Pierre Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio

Alfio Pelleriti

Nel saggio il filosofo francese Pierre Hadot sottolinea il grande ruolo avuto da Wittgenstein nel porre il linguaggio al centro dell’analisi gnoseologica sul soggetto, sulla realtà e su ciò che la trascende.

La cifra dell’indagine di Wittgenstein sul linguaggio sta nella definizione di esso come “gioco linguistico”, cioè una costruzione di segni utili ad esprimere un’esperienza soggettiva giocata sulla realtà concreta. Tale esperienza va interpretata così come si procede con uno spartito musicale, cioè con competenza, passione e con l’apporto del proprio vissuto personale, declinandone poi in una sintesi linguistica la logica che sottende la realtà esperita.

Da tale premessa discende una critica radicale di Wittgenstein ai sistemi filosofici che si sono succeduti dall’antichità ai nostri giorni, poiché essi avrebbero teso a predicare punti di vista soggettivi sulla realtà. Tale prassi, riscontrabile anche nei manuali, ha fornito una lettura soggettivistica e ascientifica della realtà e dell’uomo. Dai presocratici a Platone e ad Aristotele, fino alla filosofia medievale, a Spinoza, ai positivisti e all’idealismo tedesco, il linguaggio “ha tradito” la realtà; ha pre-costruito la struttura del reale e il comportamento dell’uomo e delle sue relazioni.

In tale contesto, unica eccezione, per Wittgenstein, sarebbe quella del mistico che di fronte all’evento oppone la sua esperienza tesa a subire la realtà, esprimendo di essa solo ciò che vede e constata, opponendo solo il silenzio sulla sua essenza, poiché quella esperienza trascendentale è inesprimibile.

Anche sulla qualità del linguaggio fondamentale risulta l’osservazione di Wittgenstein secondo cui l’uomo non può predicare nulla sul reale se non seguendo i canoni formali del nostro linguaggio. A tal proposito dice Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”; “Ciò a cui si tende realmente non è la solitudine dell’Io, è l’insormontabilità del linguaggio…il soggetto è una parte, ma limite del mondo.” Lo scarto tra il descrivibile e l’inesprimibile è il trascendentale, categoria che caratterizza il mistico, il solo che va oltre il linguaggio, tuttavia, conclude il filosofo, “chi ha scoperto il senso della vita non può dire in cosa consiste”.

Ludwig Wittigenstein

Siamo pertanto alla tesi del neoplatonico più radicale, Dalmascio, che pone l’inconoscibilità non solo in relazione alla sostanza del reale, ma anche alla Divinità, all’Uno. L’Uno e il Tutto in lui coincidono e su entrambi solo il silenzio può porsi, cioè si afferma l’impossibilità di articolare il linguaggio, se non un “balbettio”, visto lo scarto abissale tra uomo e Dio.

In definitiva, attraverso l’analisi del linguaggio, Wittgenstein si incarica di rifondare la filosofia depurandola da tautologie, pregiudizi, pretese ideologiche. Egli tiene a precisare di non essere il filosofo del linguaggio, né il fondatore di una nuova dottrina, ma colui che vuole “percepire le cose in modo nuovo, sotto l’aspetto dell’Essere, della Durata o dell’Eternità[1]. Con tale intento si occuperà solo di ciò che, essendo vero, si può esprimere, mentre solo il silenzio si potrà opporre sulla logica del mondo e sulla sua essenza, dimensioni che resteranno appannaggio del mistico che nell’estasi vede aldilà del mondo e del linguaggio, cogliendo il mistero del mondo come totalità.

Ludwig Wittgenstein nacque a Vienna nel 1889 in una ricca famiglia di industriali. Negli anni della formazione manifestò interesse per gli studi tecnici, ma poi optò per lo studio della matematica pura. Recatosi a Cambridge, seguì le lezioni di Bertrand Russell che ne coglierà la genialità, avendo letto le prime bozze della sua opera fondamentale, il Tractatus logico-filosofico, scritto sotto forma di proposizioni logiche che seguono una classificazione decimale.

Partecipò alla prima guerra mondiale combattendo sul fronte italiano, dove fu preso prigioniero e internato a Cassino. Finita la guerra, dopo aver rinunciato all’eredità paterna, dal 1919 al 1926, fu maestro elementare presso tre piccoli villaggi austriaci. Ritornato a Cambridge nel 1929, iniziò una nuova fase di studi che lo porteranno ad un radicale cambiamento delle tesi del Trattato. Durante il secondo conflitto mondiale sarà assistente in un ospedale a Londra e dopo la guerra si darà alla composizione dell’opera Ricerche filosofiche, pubblicata postuma. Morì di cancro nel 1951.

Wittgenstein ispirò il neopositivismo logico del Circolo di Vienna, che continuerà gli studi sul rapporto tra realtà e linguaggio, in particolare attraverso i contributi dei suoi maggiori rappresentanti: Moritz Schlick, Carnap, Neurath, Watsmann.


[1] Pierre Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio, Bollati Boringhieri, 2016, pag. 77


Una risposta a "Pierre Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio"

  1. Non si può che essere ancora una volta grati al prof. Pelleriti per avere validamente stimolato la riflessione su un Autore di spicco e su problematiche attuali particolarmente significative, sempre comunque in linea, credo, con le sue personali affinità di studio e di ricerca, ma anche feconde e proficue per tutti.
    L. Wittgenstein fu ebreo come ebrea fu S Weil , e come lei radicale nelle scelte di vita. Personaggio eccentrico, particolare, originale, schivo e solitario, spigoloso e intrattabile. Si direbbe che egli visse in una semplicità tanto decorosa quanto ascetica in cui l’uomo e il filosofo fanno la stessa cosa, né il primo si esaurisce o identifica con una dottrina perché per lui la filosofia non si predica ma si vive, è forma di vita. Rinunciò alla ricca eredità del padre per farne dono e preferì vivere nell’ essenziale nutrendosi di studio e di ricerca intellettuale e spirituale.
    Wittgenstein è tuttora una spina nel fianco dei plurisecolari sistemi filosofici perché ne sfronda gli allori costringendoli a parlar chiaro, a rispecchiare il più possibile nel loro linguaggio la realtà dei fatti, a rifuggire la vuota retorica e il vaniloquio sollecitando a dubitare dei soggettivismi ascientifici nel confronto con l’ esperienza concreta ed empirica intramondana.
    Solo le proposizioni con significato empirico, egli avverte, costituiscono scienza, mentre le proposizioni logico-formali e matematiche non avendo riscontro empirico sono insensate.
    La filosofia, dunque, per Wittgenstein può essere solo mostrata e non dimostrata, è inesprimibile come lo sono i valori che il filosofo impersona con la sua vita.
    Mi domando io, tuttavia, se davvero le cose stanno così come egli dice, le filosofie sono tutte e per intero da buttare a mare, tranne la sua? Altresì mi domando: se solo il mistico l’azzecca esprimendo col silenzio l’ ineffabilità dell’ essenza, la parola illuminata dalla retta ragione rimane cieca, ottenebrata, addirittura ingannevole?
    Ma, anche in tal caso, non è il silenzio estatico e rapito del mistico parola viva e vibrante che risuona oltre il linguaggio intramondano e semplicemente empirico?
    Validissimi, attuali e proficui, secondo me, i richiami che dal pensiero di Wittgenstein ci pervengono nell’ educazione e nella ricerca: la prudenza del linguaggio, la coerenza della forma della vita, l’ ipercriticita’ della ricerca, la permanenza del mistero, la necessità di arricchire e slargare i confini del linguaggio.

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