Cosimo, “Il barone rampante”, lo strano eroe di Italo Calvino

Alfio Pelleriti

In pieno Settecento, ad Ombrosa, cittadina ligure, si svolge l’azione del romanzo di Italo Calvino, “Il barone rampante”, tra i più letti nelle scuole medie inferiori. Cosimo, figlio del barone Arminio Piovasco di Rondò è un ragazzino dal carattere deciso, intelligente e coraggioso, e certo non poteva sopportare l’ennesima punizione inflittagli dal padre con sonore nerbate e la “carcerazione” in una stanzetta ai piani bassi, fredda e senza luce. Lui e il fratello più piccolo, Biagio, che è anche la voce narrante del romanzo, l’avevano combinata proprio grossa: avevano preso le lumache destinate ad una ghiotta e succulenta cena e le avevano fatte uscire dal canestro, libere di andare a terra o lungo i muri della cucina, unico estremo tentativo di evitare quel piatto che sarebbe stato per l’ennesima volta servito, nonostante avessero manifestato più volte la loro riluttanza verso quella pietanza, considerata invece dal padre vera prelibatezza. Scontata la punizione e richiamati per la cena, nemmeno a dirlo, a base di lumache, convinto il barone d’aver avuto ormai ragione di quella testa calda del figlio, ottenne invece, come ben servito, non solo ancora un rifiuto da Cosimo ma un atto di vera ribellione: il ragazzino lasciò la sala e si diresse verso il giardino, decidendo in cuor suo che non avrebbe mai più messo piede in quella casa. Gli alberi sarebbero diventati la sua casa, i suoi amici, il suo osservatorio, e la sua permanenza lì tra i rami degli olmi, dei lecci, dei frassini, dei castagni, dei platani avrebbe costituito la misura della sua resilienza nei confronti di un contesto sociale che non poteva non criticare la sua scelta, perché considerata da tutti fuori da ogni norma e da ogni logica. Quel suo comportamento costituiva una ribellione estrema verso quegli adulti che non manifestavano affetto ma soltanto la forza e la potestà di imporre ordini a chi non poteva opporsi. Cosimo rispose con una scelta dettata dalla necessità di stare insieme con chi riteneva amico, da chi lo avrebbe accolto amorevolmente: la Natura, con i suoi alberi e con i suoi animali che sarebbero stati i suoi nuovi amici. Era certo un comportamento che in altri contesti storici, ad esempio quello del terzo millennio, dell’era digitale e delle libertà democratiche, si sarebbe definito “schizofrenico”, ove il termine designa un comportamento anormale e asociale non compatibile dal contesto socio-culturale e che quindi si codificherebbe come una psicosi da trattare con specifici farmaci o con una psicoterapia e, ove tali interventi non sortissero effetti, con un ricovero coatto in reparti psichiatrici.

Tuttavia Cosimo non sarà lasciato solo perché il fratello lo andrà a trovare spesso e gli porterà tutto l’occorrente per difendersi dal freddo, qualcosa da mangiare, attrezzi utili per costruire una struttura tra gli alberi in grado di fargli trascorrere le notti. Sì, perché Cosimo, si è detto, ha un carattere deciso e non tornerà indietro dalla sua decisione di non mettere mai più piede in terra. E i genitori, la sorella, l’amministratore delle sostanze del barone, il prete, suo precettore, presto accetteranno, loro malgrado, quella strana situazione. La madre, la Generalessa Corianna di Rondò, osserverà il figlio da lontano con un cannocchiale, manifestando un amore materno profondo nonostante il suo carattere burbero, militaresco, apparentemente freddo.

Cosimo, il ragazzino che decide di lasciare il consesso umano trasferendosi sugli alberi, rappresenta il sentimento forte e inesauribile che certi uomini e tantissimi ragazzi hanno della libertà. Quel piccolo barone non intende piegarsi alle convenzioni sociali e all’azione quotidiana dei genitori di inserirlo in un complesso di regole che per lui sono innaturali e incomprensibili, oltre che ingiuste e contraddittorie, e dunque fa una scelta, dura, radicale, scomoda e piena di insidie, ma di grande soddisfazione personale, quella di decidere lui della sua vita, andando solo e in direzione opposta a quella della maggioranza, suscitando la disapprovazione del padre, la curiosità apprensiva della madre, aumentando altresì l’affetto e l’ammirazione del fratello minore.

Quel suo gesto coraggioso, che diventa poi un’originale modalità di vivere, gli permette di assaporare la bellezza della natura, di misurare la sua capacità di adattamento alle inevitabili difficoltà e scomodità dello stare sui rami degli alberi, senza mai scendere; di diventare poi accettabile anche per gli altri, nonostante le sue diversità comportamentali; e i contadini, i minatori, lo rispettano e diventeranno amici di quel “matto” che aveva rinunciato alle comodità d’una casa baronale per vivere sugli alberi in compagnia di uccelli, scoiattoli e del suo cane bassotto “Ottimo Massimo”, aiutato solo dal suo fratellino che gli fa da tramite col mondo “normale”.

Cosimo vive sugli alberi ma partecipa, lì dall’alto delle fronde degli alberi del bosco, alla vita: si innamorerà della figlia del duca, una giovinetta, anche lei amante della libertà e dal carattere forte, la bionda Silvia; lotterà contro i pirati e i briganti; si farà rispettare dai monelli vagabondi che assalivano i frutteti dei contadini; conoscerà il capo dei briganti che scoprì la passione per i libri e, insieme a lui, Cosimo conoscerà i grandi autori classici; parteciperà con le truppe napoleoniche alla guerra contro l’esercito austriaco, e diventerà vecchio senza mai scendere dagli alberi, coerente fino in fondo con la sua scelta di vivere senza i condizionamenti del contesto sociale della sua comunità. Cosimo griderà il suo eroico “No” ad una vita passiva, piegata ad elementi a cui molti davano e danno valore: il denaro, una casa lussuosa, un lavoro ben remunerato che occupa tutto il tempo che si ha a disposizione con l’unico scopo di possedere oggetti destinati ad essere lasciati quando si affronterà la morte. Egli vive sugli alberi e possiede solo l’indispensabile perché possa mantenere la mente lucida: legge quanti più libri sia possibile, facendo così tesoro delle esperienze degli altri individui, lontani nel tempo e nello spazio, avvicinandosi più degli altri all’essenza della vita. Ormai vecchio, Cosimo accetterà l’aiuto di Calvino, dello scrittore che l’ha eletto a protagonista del suo romanzo: proprio quando il suo eroe è ormai senza energie, malato, vicino alla fine, compare una mongolfiera da cui pende una fune che si avvicina vieppiù al frassino dove Cosimo dimora. Con un ultimo sforzo s’aggrappa alla fune e tra le nuvole scompaiono il barone e la mongolfiera, tra gli applausi di contadini, artigiani, bottegai, di soldati reduci delle guerre napoleoniche e dei lettori sorridenti e compiaciuti per la conclusione della storia del barone rampante.


2 risposte a "Cosimo, “Il barone rampante”, lo strano eroe di Italo Calvino"

  1. Sì, penso che la favola, con le sue allegorie e le poetiche metafore, con la sua semplicità, può farci ancora riscoprire i valori essenziali che portano a rapporti umani di lealtà e di solidarietà.
    Grazie ancora Salvatore.

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  2. Bella rimpatriata quella a cui ci ha invitato il prof Pelleriti, tra il sogno di una ritrovata libertà e una vita ridotta all’ essenziale. Il ritorno alla natura, lo sganciamento dalle convenzioni sociali, anzitutto familiari, da una progettualità di vita meramente economicistica e competitivo – arrivisti ca, sembrano restituire a Cosimo il piacere di vivere con il sicuro distacco dall’ effimero e dal superfluo. Il romanzo è un invito a vivere in modo diverso e alternativo, coltivando il bene intellettuale che deriva dalla lettura e dall’ amore per la natura, gli animali e le relazioni sociali semplici e disinteressate. È, insomma, una rilettura del romanzo che va fatta ancor più oggi che l’ invasione del virtuale e del fittizio, dell’ artificio e del posticcio soppianta l’autenticità delle relazioni con il mondo, con gli altri e con sé stessi minacciando di precipitarci davvero nella schizofrenia collettiva e nel non senso individuale. Il prof . Pelleriti ci ha offerto un buon vaccino contro il conformismo e l’ inautenticità. Approfittiamone.

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