Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora

Intervista di Marcelle Padovani, Mondadori 1984

Alfio Pelleriti

Il libro presenta l’intervista di Sciascia alla giornalista francese Marcelle Padovani con la quale lo scrittore racalmutese sembra essere a proprio agio nel ricordare i momenti più importanti della sua vita: la passione per la scrittura, l’impegno a scuola come maestro elementare, la passione politica, i sentimenti contrastanti verso la Sicilia e le critiche aspre verso il ceto politico, soprattutto democristiano, che dal dopoguerra l’ha governata accentuando spesso i suoi atavici problemi, lasciando inalterate le ingiustizie perpetrate da gruppi di potere in combutta con criminali mafiosi.

Sciascia non si sottrae alle domande della giornalista anche quando esse lo spingono ad andare indietro nel tempo attingendo alla sua infanzia e alla sua giovinezza, vissute durante il ventennio della dittatura fascista. La giornalista lo incalza e lo invita a rivelarle quali motivazioni lo spingono alla scrittura e quali sono le strategie adottate nella pianificazione dei suoi romanzi; gli chiede di chiarire quali motivazioni l’abbiano indotto in passato e nel presente a certe scelte politiche e perché la sua militanza nel PCI fino ai contrasti con le scelte della dirigenza del partito e la decisione di aderire al Partito radicale.

Lo scopo dell’intervista credo sia da cercare nel tentativo dello scrittore di disvelare finalmente ciò che caratterizza la mente e il cuore dei siciliani, il perché del loro fatalismo, del loro rifiuto di prestare fiducia allo Stato e ai suoi rappresentanti; perché l’essere ancorati al loro particolare, agli averi, alla roba, e perché quel neghittoso fatalismo, indicato da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo.

Del resto, la produzione letteraria di Sciascia è stata tesa a denunziare le contraddizioni della sua terra e ad essere protagonista tra gli intellettuali nella vicenda drammatica della storia italiana dello scorso secolo: il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Sciascia si schierò a favore della trattativa con le brigate rosse al fine della liberazione di Aldo Moro, in contrasto dunque con la linea del PCI che chiudeva ad ogni trattativa con i terroristi.

Con i suoi romanzi ha denunziato la forza opprimente della mafia che era riuscita a condizionare le scelte politiche ed economiche delle amministrazioni locali e della Regione, e perfino a sostituirsi allo Stato intervenendo nell’assegnazione di appalti pubblici e nella strategia di sviluppo dell’isola, nella formazione di governi locali e regionali, nel mantenere un “ordine” pubblico e un assetto sociale utile agli affari e al mantenimento di un potere che si sostituiva sempre più a quello istituzionale. Sciascia fu uno dei primi a denunziare che la mafia, “conquistata” la Sicilia, stava passando ad estendere la sua presenza nel continente: “la linea della palma” si espandeva verso Nord al ritmo di 50 chilometri ogni anno, affermava.  


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