprattutto “nun parra! Muta hav’a stari”.

Nel profondo Sud, nella Sicilia dalle millenarie tradizioni storiche, nella Sicilia dei marchesi e dei baroni; dei gattopardi, dei licaoni, delle iene e delle pecore, gli uomini continueranno a sentirsi il sale della terra ribadendo, nonostante le donne ammazzate, la sacralità del patriarcato.

Ancora oggi si sentono benpensanti e cattolici praticanti affermare che la rovina di questa società del Terzo millennio è da addebitare alle donne che lavorano e che dunque, abbandonano il tetto coniugale, lasciando marito e figli a se stessi, e magari, lì nel posto di lavoro, godendo di tale libertà, intrecciano rapporti con colleghi in cerca d’avventure galanti, perché si sa che il maschio è cacciatore.

Questa battuta orribile quante volte l’ho sentita, già da ragazzino, quando osservavamo i nostri padri agghindarsi per uscire soli e ritirarsi senza limiti d’orario. Ci si formava al patriarcato con le battutine, con i racconti pruriginosi dei “don Giovanni” che raccontavano le loro bravate ai crocchi, e tutti, piede al muro, ascoltavano attenti le lezioni dei “tombeur de femmes”, dei “Casanova” ottusi e senz’anima. E poi, finiti i racconti delle performances, ognuno degli astanti commentava con comprensione e visibile approvazione quelle gesta eroiche e a seguire, quando il discorso prendeva una piega più seria, tutti erano per il delitto d’onore, perché il maschio che tradiva veniva acclamato ma la donna se tradiva era “buttana” e meritava d’essere scannata senza pietà dall’uomo che doveva riscattare l’onore perduto. Il tradimento della donna, moglie o fidanzata che fosse, se scoperto, imponeva al marito l’eliminazione fisica della fedifraga: non c’è separazione o divorzio che possa riparare l’offesa o meglio, il tabù infranto, poiché l’onore perduto si riconquista solamente col sangue.

Ancora oggi quanti commenti sulle cause che hanno spinto l’uomo ad uccidere la moglie, la fidanzata, l’amante, la compagna: “si l’ammazzau n’ mutivu c’havia a essiri!” il giudizio scatta, in chi si nutre del senso comune, non sul gesto barbaro, ottusamente conforme ad una tradizione ingiusta e prevaricatrice, ma sulla vittima che ha adottato un comportamento non adeguato per una donna.

È un mondo questo che cambia in superficie ma in fondo permane identico a se stesso, anzi peggiora, perché agli uomini la società continua a chiedere d’essere “pater familias”, detentore di un potere assoluto in famiglia, ma in realtà il maschio non è mai stato in crisi come nel nostro tempo. Vi sono tanti giovani che non lasciano la casa paterna prima dei quarant’anni; che in tanti non hanno mai lavorato perché il babbo non vuole certo che il figlio faccia la vita grama che ha dovuto affrontare lui, per cui se si ha in tasca la carta di credito perché mai si dovrebbe andare a lavorare o magari stare da solo in una stanza in affitto a badare alle proprie necessità, se in casa c’è la mamma o la sorella o la badante che si occupano dei suoi bisogni? Qualcuno poi dirà che tali considerazioni non tengono conto del fatto che ormai le donne lavorano e percepiscono stipendi come gli uomini, almeno negli impieghi statali; che le donne ormai esercitano tutte le professioni; si candidano alle elezioni; sono magistrati e siedono nei consigli di amministrazione di solide aziende produttive. Sì, è vero, tuttavia oltre a tali lavori, dovranno continuare a lavare, stirare, cucinare, pulire, educare i figli.


2 risposte a "Sul femminicidio"

  1. Caro Dino, ti ringrazio per il tuo commento al mio articolo, che mette in evidenza una tua peculiarità caratteriale che hai sempre avuto: la lealtà. Ti ringrazio ancora per l’interesse mostrato verso il sito che curo ormai da cinque anni, che viene seguito da un certo numero di lettori affezionati, tra cui, penso, anche conoscenti e amici, ma che evitano accuratamente di accennare, fosse anche con una parola o una fugace battuta, alle mie pubblicazioni (non è il caso di approfondire).

    Entro in argomento cercando di rispondere sinteticamente alle tue osservazioni. Sul femminicidio, problema, dici, non solo dell’Italia e della Sicilia in particolare. Certo il fenomeno è generalizzato, tuttavia focalizzare sulla Sicilia non significa denigrare la terra dove sono nato, cresciuto e dove vivo, e per la quale nutro sentimenti contrastanti, a volte, forse molto critici, così come avviene per quelle persone o realtà a cui tieni molto e verso le quali non cadi nell’indifferenza o nel menefreghismo di chi scrolla le spalle semplicemente e tira dritto perché l’argomento non rientra nel suo perimetro della sua esistenza. Non dimentichiamo poi che la nostra terra è quella delle “fuitine” e dei “matrimoni riparatori” di fronte a veri e propri sequestri di persone e di violenze private, oltre ai tanti delitti d’onore e a condizioni delle donne simili a vere e proprie segregazioni. Una realtà cambiata negli anni Settanta dello scorso secolo, ma non lontanissima, tanto da pensare che non vi sia più traccia nei Siciliani di quella cultura.

    Indichi, come causa del femminicidio, la mancanza di Amore e di riferimento nei nostri comportamenti al Dio cristiano preferendogli obiettivi materialistici ed individualistici. Sono pienamente d’accordo, tuttavia, osservo che la realtà dell’uomo è diametralmente opposta a quella divina. Già Sant’Agostino sottolineava l’incolmabile distanza tra ciò che è terreno e il Trascendente, e poi Kierkegaard, Lutero, il teologo Karl Barth osservano che Dio è il “Totalmente Altro” rispetto all’uomo. Quest’ultimo sarà sempre in contatto con il suo limite, che significa “peccato” in tutte le sue variabili. In quanto uomini non abiteremo mai in un sistema perfetto, romanticamente scevro da cadute e tradimenti del Vero e del Giusto.

    Infine, colgo ancora nelle tue osservazioni come causa scatenante della mano omicida dell’uomo sulla donna una provocazione sessuale della donna, tanto che si potrebbe dedurre, che se scatta la “necessità” di accoltellare e di fare a pezzi la propria compagna, o di una donna che si trova ad incrociare per caso la mia esistenza, ciò dipende dalla “esuberanza” dei comportamenti, non prudenti, di certe donne. Tali scelte annullerebbero ogni capacità raziocinante, etica e morale in certi uomini, determinandoli all’assassinio, per il quale, consentimi, io non ammetto alcuna attenuante proprio in nome di quel Dio cristiano che invochi. Quel Dio fattosi uomo per essere vicino alle sue creature mostrando loro amore e indicando la Via che conduce alla Salvezza attraverso la pratica dell’amore, senza pretendere nulla in cambio, rinunciando al nostro orgoglio, perdonando pur avendo umanamente ragione, rinunciando sempre alla reazione violenta. La Croce è “scandalo” perché essa è un messaggio ultimo, fondamentale per l’uomo: ama sempre, soprattutto quando soffri, come Gesù, come Giobbe! Ama e perdona se vuoi la Salvezza.

    Scusami, non sono stato sintetico come avrei voluto. Ancora grazie, Dino, per la tua amicizia, per la tua attenzione. Un abbraccio.  

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  2. casellaplacido@gmail.com

    mi dispiace caro Alfio dissentire sulle cause del femminicidio, che non interessa soltanto la Sicilia ma tutto il mondo occidentale.

    Ritengo che la causa principale, se non esclusiva, va ricercata nella rimozione dalla nostra Società del Dio Cristiano, che come tu ben sai è il Dio Amore, sostituendolo con tanti idoli : la ricchezza , la sensualità femminile ( come vanno vestite (?) le nostre donne fin dalla più tenera età ), la spacchiosaggine, l’egoismo etc.

    idoli elevati a valori indiscutibili. Guai chi vuole semplicemente discutere con una donna che va in giro praticamente nuda, che forse una maggiore compostezza nell’abbigliamento eliminerebbe tanti problemi.

    la parola d’ordine è ESSERE SEXY.

    certo l’argomento meriterebbe una disanima più profonda ma ti sei chiesto se l’uomo che ha ucciso Giulia l’avesse amata avrebbe commesso lo stesso atto insano?

    mi chiedo: perché stavano insieme?

    forse soltanto per scopare?

    certo non perché si volevano bene!

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