Alfio Pelleriti

La fondamentale nota critica di Augias nel suo ultimo lavoro su Paolo di Tarso riguarda la resurrezione di Gesù, sulla quale manifesta dubbi storici, logici, scientifici, scivolando, altresì, in un sarcasmo poco rispettoso di chi si professa cristiano e ai suoi valori conforma la sua vita. Nel mio commento ho sottolineato come la prassi scientifica mal si adatti in campo religioso dove invece la dimensione della fede e quella della spiritualità giocano un ruolo fondamentale. Tuttavia, mentre scrivevo codeste mie considerazioni, arrossivo un po’ poiché osavo opporre mie convinzioni alle tesi di un famoso giornalista e scrittore. Oggi, constato che Augias già nel 2010, anno della pubblicazione di “Inchiesta sul cristianesimo” scritto insieme al professore di Storia del cristianesimo antico presso la facoltà di Lettere e filosofia dell’Università degli studi di Milano, sotto forma di intervista di un non addetto ai lavori ad un esperto, sulla questione della resurrezione di Gesù poneva l’identico dubbio e già nella domanda definiva la resurrezione “una congettura”. Il professore così risponde ad Augias: “La visione del risorto non è una congettura, è un’esperienza religiosa. Per quanto concerne Paolo, quella che lei chiama intuizione io la definirei ‘conversione’, cioè di una svolta radicale. L’intera vita dell’apostolo viene stravolta in forza di un’esperienza traumatica. Essa può comprendersi esclusivamente all’interno del linguaggio della fede, che ha altre regole, un’altra sintassi rispetto a quello della storia. Il fatto che lo storico non abbia gli strumenti per misurare tali esperienze non significa affatto che esse non abbiano consistenza. Ce l’hanno su un altro piano pur sempre umano, dato che l’uomo non si esaurisce nella sua razionalità.”[1] E ancora aggiunge: “credo che abbia ragione chi intende la resurrezione come la fede che Gesù non è fra i morti, ma si trova fra i viventi. È evidente che per la nostra sensibilità, un morto che risorge – nel senso fisico dell’espressione – crea parecchie difficoltà. Non ne crea invece la fiducia che non bisogna cercare Gesù nel regno dei morti, poiché egli è nel regno dei vivi, è vivente.”[2]
Evidentemente per Augias la puntualizzazione del professore non è stata rilevante se ripropone, tredici anni dopo, il medesimo dubbio e sempre più convintamente. Ciò dimostra che spesso diventa difficile a noi umani confrontarci con gli altri prescindendo dalle nostre “certezze”, da quelle idee a cui affidiamo il compito di difendere la nostra stessa identità; le verità che sostengono come bastioni la nostra personalità ci impediscono di ascoltare, senza alcun filtro ideologico, l’interlocutore, poiché lo percepiamo come un nemico che attenta al nostro equilibrio interiore, come colui che mette in pericolo l’immagine attraverso cui gli altri ci riconoscono e che noi stessi ci siamo abituati ad eleggere come risultato del nostro impegno intellettuale.

Discutere poi della divinità di Gesù impatta necessariamente sul dilemma antico, risalente ai neoplatonici, cui fa riferimento anche Pierre Hadot nel suo interessante saggio su Wittgenstein e i limiti del linguaggio. Dalmascio, ad esempio, sostiene che l’Uno, il principio assoluto, si potrebbe anche intuire grazie “all’unità che è in noi”, ma quando si passa alla relazione dell’Uno con il Tutto allora quella diventa una Sostanza insondabile che non ammette predicati, per la quale non è possibile, cioè, adoperare il linguaggio. Bisogna, se si vuol procedere “nell’indagine” affidarsi ad altre categorie o modalità che stanno in tutt’altra parte rispetto alla logica, alla scienza, alla prassi dello storico o a quella del filosofo razionalista. Soltanto il mistico, con una elevazione trascendentale, potrà avvertire la Sostanza, accontentandosi di tale risultato, rimanendo in silenzio nella notte buia dell’inesplicabile: “Quel che noi dimostriamo, è la nostra ignoranza, è la nostra incapacità di parlarne, la nostra afasia.”[3] Sarebbe questa la inevitabile conclusione della cosiddetta teologia negativa. Ancora più radicale sarà Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus, quando afferma che “Il sentimento del mondo come una totalità delimitata è il sentimento mistico.”
Il professor Cacitti è chiaro a tal proposito fin dall’inizio dell’intervista, citando Giovanni (1,1-14): “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, cominciando la storia del Messia dalla sua specifica caratteristica, l’Eternità, nato dalla vergine Maria e battezzato da un profeta.
In tale verità e su tale assunto si colloca l’evangelizzazione di Paolo di Tarso, “l’apostolo delle genti”, che si assume il compito di presentare Gesù il Cristo che risorge per salvare sia i giudei che i gentili. Paolo cioè, esce dai confini ormai stretti di Gerusalemme e della Palestina per portare il messaggio di salvezza basato sull’amore a tutta l’umanità, rendendo la nuova fede “cattolica”, cioè universale. E poi l’annuncio, il kerygma, trasmesso da Paolo: Cristo morì per i nostri peccati ed è risuscitato il terzo giorno.
Ricorda il professor Cacitti che il Nuovo Testamento è un canone costituito da un corpo di 27 scritti che comprende i quattro vangeli “canonici”, gli Atti degli Apostoli, le epistole e l’Apocalisse. Tale organizzazione diventa ufficiale solo nel XVI secolo col Concilio di Trento. (1545 – 1563).

I cristiani cominceranno ad essere tollerati all’interno dell’impero romano a partire dal 313, con l’editto di Milano, emanato dagli imperatori Licinio e Costantino. L’editto, tuttavia, non cancellò un atteggiamento di avversione nei loro confronti da parte di coloro che si sentivano legati alla tradizione, per cui fiorivano nei confronti dei cristiani accuse infamanti, quali la pratica dell’incesto e di cibarsi della carne di bambini, immolati sull’altare del loro Dio. Stessa accusa subiranno i comunisti negli anni cinquanta del Novecento in piena guerra fredda.
Altra importante data su cui si sofferma il professore è il 135, quando la corrente giudeo-cristiana si distacca dall’originaria matrice ebraica. È quello l’anno della distruzione di Gerusalemme ad opera delle legioni romane mandate dall’imperatore Adriano, dopo tre anni di una guerra sanguinosa contro rivoltosi guidati dal rabbino Akiba ben Yosef. Da allora quella terra non si chiamò Giudea ma Palestina. Inoltre, aggiunge Cacitti, “non bisogna dimenticare che le frange che restano legate al giudaismo faranno da incubatrice alla nascita della terza grande religione monoteista, cioè l’Islam. Il Profeta pare proprio essere stato educato dai giudeo-cristiani.”[4]
Il primo vero concilio fu quello che si tenne a Nicea nel 325 convocato dall’imperatore Costantino che ebbe il compito di risolvere il problema del proliferare di movimenti interni al cristianesimo, e soprattutto si assunse il compito di risolvere il conflitto interno tra cattolici e donatisti in Africa, legato alla questione sollevata dal vescovo Ario sulla Trinità: se il Figlio è generato dal Padre gli manca un attributo fondamentale della divinità: l’eternità, e quindi il Figlio non poteva considerarsi Dio, oppure era una divinità di secondo grado. Il vescovo di Alessandria esiliò Ario provocando una scissione fra le Chiese. Costantino, su suggerimento di alcuni vescovi, pose la tesi della consustanzialità del Figlio con il Padre, tesi approvata poi dal concilio.
Con Teodosio e con i suoi successori si arriva alla condanna e alla persecuzione di tutto ciò che non è cattolico e bisognerà aspettare il concilio Vaticano II perché la Chiesa cattolica si apra alla libertà religiosa.
Nel libro, oltre alle suddette informazioni fondamentali sulle tappe più importanti della storia del cristianesimo, si possono trovare interessanti notizie sugli gnostici, gli esseni, su Ignazio di Antiochia e Carpocrate, sul Vangelo di Giuda e su quello di Pietro e su come si viveva nelle prime comunità cristiane del II secolo e sul ruolo che avevano le donne al loro interno. E ancora interessanti note su Cipriano di Cartagine, Clemente di Alessandria, su Origene, il teologo dell’antichità, su Ambrogio, vescovo di Milano e su Agostino d’Ippona. E ancora si pongono interrogativi su strumenti di indagine: può la psicoanalisi interpretare gli episodi riferiti dai mistici? Può l’allegoresi, cioè l’interpretazione del testo biblico che va oltre il significato letterale, essere assunta a metodo di indagine? Si possono accostare i martiri cristiani ai suicidi islamici considerati martiri della fede?
[1] Corrado Augias – Remo Cacitti, Inchiesta sul cristianesimo, edizione 2010, Milano, Mondadori editore, pag. 33
[2] Ibidem, pag. 157
[3] Damascius, Dubitationem et solutiones de primis principiis, sta in Pierre Hadot, Wittgenstein e i limiti del linguaggio, Bollati Boringhieri, Torino 2016, pag. 26
[4] Ibidem, pag.104
Cara Santina ti sono grato per le tue riflessioni che condivido. Anche io sono stato duro con Augias. Anch’io penso che che la nostra ragione non possa afferrare la grandezza di Dio e la magnificenza dei suoi doni. Occorre anche capire coloro che vorrebbero darsi delle spiegazioni. Anche quella è una ricerca di Dio e una forma di preghiera.
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Santina invia il suo commento:
“Beati quelli che pur non avendo visto crederanno.”
Sono queste parole di Gesù riportate nei Vangeli che mi hanno sempre incoraggiata a non farmi troppe domande e in fondo cos’è la Fede se non una grande fiducia manifestata apertamente?! La quale fiducia non è accettazione rassegnata e supina di ciò che ti viene detto, ma esortazione e comprensione dei limiti umani. San Tommaso d’Aquino( per citarne uno dei grandi)sosteneva che la Fede non si può misurare con l’intelligenza o con la ragione. A tal proposito mi veniva raccontato dai miei genitori, ai quali sono grata, quando da ragazza mi volevo spiegare tutto ,il miracolo di Sant’Agostino in quella che è stata per secoli la cultura tramandata oralmente. Si racconta che un giorno, Sant’Agostino passeggiando sulla riva del mare incontrò un bambino seduto sulla spiaggia che avendo scavato una buca, raccogliesse con una conchiglia l’acqua del mare sperando così di riempire la buca. Il Santo, in preda allo stupore richiamò il Bambino, il quale rispose semplicemente:” E tu, come pensi di comprendere la Grandezza, la Conoscenza del Divino? ”
Ecco, questa riflessione mi è sorta dopo aver letto il tuo ultimo articolo che pone quesiti sul credere e sulla fede. In generale tutti noi nel corso della vita ci auguriamo di trovare persone illuminate e illuminanti con incontri che possano dissipare le tenebre dei dubbi e curare e guarire dallo scetticismo di cui sembra compiaciuto il giornalista scrittore Augias, che ammiro per il garbo e la classe da gentleman ma che mi stupisce per il modo di approcciarsi alla fede e all’Infinito! ( non certo quello leopardiano!)Mi chiedo come può accanirsi con tenacia nel cercare Verità che non si vogliono né vedere né trovare, pur avendo scavato nella storia e conosciuto eminenti teologi senza tuttavia provare ad aprire il cuore e la mente e guardare la Croce con un nuovo palpito.
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