Alfio Pelleriti

Nonostante gli entusiastici giudizi che si trovano sui social su questo libro di Saramago, sono al secondo tentativo di leggerlo e devo dire che già alle prime pagine devo farmi forza per non cestinarlo. Resisterò e supererò questo “primo ostacolo”, la presentazione di Maria, madre di Gesù ai piedi della croce: “l’addolorata è la vedova di un falegname di nome Giuseppe e la madre di tanti figli e figlie, sebbene solo uno, per i dettami del destino o di chi lo regola, abbia finito col prosperare, non tanto in vita quanto, soprattutto, dopo morto.”[1]
Certo bisogna fare uno sforzo per andare avanti nonostante l’irrisione di Saramago ai valori fondanti del Cristianesimo e le offese a un sentimento che alberga nell’uomo in quanto tale, a prescindere dal suo credo religioso. Anche un musulmano, un ebreo, un animista, si sentirebbero offesi di fronte a tali gratuite blasfemie e all’astio velenoso che traspare in questa sua prosa piegata al sarcasmo nella presentazione dei personaggi del Vangelo, cioè di un testo sacro. Ogni sequenza, ogni frase di questo suo lavoro è una vera e propria bestemmia e un’arrogante ed esiziale critica alla filosofia, alla teologia, alla storia dell’uomo. Goditi pure le soddisfazioni che ti vengono dal tuo ateismo! Verrebbe da dire. Oppure auspichi, Saramago, una svolta politica in cui dei governanti sanciscano per legge, come a Gomorra, la fine della trascendenza, il divieto della preghiera, la decisione di bruciare luoghi di culto e pubblicazioni filosofiche o teologiche?
Per quanto attiene la forma ci si trova davanti ad una prosa che obbliga a leggere senza far pause, senza staccare gli occhi dal testo, con tono monocorde e col cuore attonito davanti ad un Ego enorme che non rispetta alcuno; credo che l’autore non abbia mai provato ad attraversare la notte buia del dubbio o la dolcezza che attraversa l’anima dopo un gesto d’apertura all’altro porgendogli fraternamente la mano, inserendo tale piccolo gesto nel contesto di un’ontologia che rimanda al Dio trascendente che dà senso alla storia dell’uomo; né, suppongo, abbia provato la commozione di sentirsi figlio di Dio Padre e il tremore interiore durante la preghiera prima e dopo il momento sacro dell’Eucarestia. È una prosa che solo un egocentrico poteva strutturare in tal maniera, non avendo alcun rispetto per il lettore, avendone eliminato segni di punteggiatura e gli spazi degli “a capo”. Le pagine si presentano tutte uguali e piene, come un muro in cemento, come un bastione di contenimento: niente punti interrogativi, esclamativi, virgolette, trattini; niente due punti o punto e virgole; pochi punti fermi. Tutto questo per dare colpi di maglio a chi ha scelto di dare senso alla sua vita dando spazio oltre ai valori morali anche a quelli spirituali e trascendenti, a chi pensa che senza una fede nel Dio della compassione, dell’Amore e del perdono tutti gli altri ideali mancherebbero della finalità più alta e la vita stessa sarebbe deprivata di un principio fondamentale.
Il tono così pervicacemente offensivo assunto da questo scrittore diventa sempre più corrivo su una materia che, invece, richiederebbe rispetto, visto che lui, da ateo, ha deciso di occuparsene anche se soltanto per soddisfare un bisogno di denigrare, di sghignazzarci su, come usa nelle bettole o nelle suburre tra ubriaconi e incalliti bestemmiatori. Saramago non vuole limitarsi a vivere da laico rispettando la scelta altrui, di credente e praticante, né gli basta definirsi agnostico o ateo, risponde invece ad una furia iconoclastica, che lo porta a scrivere ben quattrocento pagine per poter dissacrare, sfasciare, imbrattare una religione antica più di duemila anni e ai cui valori di fratellanza, di pace, di giustizia e di amore si sono ispirati e si ispirano milioni di uomini e donne.

Questo Vangelo “secondo Gesù Cristo”, che si dovrebbe invece chiamare “secondo Saramago”, mette alla berlina tutti i personaggi che interessano la vicenda terrena di Gesù di Nazaret, a cominciare da Giuseppe, suo padre, di cui evidenzia contraddizioni, turbamenti, debolezze, accusandolo di vigliaccheria e di egoismo per aver salvato se stesso e il figlio e non gli altri bambini innocenti caduti per ordine di Erode: “Il nostro falegname ha sentito ma poi ha taciuto, è corso a salvare il proprio figlio e ha abbandonato quelli degli altri al loro fatale destino. Ecco perché Giuseppe non dorme, o forse dorme e si sveglia angosciato, scagliato su una realtà che non gli fa dimenticare il sogno.”[2]
Ecco ancora il sospetto verso l’ebreo che si salva e che sopravvive alla persecuzione nei campi di sterminio: “Perché sei sopravvissuto?” chiedevano a Primo Levi con sadica curiosità. “E tu Gesù, perché ti sei salvato alla strage degli innocenti, mentre gli altri morivano?” Ieri come oggi l’uomo che vive nel suo mondo, comodo e ben pasciuto, vuole delle risposte rapide ed esaustive, non avendo egli vissuto alcuna persecuzione, non avendo conosciuto la tortura, la degradazione ad essere biologico, né l’angoscia quotidiana di passare dalla vita alla morte per un nonnulla, per una distrazione, per non aver sentito o capito un ordine. Lo scrittore pone delle domande e pretende delle risposte e non potendole ricevere né intuirle o sentirle dentro il suo cuore, allora gliele mette lui in bocca le risposte ai protagonisti del suo Vangelo e ai Padri della Chiesa. Ma chi deride e oppone il sarcasmo in realtà non vuole nessuna risposta, già sicuro nel suo ateismo, solido più di mille fedi. Egli vuole soltanto rispondere ad una pulsione interna, profonda, inconscia; un sentimento negativo lo domina ed è dovuto unicamente alla presenza del credente. Egli non sopporta gli animi serafici; non tollera chi si nutre ogni giorno del corpo e del sangue di Cristo con la Santa Eucarestia; invidia e maledice chi perdona il suo nemico in nome dell’Amore di Gesù Cristo per tutti gli uomini. È come se desiderasse che il vuoto spirituale in cui egli vive dilaghi e avvolga, con la sua densa nebbia, il cuore dei credenti. Lui vive nel nulla spirituale e pretende consegnare a tale condizione nullificante chi possiede il bene prezioso della fede in Dio, in nome del quale accetta il suo destino e prova compassione per tutti gli uomini che soffrono, in un ecumenismo che trascende le varie confessioni religiose, le appartenenze culturali, le ideologie, seguendo unicamente la bandiera della solidarietà e dell’Amore.
A Saramago non basta prendersela con Giuseppe e lancia i suoi strali anche contro Dio: “…bastava che un angelo apparisse in sogno ai padri dei bambini di Betlemme, dicendo a ognuno, Alzati, prendi il bimbo e la madre, fuggi in Egitto e restaci fino a mio avviso, perché Erode cercherà il piccolo per ucciderlo e così tutti i bambini si sarebbero salvati.”[3]
Insomma, perché Dio non interviene nella storia dell’uomo? si chiede lo scrittore, e sotto traccia, dà al lettore la sua risposta, chiara, per lui indubitabile: “semplicemente perché Dio non esiste!” Altrimenti sarebbe potuto e dovuto intervenire fermando Luigi XIV e la sua mania di conquistare nuovi regni, bloccando i sanculotti francesi che, col terrore della ghigliottina, pretendevano governare la Francia. E perché non fu fermato quel guerrafondaio e ladro di opere d’arte di Napoleone? E Stalin e Hitler e Mussolini e Pol Pot in Cambogia e gli americani in Vietnam e Mao Tse Tung e la mano assassina dei mafiosi? Ma siamo sicuri poi che i Saramago che irridono chi crede nel Vangelo non griderebbero poi allo scandalo, accusando Dio di togliere agli uomini il loro bene più prezioso, la libertà? Mi viene da pensare che lo scrittore non sia coerente con se stesso, preso dalla sua foga iconoclasta, poiché mostra orgogliosamente d’essere ateo, deride tutto ciò che rimanda al sacro, ma poi, per dare coerenza alle sue invettive travestite da ragionamenti, invoca lui una “vera e autentica” giustizia divina dato che non sempre Dio concede agli uomini ciò che promette: “per gli uomini è tutto un togliere e non dare, un promettere e non esaudire.” Insomma credi o non credi, Saramago? E ancora, le ingiustizie e i gravi delitti pensi che vadano addebitati a Dio e non agli uomini? Anche quei dodici milioni di internati nei campi di sterminio nazisti dovrebbero essere addebitati a Dio e non ad Hitler e agli altri criminali che servivano la croce uncinata e obbedivano a qualsiasi ordine, anche il più truce?
Gesù intanto cresce e velocemente, in questo Vangelo riscritto da Saramago, e a dodici anni lascia la famiglia perché vuole andare nel luogo dove è nato, a Betlemme, anche se Maria non vuole mandarlo; in fondo è ancora un bambino. Lui insiste, parte e arriva alla sua grotta e lì incontra chi l’aveva fatto nascere e anche un Pastore che lo porterà con lui. E’ il demonio che già era comparso a Maria prima che lui nascesse.

Nella parte centrale l’autore cerca di umanizzare Gesù sul filo dell’ironia e di dialoghi organizzati secondo una stringente logica maieutica, ove le risposte sono già contenute nelle premesse e dunque lo scopo del lavoro non cambia: demolire ogni riferimento alla divinità di Gesù; negare il concetto di Trinità divina; continuare a mettere il dubbio al centro dell’intera narrazione con l’interrogativo sempre uguale: perché morirono i bambini innocenti e perché Giuseppe salvò solo suo figlio? L’impostazione del libro tendente a demolire ogni dimensione spirituale resterà sempre fino alla fine. L’assunto di Saramago è che non esiste alcuna divinità in Gesù, né in Maria, né tantomeno in Giuseppe, né può emergere differenza tra angeli e demoni, perché non esistono né gli uni né gli altri. E dunque non esiste per lui un Disegno divino che, incomprensibile e misterioso, va oltre ogni logica, va oltre il tempo, oltre ogni umana comprensione e intelligenza. Ma lui, il narratore, continua ad occuparsi della materia religiosa come se trattasse d’una qualsiasi materia alla portata dell’uomo, senza che il dubbio lo sfiori, tetragono, sorretto dal suo inossidabile ateismo.
Si fa proprio fatica a procedere con questo libro e non solo perché è “troppo pieno” di parole che si affastellano le une alle altre senza spazi vuoti, senza la giusta punteggiatura, imponendo un ritmo ossessivo e asfissiante, ma soprattutto si rivela una lettura difficile quanto al contenuto, in cui l’autore ostenta una voluta dissacrazione della religione cristiana, assumendo i toni e le modalità di una narrazione qualsiasi, là dove invece i personaggi sono Dio, Gesù Cristo, Maria di Nazaret, gli apostoli. Si ha l’impressione, procedendo nella lettura di questo squallido racconto, di aderire ad una continua offesa a Dio, ad una bestemmia lunga quattrocento pagine che ci rende complici di questa inutile e arrogante blasfemia.
Solo uno dei tanti esempi possibili: “Allora il Signore mi ha prescelto (dice Maria all’angelo), Macchè, il Signore passava di lì per caso, chiunque stesse guardando lo avrebbe capito dal colore del cielo, ma notò che tu e Giuseppe eravate sani e robusti, e allora, se ancora ti ricordi come si manifestano questi bisogni, gli venne voglia, e il risultato, nove mesi dopo, fu Gesù.”[4] Risparmio ciò che Saramago scrive dopo, ma lo “stile” è sempre lo stesso, da taverna.
Nella sua “rivisitazione” del Vangelo, l’autore immagina Gesù sposo o compagno di Maria di Magdala, che lavora come pescatore insieme a Simone ed Andrea ai quali garantisce con la sua presenza un’abbondante pesca. Ed è proprio nel lago di Tiberiade, in un mattino in cui incombe una fitta nebbia che, essendo uscito in barca da solo, nonostante fosse stato sconsigliato, si ritrova seduto a poppa Dio, con la sua barba bianca e fluente, la figura massiccia, con cui rimarrà quaranta giorni e come terzo incomodo, sarà con loro il Pastore, cioè il demonio: “Questo è il Diavolo, di cui stavamo parlando. Gesù guardò l’uno, poi l’altro, e vide che tranne che per la barba di Dio, erano come gemelli, certo, il Diavolo sembrava più giovane, con meno rughe.”[5]
Siamo nella sequenza in cui Gesù saprà che presto dovrà immolarsi sulla croce per poter fondare la Chiesa cattolica, e insieme a lui cadranno migliaia di martiri, e poi massacri di innocenti, guerre, le Crociate, il Tribunale dell’inquisizione. “Mi devi aiutare, Aiutare a che cosa, Ad allargare la mia influenza, a essere Dio di molta gente…da Dio degli ebrei diventerò Dio di coloro che chiameremo cattolici…Mi hai detto che mi avresti dato potere e gloria, balbettò Gesù, E te li darò, ma ricordati del nostro accordo, li avrai, ma dopo la tua morte…essendo tu figlio mio, sarai con me, o in me, non ho ancora ben deciso.”[6]
In tale situazione il Diavolo (con la maiuscola) sembra stare bene insieme a Dio. Sembrano quasi alleati e Gesù, indicandoli, così si esprime: “Vi porto fino a riva, perché finalmente tutti possono vedere Dio e il Diavolo in persona, più se la intendono e più si somigliano.”[7] Non occorre commentare tale bestemmia.
L’oltraggio al sentimento religioso, l’offesa a Dio, si completano nell’ultimo capitolo, nel quale si presenta il processo di Gesù, la sua condanna, la crocifissione e la morte. Ancora si insiste sulla rivalità tra Dio e Gesù e sul sentimento, tutto umano, in Dio, di inseguire ed esaudire una brama di potere e di dominio sul mondo e sull’umanità: “Moriremo per causa tua, disse una voce. Per causa di Dio, non mia, rispose Gesù, Che cosa vuole Dio, alla fine, domandò Giovanni, Vuole un’assemblea più grande di quella che ha, Vuole il mondo tutto per sé…”[8]
E infine chiudendo questa orrenda rivisitazione del Vangelo, così chiude l’arrogante, insensibile estensore di questa interminabile offesa a Dio: “Gesù ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo, dove Dio sorrideva, Uomini perdonatelo perché non sa quello che ha fatto.”[9]
[1] Josè Saramago, Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Einaudi, Torino 2009, pag. 5
[2] Ibidem, pag. 108
[3] Ibidem, pag.110
[4] Ibidem, pag. 204
[5] Ibidem, pag. 337
[6] Ibidem, pag. 339
[7] Ibidem, pag. 341
[8] Ibidem, pag. 401
[9] Ibidem, pag. 410
” Voi chi dite che io sia?”, chiese un giorno ai discepoli Gesù. La domanda è attuale ancora oggi ed è rivolta a ciascuno di noi. Dite che Io sia un orribile bluff oppure un’ incontestabile realtà storica, viva e vera, ancora oggi operante e motivo di speranza per l’ intera Umanità?
Non so chi, ma qualcuno ha detto che se Cristo non fosse mai esistito, avremmo avuto ugualmente bisogno di inventarlo, così come abbiamo bisogno di inventarci l’aria pulita per respirare o l’ acqua limpida per dissetarci ed il pane quotidiano per nutrirci, il lavoro per vivere in dignità, la pace per convivere, la libertà e il diritto per godere tutti della bellezza, armonia di giustizia e amore resi vivi e concreti nella Carità.
La provocazione a cui il prof. Pelleriti ci sottopone con la presente recensione trova la risposta efficace nel bisogno dell’ uomo e, specularmente, nella risposta luminosa, storica e concreta di Gesù di Nazareth, Dio incarnato.
Irridere al Vangelo della Misericordia, deridere il Cristo compassionevole, sputare sulla Croce dov’Egli è trafitto come ancora oggi l’ uomo è trafitto è masochismo perfetto, suicidario e nichilista.
Ma non c’è che dire: forse nell’ uomo si dibattono due volontà residuali e inconsce di vita e di morte, in conflitto irriducibile tra loro, la cosa più certa è che è ciascuno di noi libero di decidere per l’ una volontà o per l’ altra, ma il criterio può essere solo l’Amore, eccetto che non ci si voglia tutti suicidare. Io so , e ho motivo di credere, che Egli è il Cristo, Figlio di Dio benedetto, e che senza la sua Grazia, operante e attiva, solidale, non ci si salva. Il resto è chiacchiera triste, becera, compassionevole. Oppure ridicola e provocatoria perdita di tempo e di senso. Amen.
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