Alfio Pelleriti
“I Vicerè” fa parte di una trilogia, concepita da Federico De Roberto durante il suo soggiorno a Milano, che tratta dei Principi Uzeda di Francalanza e che comprende L’illusione, romanzo pubblicato nel 1891; I Vicerè, pubblicato nel 1894; L’imperio, pubblicato postumo nel 1929. La vicenda si svolge in Sicilia dal 1855 al 1882.

Il romanzo ha inizio con la morte improvvisa della principessa Teresa Uzeda di Francalanza. Tutta la parentela accorre al palazzo della defunta, avvisata da Baldassare, il maggiordomo: i sette figli: il principe Giacomo e la signorina Lucrezia, il priore di San Nicola e la monaca di San Placido, donna Chiara, maritata col marchese di Villardita, il cavaliere Ferdinando, il contino Raimondo; i quattro cognati: il duca d’Oragua, Don Blasco, monaco benedettino, il cavaliere don Eugenio e donna Ferdinanda. La sequenza con i preparativi per il funerale di donna Teresa, con il concitato andirivieni dentro e fuori il palazzo del principe dove erano convenuti i parenti e i numerosi servitori, ha un sapore neorealista che fa pensare a Guttuso o a Luchino Visconti del Gattopardo: “pennellate” sapienti, “riprese” da varie angolature, montate poi con arte sopraffina, portano il lettore in quella scena, stupefatto da questo geniale narratore che va oltre il verismo o il naturalismo, pur fotografandola la realtà, dosandone i vari colori, facendo emergere i caratteri d’ognuno dei suoi personaggi da un gesto, da una parola, collocandosi egli in alto a dominare la scena, burattinaio che sorride di quei “pupi” che si agitano tronfi attorno al letto della morta, non cogliendo di quell’evento il messaggio universale che sarebbe dovuto suonare ad ammonimento per i vivi.
Don Blasco, fratello della defunta, tuonava contro Cavour e i rivoluzionari, ma soprattutto ce l’aveva col fratello duca “che s’era fitto in capo di fare il liberatore, lui, il secondogenito del principe di Francalanza!”[1]; anche il Priore non lesinava critiche al governo piemontese che aveva incamerato beni religiosi e a D’Azeglio che nel 1849 aveva varato le leggi Siccardi che abolivano i privilegi del clero.
All’apertura del testamento, eredi universali risultavano Giacomo e Raimondo. Don Blasco, inviperito dopo la lettura del testamento, consigliava di contestarlo. Anche Ludovico, fratello maggiore di Raimondo, condizionato fin da bambino ad entrare in convento, portava rancore al parentato non manifestandolo però, anzi dava ad intendere d’essere un mistico, ma coltivava l’ambizione di diventare Abate del convento di San Nicola, e quando ottenne l’ambita carica don Blasco ebbe un nuovo nemico con cui prendersela: “da quel giorno don Blasco diventò una bestia contro quel ‘porco gesuita’”. In realtà, la defunta principessa avrebbe dovuto assegnare tutto al primogenito e invece divise in parti uguali tra Giacomo e Raimondo, terzogenito e suo preferito. Le figlie poi furono costrette dalla madre ad entrare in convento e farsi monache, tranne Chiara che fu convinta a sposare il marchese di Villardita, brutto ma con tanti soldi.

Ma lasciamo la narrazione dello scrittore, superba, dettagliata, come fosse una sceneggiatura da passare al regista per cominciare le riprese, e affacciamoci sul piano connotativo del corposo romanzo. Già Verga, commentando l’opera, non mancò di elogiarla ma affermò che si sarebbe potuta ridurre dei due terzi, rendendone più facile la lettura, evitando di fare smarrire o scoraggiare il lettore. Ritengo, a mio modesto parere, che il romanzo sia unico e interessante così come l’ha scritto l’autore proprio perché, di quei personaggi, lo scrittore ne presenta i dettagli, ne scandaglia ogni piega psicologica, ne segue le passioni e le debolezze, ne descrive i comportamenti per evidenziarne le contraddizioni, le paure, gli atteggiamenti arroganti, l’autolesionistica burbanza. In quest’ottica, ogni pagina del romanzo è fondamentale per mantenere la sua organicità, la sua ragionata economia narratologica.
De Roberto vuole descrivere cosa succede ad una classe sociale quando essa scivola nella decadenza, quando si trova sul crinale in bilico, senza però avvedersene, poiché priva della capacità di fare autocritica e la superbia e la vanità costringono gli eredi dei Vicerè a supporre d’essere ancora il sale della terra. Costoro non si accorgono infatti d’essere coperti da una polvere grigia che li rassomiglia a cadaveri, seppure ancora in grado di muoversi.[2] Lo scrittore sceglie di dare un taglio realistico al romanzo, adottando la tecnica del discorso indiretto libero e affidando soprattutto ai dialoghi lo sviluppo della vicenda, facendo assumere al racconto l’efficacia e la forza destabilizzante di un’analisi sociologica e psicologica insieme. L’autore rende, altresì, interessante e “sapida” la saga dei Francalanza con un uso intelligente e leggero dell’ironia, che diventa un ulteriore strumento per dimostrare l’irrimediabile decadenza della classe nobiliare che, priva di senso critico, continua a muoversi e a percepirsi come una classe superiore. I Francalanza, infatti, ritengono naturale l’essere serviti da un’altra umanità, quella dei servitori e dei lavoratori in genere, ritenuta inferiore, da sfruttare e assoggettare, privandola dei diritti fondamentali: una moltitudine di uomini, donne, bambini che avrebbero dovuto occupare il ruolo di contorno alla loro vita, pedine soltanto, a far da sfondo nelle feste religiose o in altre situazioni, utili con il loro quotidiano lavoro alla produzione della loro ricchezza, appannaggio solo della classe al potere.
Si potrebbe affermare che la cupidigia nei confronti del denaro e del potere sia la cifra fondamentale attorno a cui ruotano le vicende del romanzo. Tutte le incomprensioni e i rancori infatti, erano determinati dalle vaste proprietà dei Francalanza e le personalità di ognuno dei protagonisti del romanzo si sviluppano in relazione a quanto ciascuno percepisce d’essere in qualche modo raggirato e defraudato dagli altri. Essi vivono nell’agio e nell’abbondanza ma la loro vita trascorre immersa nell’invidia, nella gelosia, nell’astio e nell’egocentrismo, rendendosela quell’esistenza un inferno. Andavano fieri d’appartenere alla nobiltà di sangue o di spada, ma non conoscevano i piaceri sottili derivanti dal conformarsi ai valori etici e morali, dall’apprezzare il Bello naturale o quello della creatività umana: la musica, l’arte, la poesia erano a loro del tutto sconosciute e, al pari, non possedevano alcuna curiosità intellettuale, soffocata dalla boria e da una supponenza ottusa; né infine coglievano, così religiosi nella forma, il significato profondo del cristianesimo, non cogliendo negli altri persone ma semplici individui e dunque non potevano concepire l’amore per il prossimo, il perdono, la generosità per i sofferenti e gli ultimi.

De Roberto accompagna le vicende della famiglia Francalanza lungo un periodo che va dal 1855 al 1882: dalla morte di donna Teresa Uzeda Francalanza fino alla morte del suo primogenito, principe Giacomo, e al passaggio dell’eredità dei beni della famiglia al figlio di quest’ultimo, il principino Consalvo, prima sindaco e poi deputato del nuovo Regno d’Italia. Tra questi eventi sono collocati le vicende di altri personaggi: quella di Donna Ferdinanda, cognata di donna Teresa Uzeda, nubile, che aveva avuto dal padre Giacomo XIII solo il “piatto”, cioè il giusto per sopravvivere: 60 onze annuali. Poco, ma lei li investiva ad usura, anche ai servi e ai poveri diavoli. E poi, si raccontano le vicende del conte Raimondo, costretto dalla madre a sposare Matilde, che lui non ama e lascia sola in casa per dedicarsi al gioco, ai viaggi e alle donne. Il lettore conoscerà l’ambizioso duca Gaspare Uzeda d’Aregna che, dopo il vittorioso sbarco in Sicilia di Garibaldi e la successiva proclamazione del Regno d’Italia, manifesta idee repubblicane e, richiesto da un comitato popolare, si candiderà come deputato al Parlamento nazionale, nonostante le aspre critiche della famiglia che si sentiva tradita da tale scelta di campo. “- Che cosa vuol dire deputato?” chiede Consalvo al padre, sorpreso che tutti i parenti ce l’avessero con lui e il principe spiega al ragazzo in poche battute l’arcano: “- Deputati son quelli che fanno le leggi nel Parlamento.
– Non le fa il Re?
– Il Re e i deputati assieme. Il Re può badare a tutto? E vedi lo zio come fa onore alla famiglia? Quando c’erano i Vicerè, i nostri erano Vicerè; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!”[4] E il pensiero corre veloce al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e a Tancredi che, salutando il nonno don Fabrizio, principe di Salina, prima di partire per unirsi ai volontari sbarcati a Marsala, afferma che “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”
Inoltratosi nella lettura del romanzo, il lettore percepisce che mancano le descrizioni degli ambienti e che l’autore dedica quasi tutto lo spazio ai personaggi dei quali analizza i pensieri che li agitano, presenta le loro bizzarrie, le ansie e le paure che li affliggono, i dubbi che li corrodono. Essi si muovono all’interno di una realtà in cui si scatenano passioni, tensioni, atteggiamenti che in altri contesti si definirebbero “identificazioni, fissazioni, sublimazioni, rimozioni, spostamenti libidici, coazioni a ripetere, pensieri ossessivi” e altre espressioni ancora per indicare il vasto campo delle nevrosi e delle psicosi. E il romanzo, ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, va oltre i limiti temporali, assumendo caratteristiche metastoriche e metafisiche che attengono l’uomo in quanto tale e che riguardano ciò che avviene nel suo essere in determinate condizioni, come quando, ad esempio, egli è attratto dal potere o si dà totalmente all’affannosa ricerca della ricchezza materiale, o semplicemente, si dedica all’affermazione del proprio Ego, come se si fosse “fissato” allo stadio evolutivo dell’infanzia, in quella fase che Freud definisce “anale”, nella quale tutta la realtà che circonda il bambino è percepita come utile al suo personale soddisfacimento.
Come non riconoscere in Matilde, moglie infelice del gaudente egocentrico Raimondo, la condizione di tutte le donne costrette a subire i reiterati tradimenti del marito, con le connesse sfrontate bugie, l’isolamento sociale, le violenze fisiche e morali continue, l’autoconvincimento di essere lei la causa del comportamento violento del marito, con la conseguente perdita di autostima e il lasciarsi andare alla depressione e a uno stato di malinconia autodistruttiva. “Come le si era chiuso il cuore ai primi disinganni, nel vedere che l’amor suo non bastava a Raimondo, che egli pensava diversamente da lei, che faceva consistere la felicità in cose senza valore per lei! … I tradimenti li aveva perdonati perché tutti gli uomini ne commettono, le dicevano; poiché lei sola ne soffriva, silenziosamente, in fondo all’anima.”[5] E certamente Matilde, tra i personaggi del romanzo, è quello che suscita un sentimento di umana pietà, di solidarietà verso chi era vittima di un maschilismo considerato appartenente all’ordine naturale, risultato di convinzioni ataviche e ancestrali per cui l’uomo poteva impunemente soddisfare le sue pulsioni istintuali a prescindere dai suoi doveri coniugali: “poteva lei fingere d’ignorare quel che accadeva? Poteva soffrire senza neanche pensare ch’egli la lasciasse sola lunghi giorni, lunghissime notti, che trascurasse le sue figlie per andarsene con quell’altra, per mostrarsi pubblicamente in compagnia di lei, per condurre i propri amori nella casa di lei come in un’altra casa propria?”[6]
Per rimarcare da quanta ipocrisia fosse attraversato quel mondo aristocratico siciliano di metà Ottocento l’autore si avvale anche dell’arma dell’ironia, tante volte sottile, quasi inavvertibile, altre volte ben chiara, al limite del sarcasmo. A proposito dei tradimenti del conte Raimondo: “Lo sapevano tutti che egli voleva bene a donna Isabella; dunque la contessa, se fosse stata un’altra, che cosa avrebbe dovuto fare? Usar prudenza, per amor dei figli! Invece nossignori: pianti, strepiti, accuse, minacce, suo padre sempre tra i piedi: bisognava essere fatti di stucco per resistere! Gli uomini, si sa, non possono stare sempre cuciti alla gonna delle mogli, e il contino non aveva fatto più di ciò che fanno tutti i mariti. Le donne accorte, quelle che hanno due dita di cervello, capiscono queste cose, chiudono un occhio e fanno la volontà di Dio. Invece quella santa cristiana della contessina aveva cominciato da capo; ma come? Peggio di prima! Suo marito non poteva pigliare un po’ d’aria che lei non gli facesse una scenata.”[7] Ma poco a poco l’ironia si trasforma in amarezza di fronte all’ingiustizia e all’arroganza dei potenti che si fanno beffa delle leggi, del buon senso, della logica perfino, pur di avere la soddisfazione, il piacere sottile di averla vinta pur avendo torto.
Insomma, “I Vicerè” sarebbe da portare ad esempio come un vero e proprio trattato sulle miserie umane e in particolare di quegli uomini che, avendo il caso voluto che nascessero tra i potenti, credevano che avessero garantito anche in cielo così come in terra, il Paradiso. E si davano perciò ad ipocriti convenevoli, a tessere trame, a parlare per trarre in inganno i semplici e ad ogni turpe comportamento, supponendo di godere dell’immortalità.

Altri personaggi vengono presentati dallo scrittore in un quadro sociologico che vede la crisi di una nobiltà che da secoli aveva dominato l’isola e che deve cedere il passo a nuovi assetti politici e ad istanze sociali che minano le sue ataviche primazie, il suo indiscusso dominio. Così sarà il momento di conoscere l’infelicità di Teresa che dovrà rinunciare al giovane Giuliano Biancavilla prima e a Giovannino poi, di cui era innamorata, per sposare il fratello di quest’ultimo, obbligata dai genitori che avevano scelto per lei chi doveva essere il suo compagno della vita. Il lettore conoscerà il cinismo di Consalvo nello scalare tutti i passaggi politici fino a diventare deputato al Parlamento nazionale, passando con disinvoltura da posizioni conservatrici a scelte radicali, per ottenere i consensi elettorali necessari al raggiungimento dei suoi obiettivi. E starà il lettore con il principe Giacomo, tetragono fino alla fine nel non recedere dal suo attaccamento alla proprietà, nemmeno di fronte alla sua imminente morte, annunciata da una grave malattia. Si conoscerà ancora la fragilità di Giovannino che si lascerà morire, deluso per non aver potuto coronare il suo sogno d’amore con Teresa. Sono tutte le caratteristiche psicologiche tipiche dei protagonisti delle grandi tragedie greche, proposte nei teatri dell’antichità, perché il pubblico potesse in loro scorgere le proprie debolezze, e da un processo di identificazione e di pietas, potesse avviarsi ad una elevazione spirituale, fino alla catarsi finale.
Straordinaria la figura di Teresa, con la sua religiosità vissuta con convinzione e con fede sincera, incarnata nelle sue parole sempre gentili, nella generosità spontanea, nella facilità con cui superava i pregiudizi del senso comune per cogliere il Vero e il Giusto, facendo seguire l’azione generosa, umile, solidale e compassionevole.
La parte finale del romanzo presenta una chiosa amara per bocca di Consalvo che, dopo essere stato eletto deputato con larghi consensi popolari, cosi si esprime: “La storia è una monotona ripetizione: gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e quella d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto con suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico; sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza. Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento… in politica la nobiltà ha serbato fede ai Borboni… la legittimità loro da che dipende? Dal fatto che sono stati sul trono per più di cento anni… di qui ad ottant’anni Vostra Eccellenza riconoscerebbe dunque come legittimi anche i Savoia… il nostro dovere, invece di sprezzare le nuove leggi, mi pare quello di servircene!”[8] e ancora, alzando il capo dal libro che stiamo per chiudere, il pensiero va al Gattopardo, al principe don Fabrizio, anche se lì i toni, oltre che amaramente cinici, saranno pessimistici, nullificanti. Così il principe, rivolgendosi a Chevalley, rifiutando l’offerta della nomina a senatore del Regno, dice della sua Sicilia: “Tutto questo non dovrebbe durare ma durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli… e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra.”
[1] Federico De Roberto, I Vicerè, I classici Utet, Torino 1982, pag. 263.
[2] L’immagine è tratta dal film Il gattopardo di L. Visconti e appartiene alla sequenza in cui la famiglia del principe di Salina arriva a Donnafugata, accolta dal sindaco e accompagnata in Chiesa per la celebrazione della messa. I Loro volti e gli abiti cosparsi di bianco dopo il lungo viaggio in carrozza sulle strade polverose delle Madonie.
[3] Ibidem, pag. 315
[4] Ibidem, pag. 476
[5] Ibidem, pag. 495
[6] Ibidem, pagg. 496/97
[7] Ibidem, pag. 528
[8] Ibidem, psgg. 813/14