Alfio Pelleriti

Scritto tra il dicembre 1943 e il luglio del 1944, “Cristo si è fermato ad Eboli” è, come dice lo stesso autore nella lettera all’editore Einaudi per presentarlo “esperienza, e pittura e poesia, e poi teoria e gioia di verità, per diventare infine e apertamente racconto, quando una nuova analoga esperienza, come per un processo di cristallizzazione amorosa, lo rese possibile.”[1] Siamo all’introduzione dell’autore alla storia. Il narratore/protagonista giunge in una terra povera, in Lucania, tra Grassano e Gagliano, in provincia di Potenza, perché condannato al confino di polizia durante il regime fascista.
Il romanzo tratta dunque di una vicenda realmente vissuta da Carlo Levi presentata sotto forma di cronaca biografica di un “esiliato” che lascia la sua Torino per una terra, la Lucania, dove i rapporti umani sono improntati a fatalismo, rassegnazione, duro lavoro e convivenza con la sofferenza, la malattia, la morte. Levi presenta la sua esperienza in un universo senza confini e senza patria, un mondo contadino dove permangono comportamenti ancestrali le cui radici si perdono in un passato lontano, dove la vita era ed è rimasta resistenza alla morte che incombe nel buio di un cantuccio, pronta a sopraffare prima i bambini, poi donne e uomini, poiché tutti vivevano miseramente, con quel poco che poteva dare una terra arida, povera anch’essa.

Carlo Levi, catapultato in questo mondo, incontra un’umanità sconosciuta a lui, ch’è un cittadino del Nord, che si caratterizza per un linguaggio, per atteggiamenti e per comportamenti diversi dai suoi e anche da quelli dei contadini delle Langhe. Essi non speravano nello Stato, anzi volevano fuggirgli, poiché era rappresentato dai loro antichi persecutori e sfruttatori: i nobili, i ricchi borghesi, gli usurai e poi i podestà, i prefetti, i generali, affrontati questi ultimi quando erano stati costretti ad imbracciare un fucile e farsi ammazzare in una guerra che non capivano perché s’era intrapresa. Per loro l’emigrazione rappresentava l’unica soluzione alla loro vita grama poiché, come afferma l’autore, non riconoscevano in Roma la capitale, cioè la speranza di un cambiamento della loro condizione di vita e neanche poteva essere Napoli, quella borbonica, cui per lunghi anni qualche generazione in passato aveva sperato, ma l’America era per loro l’unica speranza, la loro autentica patria. Emigrare oltre oceano, partire verso un mondo che quei contadini lucani o calabresi o siciliani speravano potesse rappresentare giustizia e occasione per dimenticare la miseria, gli stenti, la malattia e la morte. Ma, tranne qualche rara eccezione, l’America non era l’Eden immaginato e la loro miserabile condizione di partenza rimaneva tale e quale: “In America essi vivono a parte, fra di loro: non partecipano alla vita americana, continuano per anni a mangiare pan solo, come a Gagliano…Poi tornano un giorno in Italia e qualcuno offre loro una piccola terra da comperare e spendono tutti i loro risparmi di tanti anni di lavoro americano, e non è che argilla e sassi, e bisogna pagare le tasse, e il raccolto non vale le spese, e nascono i figli e la moglie è malata, e in pochissimo tempo è tornata la miseria, la stessa eterna miseria di quando, tanti anni prima, erano partiti.”[2]
“Cristo si è fermato ad Eboli” è una discesa agli inferi, in un mondo dei “senza speranza”, lì dove i contadini che si trovano spesso con le spalle al muro, reagiscono con inusitata, cruda violenza, e diventano briganti, o si rivoltano in un modo che non conosce misura, dove la ferocia nasce dalla disperazione. Resistono per qualche anno alle forze di polizia fino alla inevitabile repressione da parte dello Stato. “La civiltà contadina” dice Levi, “è una civiltà senza Stato, e senza esercito: le sue guerre non possono essere che questi scoppi di rivolta; e sono sempre, per forza, delle disperate sconfitte.”[3]
“Cristo si è fermato ad Eboli” e non è andato oltre poiché in Lucania non è possibile alcuna redenzione: “Questa terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte…Cristo non è arrivato in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato ad Eboli.”[4]

La parte finale del racconto/saggio non poteva che essere amaramente pessimistica, come lo è stata tutta l’analisi del territorio lucano, che ora diventa, per estensione, tutto il Meridione d’Italia, sulla cui “questione” si sono esercitate tutte le parti politiche all’indomani della proclamazione della Repubblica e sulla quale le varie anime degli studiosi hanno indicato cause e suggerito soluzioni: chi indicava nella realizzazione di opere pubbliche e di bonifiche la soluzione per superare il gap strutturale ed economico con il Nord industrializzato; altri erano fiduciosi nella democrazia liberale che avrebbe in breve tempo eliminato i secolari problemi che mantenevano in una ingiusta condizione di arretratezza le regioni meridionali; altri ancora puntavano sulla rivoluzione proletaria per eliminare l’ingiusta oppressione capitalistica e infine, c’era chi considerava la realtà meridionale un “peso”, una “zavorra” che frenava il “miracolo” industriale dell’Italia produttiva del Nord.
Carlo Levi invece indica come vero nemico che impedisce l’esercizio di una vera libertà e insieme un’autentica realizzazione della democrazia, la piccola borghesia dei paesi. È quest’ultima che vorrebbe continuare ad impedire la crescita materiale e culturale della civiltà contadina. Così egli la presenta: “E’ una classe degenerata fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale.”[5] Lo statalismo fascista, aggiunge Levi, ha accentuato il fenomeno, già ad esso preesistente, ma lo ha accresciuto notevolmente, perpetuando una percezione dello Stato lontano dai bisogni della gente.

Si può aggiungere all’acuta analisi di Levi che l’ideologia piccolo borghese, materialistica, individualistica, nel fondo ancora fascista e antidemocratica, ha corroso le coscienze morali ed etiche dei contadini, dei braccianti, degli artigiani e dei loro figli e nipoti, la cui massima aspirazione è quella di far parte della opulenta società consumistica ove ci si può ingozzare e ingrassare con il cibo “spazzatura” dei fast food, magari ascoltando musica orripilante all’interno di auto/totem o nei pub dei centri storici dei paesi.
“Dobbiamo ripensare ai fondamenti stessi dell’idea di Stato: al concetto di individuo che ne è la base; …Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi.”[6]
Come non essere d’accordo con tale auspicio, con una interpretazione dello Stato che risulti autenticamente democratico e liberale? La speranza di Levi è quella che lo Stato nato dalla Resistenza al nazifascismo e dalla Liberazione dal totalitarismo non si trasformi in una entità astratta e vuota dove possano mestare i furbi e i corrotti e condurre i loro loschi affari le mafie; uno Stato che in nome di un’astratta unità cancelli la civiltà contadina, autentica ricchezza della nostra provincia, anima dei borghi rurali. E dunque Levi auspica che si conservi attraverso un’autonomia amministrativa una “organica federazione”. “Ma”, conclude il Nostro, “l’autonomia del comune rurale non potrà esistere senza l’autonomia delle fabbriche, delle scuole, delle città, di tutte le forme di vita sociale.”[7]

E infine venne il giorno della partenza e i contadini non volevano che Levi, il dottore, partisse. “Non partire. Resta con noi. Sposa Concetta. Devi restare con noi. – Tornerò dissi. Ma scuotevano il capo. – Se parti non torni più. Tu sei un cristiano bono. Resta con noi contadini. – Dovetti promettere solennemente che sarei tornato; e lo promisi con tutta sincerità; ma non potei, finora, mantenere la promessa.”[8]
[1] Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli, edizione Einaudi, Torino 1977, pag. IX
[2] ibidem, pp. 108-109
[3] Ibidem, pag. 123
[4] Ibidem, pp. 3-4
[5] Ibidem, pag. 222
[6] Ibidem, pag. 223
[7] Ibidem, pag. 223
[8] Ibidem, pag. 234
Ancora un grazie a te, Salvatore, per l’attenzione che mostri per questo sito e per l’apprezzamento che gli riservi. I tuoi commenti lasciati senza alcuna altra risposta, così come i miei articoli, testimoniano che ci sono dei limiti sulle modalità con cui ho organizzato la mia comunicazione con i lettori. Qualche suggerimento sarebbe gradito, ma se non arriva, pazienza, continuerò comunque a socializzare le mie riflessioni sui prodotti editoriali e culturali in generale.
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Bella questa recensione del prof. Pelleriti al Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi perché ci permette di riassaporare un libro che ha segnato non solo la produzione letteraria contemporanea ma anche, in aggiunta, la riflessione sulla cosiddetta “Questione meridionale”, tuttora rimasta insoluta. Nitido, incisivo, scultoreo, oltre che pittorico lo stile dello scrittore, certamente capace di lasciare un segno indelebile in chi legge, ma ancor più profonda, spietata e dolorosa l’ analisi che ne fa emergere della condizione umana e sociale della “gente del sud ” : in verità, ancora oggi, purtroppo disperata e senza prospettiva, anzitutto per le giovani generazioni. Viene voglia di rileggere questo libro, di proporne la lettura in pubblico, anche per stralci, se non altro per rinfrescare la memoria e rinvigorire le volontà nell’ attuale momento storico di generale lassismo e di colpevole accidia di fronte al progressivo deterioramento delle relazioni sociali e dello slancio che dal secondo Dopoguerra e dalla ricostruzione sembrava avviarci a più splendido avvenire.
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