Milan Kundera, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” … e il romanzo diventa storia, filosofia, psicoanalisi.

Alfio Pelleriti

Lo scrittore nasce l’1 aprile 1929 a Brno nell’attuale Repubblica ceca. Studia letteratura e musica (il padre era un noto pianista) e già adolescente compone poesie e studia cinematografia. Nel 1948 si iscriverà al partito comunista da cui sarà allontanato nel 1950 per delle critiche mosse alla direzione del partito. Sarà tuttavia riammesso e parteciperà attivamente alla “Primavera di Praga” del 1968. Dopo la repressione sovietica del movimento democratico, sarà espulso dal partito nel 1970. Anche tra le fila dei dissidenti non avrà vita facile e il clima di sospetto e di repressione di ogni anelito libertario lo convinsero a lasciare la Cecoslovacchia per la Francia, a Parigi. Qui pubblicherà le sue opere teatrali e nel 1984, il romanzo che gli varrà riconoscimenti internazionali, “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, un romanzo-saggio definito dalla critica, e con echi ed influenze kafkiane e nicciane.

Il romanzo, fin dalle prime battute, presenta echi filosofici con un riferimento a Parmenide, il filosofo che nel quinto secolo avanti Cristo pone attenzione, nell’affrontare il problema cosmologico, non ad un elemento della natura bensì all’essere, sostanza essenziale alla base di ogni ente naturale, per cui si deduce che tutto ciò che ha un peso è positivo, mentre ciò che è leggero è “insostenibile”, dunque negativo. Eppure per il senso comune è vero proprio il contrario e cioè che “insostenibile” è la pesantezza, non la leggerezza; e inevitabilmente ne discende che anche ciò che diamo come essenza all’essere, l’etica, la morale, il sentimento religioso, le relazioni sociali, diventano leggeri e insostenibili. Tale apparente contraddizione si incarica di spiegare lo scrittore e, poiché il compito è arduo, si avvale dello strumento letterario presentando le vicende dei protagonisti per giustificare la tesi assunta come principio caratterizzante la vita dell’uomo. È facile accostare subito questo suo romanzo-saggio con quelli che già Jean Paul Sartre aveva pubblicato dal 1939 al 1945, per esemplificare le sue tesi esistenzialiste: “La Nausea”, “Il muro”, “L’età della ragione”, “Il rinvio”.

Milan Kundera

In Kundera non emergono certezze o riferimenti ideali che non svaporino dopo essere stati frantumati e negati o presentati come “prigioni” in personaggi che annaspano in una vita condotta all’insegna della soddisfazione di pulsioni e di istinti, mettendo sempre tra parentesi la cosiddetta normalità. Tomàs, Teresa, Franz, Sabina si cercano purché si incontrino i loro corpi lasciando i sentimenti rarefatti, “leggeri”, assaporando dei momenti di gioia che si trasformano poi in noia, insoddisfazione, dolore. Essi sono condannati alla solitudine nonostante i loro sforzi di cercarsi dopo ogni caduta.

Sono personaggi senza patria e senza certezze, senza aspirazioni politiche o artistiche, che rifuggono il “senso comune” e le istituzioni tradizionali senza tuttavia sostituirle con un progetto per il quale si metta in atto una qualche strategia. Insomma, il romanzo presenta una storia cupa, inserita in atmosfere uggiose da cui emerge una visione nichilistica della realtà e il vuoto esistenziale appare come l’unica possibilità che si coglie nell’indolenza e nella mancanza di riferimenti etici dei protagonisti che tendono, in un “cupio dissolvi”, verso la morte. Non c’è nulla di certo nel romanzo e anche l’amore risulta come un sentimento instabile, opinabile e leggero: Tomàs sta con Teresa ma la tradisce con Sabina e con altre; Franz è sposato con Marie-Claude ma sta con Sabina, la quale è insoddisfatta dei due amanti e non disdegna di concedersi ad altri uomini. “Franz era l’uomo migliore che avesse mai avuto, che era intelligente, che capiva i suoi quadri, che era bello, che era buono, ma più se ne rendeva conto e più desiderava fare violenza a quell’intelligenza, a quella bontà, fare violenza a quella forza impotente.[1]

Milan Kundera sembra partecipare della sofferenza dei suoi infelici protagonisti che non trovano pace alla loro leggerezza neanche la notte, poiché diventano prede delle pulsioni del loro inconscio che presenta il conto alle loro frustrazioni, ai loro desideri rimossi, alla loro vanità, alle loro paure che li accompagnano fin dalla loro fanciullezza. E nei sogni il materiale onirico assume spesso la forma di un boia, di un carnefice pronto ad uccidere, deridere, torturare. L’autore non segna confini tra la dimensione onirica e quella reale, ma passa dall’una all’altra ad indicare che quei personaggi vivono in un incubo ininterrotto da cui non si salvano neanche quando chiudono gli occhi e invano cercano il riposo. Tale atmosfera si appesantisce ulteriormente perché i nostri eroi vivono nella Praga del 1968, quando il desiderio di rendere più umano e democratico il sistema comunista, imposto dall’URSS all’indomani della seconda guerra mondiale, venne soffocato dai carri armati del Patto di Varsavia, e la “primavera praghese” si spense nella normalizzazione, annunciata alla popolazione dallo stesso suo artefice, Dubcek, rientrato da Mosca impaurito e tremante, costretto a fare autocritica innanzi ad una popolazione esterrefatta e delusa.

“La leggerezza dell’essere” foto A. Pelleriti

Tuttavia nonostante l’azione dei protagonisti sia immersa in tale cupo pessimismo, la narrazione risulta interessante e avvincente, sorprendente per le coraggiose scelte stilistiche dell’autore che si muove sul crinale tra letteratura e filosofia, tra storia e psicologia e mi ritrovo, dunque, a sottolineare sempre più parti del testo e linee verticali segnano intere sequenze narrative, e la storia di Tomàs comincio ad accostarla alla mia storia, come avviene di solito al lettore o allo spettatore che si trova al cinema o in teatro, pronti, se partecipi, ad entrare nei meccanismi psicologici della proiezione ed identificazione con i personaggi della storia.  Il protagonista che si muove illudendosi di trovare certezze e principi fondanti per la sua esistenza, diventa ad un tratto metafora dell’uomo che è “gettato” nel mondo, a lui preesistente, già formato, con le sue regole e i suoi valori, protagonista, affermava Heidegger, del “Dasein”, dell’”essere gettato nel mondo”. Tomàs diventa allora metafora della mia esistenza[2]. Avverto ora anch’io, come Tomàs, l’insostenibile leggerezza dell’essere. Come un tassello che finalmente ha trovato il suo spazio all’interno d’una geometria cosmica, capisco i capitoli dedicati alle coincidenze che determinano le esistenze di Teresa, di Sabina, di Tomàs. Dice lo scrittore rivolgendosi a me, suo lettore: “I personaggi del mio romanzo sono le mie proprie possibilità che non si sono realizzate. Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato, che mi attrae. Al di là di esso incomincia il mistero sul quale il romanzo si interroga… La storia è leggera al pari delle singole vite umane, insostenibilmente leggera, leggera come una piuma, come la polvere che turbina nell’aria, come qualcosa che domani non ci sarà più.”[3] La citazione basta e avanza per definire questo romanzo un capolavoro, un vero gioiello, ma impalpabile, leggero, capace, come tutti i capolavori, di rendere comprensibili verità profonde, capace di cambiare il lettore che, pagina dopo pagina, ha intrapreso il viaggio all’interno del turbinio sentimentale dello scrittore, e insieme a lui si avvia alla conclusione di questo splendido viaggio nella creatività, ripercorrendo velocemente il percorso dall’inizio, cominciando dalle due battute iniziali che pare sintetizzino un dialogo tra Beethoven e un suo editore che gli doveva saldare un debito: “Muss es sein?” (Dev’essere?) – “Es muss sein!” (Così dev’essere!) rispose il grande compositore.

Nelle due battute è contenuta la risposta di Kundera a tutti gli interrogativi filosofici, sociologici, storici, teologici e ai tentativi di sfuggire a un amaro determinismo che tarpa le ali al desiderio dell’uomo di afferrare la felicità in una vita da condurre insieme ad altri individui in piena libertà. E invece, nella Cecoslovacchia di Tomàs e di Teresa, fin dal 1618 e poi nel 1938 e ancora nel 1968, la libertà è stata negata a quella comunità sopraffatta dal male che più volte sentì risuonare un ordine ineludibile: “Es muss sein!” – “Così dev’essere!” e ognuno fece finta di vivere.

M. Kundera

Mi restano solo due pagine per giungere alla fine del romanzo e sto ancora con Tomàs e Teresa. So che moriranno entrambi, perché lo scrittore, come avviene al cinema, ricorre alle “anticipazioni temporali” (flash-forward) e l’ha già comunicato, ma ugualmente mi prende un nodo alla gola. Finalmente sono riusciti a stare insieme amandosi, senza pretendere nulla in cambio, con tenerezza e con semplicità, con un abbraccio o tenendosi per mano. Capiscono che la loro vita ha un senso perché l’affrontano insieme. La loro fine è stata anticipata dalla morte di Karenin, il loro cane, il loro tenero amico che hanno accompagnato fino alla fine, vinto da un tumore che lo aveva spento inesorabilmente.

Nell’ultima pagina la risposta all’enigmatico titolo: “Teresa teneva la testa nella sua spalla. Adesso provava la stessa strana felicità di allora. Quella tristezza voleva dire: siamo all’ultima stazione. Quella felicità voleva dire: siamo insieme. La tristezza era la forma e la felicità il contenuto. La felicità riempiva lo spazio della tristezza.[4]

E capisco ora la dedica di Franca, mia moglie, che compendia il nostro rapporto, troncato dalla sua malattia irreversibile, fatale: “Per un uomo leggero che vola sempre sulle ali della fantasia che lo inebria e lo esalta fino alle sfere dell’irreale e dell’assurdo. Una donna pesante.


[1] Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi edizioni, Milano 1991, pag. 122

[2] E’ il rischio di ogni lettore che si “apre” al racconto e alla visione del mondo dello scrittore, è ciò che accade all’interno del “Circolo ermeneutico” tra autore e lettore, prospettato da G. Gadamer.

[3] Ibidem, pp. 226-228

[4] Ibidem, pag. 317


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