Tra divulgazione ed editoriale
Alfio Pelleriti
Apprezzo Corrado Augias, e ne ammiro la pacatezza dei giudizi, il non lasciarsi andare all’emotività nel valutare gli eventi, anche i più drammatici; ne ammiro altresì lo stile, tipico di un gentiluomo d’altri tempi, l’eleganza nel presentare le più significative produzioni culturali che attengono il bello e il vero. Spirito laico, con coraggio e coerenza, ha sempre manifestato le sue convinzioni politiche volte alla difesa della democrazia e delle libertà fondamentali, della tolleranza e della solidarietà umana. Difficile dunque evidenziare dei limiti in un uomo la cui statura morale ed intellettuale è così elevata e incontestabile. Tuttavia devo esprimere la mia modesta opinione sul suo ultimo libro, “Paolo, l’uomo che inventò il cristianesimo”, pubblicato da Rai libri nel settembre 2023.

Varie ragioni mi spingono ad un giudizio negativo di quest’ultimo suo lavoro sul cristianesimo e dunque sulla figura di Gesù. Sì, perché la critica all’operato di Paolo incontra inevitabilmente il ruolo di Gesù, colui che annuncia la “lieta novella” di un Dio di misericordia e di amore, un Dio che vive con l’uomo, che partecipa alla sua vita pur lasciandolo libero nelle decisioni che attengono le scelte possibili tra il bene e il male; Gesù che indica se stesso come Figlio di Dio Padre e portatore o veicolo dello Spirito di Dio, in una triade che riesce a comporsi in una unità superiore. Una visione religiosa, quella predicata da Paolo, che non indica, come in precedenza, il popolo ebraico come unico interlocutore della divinità ma tutta l’Umanità, senza alcuna distinzione, che può rivendicare la sua figliolanza rispetto al Dio Padre e in nome di essa sperare nella salvezza eterna e nella gioia della visione della luce divina. Questa la missione rivoluzionaria, di respiro ecumenico, di Gesù che verrà suggellata col suo sacrificio in qualità di Dio avente natura umana, e su quest’ultima dunque portare e patire la solitudine, la sofferenza, la paura, la derisione e la patente ingiustizia di subire la condanna capitale tramite la più estrema e umiliante esecuzione, quella della crocifissione, morte lenta e dolorosissima riservata in genere agli schiavi e a turpi malfattori. Paolo questo messaggio porterà alle genti, a oriente di Gerusalemme e a occidente, fino alla capitale allora riconosciuta universalmente, Roma, lì dove troverà la morte, non come il suo Maestro e Messia ma decapitato, con una morte ritenuta indolore perché istantanea e riservata solo ai cittadini romani e Paolo conservava ancora tale cittadinanza.
Augias in altre sue pubblicazioni, tutte di carattere divulgativo, ha affrontato temi relativi al cristianesimo: Inchiesta su Maria, Inchiesta su Gesù, Inchiesta sul Cristianesimo, Il grande romanzo dei Vangeli, Disputa su Dio e dintorni, Le ultime diciotto ore di Gesù. Un grande impegno, per chi si definisce non credente. Penso, a tal proposito, che qualsiasi confessione religiosa mal si presti ad un approccio di tipo divulgativo che abbia poi la pretesa di soddisfare non solo l’indagine relativa al contesto storico ma anche quella di rimandare a categorie “scientifiche”, sollevando dubbi sulle verità di “fede” e sulla dogmatica e sulla dottrina della chiesa in questione.
Fare le pulci ad ogni singola parola o affermazione dei testi sacri avvertendo i lettori che non vi sono provate testimonianze o che si riscontrano incongruenze nelle datazioni su avvenimenti accaduti da più di duemila anni e mantenere la cifra dell’analisi critica su un esame rigorosamente logico delle asserzioni di Paolo di Tarso, di Gesù o di Giuda significa volere affermare la propria posizione scettica sui temi religiosi, sollevando annose e risapute questioni dibattute per secoli e riproposte ancora con atteggiamento ideologico, visto che le sue pubblicazioni non hanno un taglio teologico. Del resto non potrebbe adottare altro metodo d’indagine chi si dichiara da sempre non credente.

Augias nell’elencare le note caratteriali di Paolo cita in particolare l’esagerata sua passione nel difendere la propria interpretazione del giudaismo alla luce della venuta di Gesù e della sua morte sulla croce. Si concentra nell’analisi del primo concilio tenuto a Gerusalemme fra Giacomo, indicato senza alcuna incertezza come fratello di Gesù e appunto Paolo, ove il primo vuole proseguire nella difesa delle istanze tradizionali dell’ebraismo tendente a mettere al centro del gesto religioso il popolo eletto, e Paolo che considera il cristianesimo la religione dell’intera umanità, a cui è riservata la salvezza e la luce eterna dopo la venuta di Gesù.
Ecco, proprio l’amore verso tutta l’umanità, l’amore vissuto giorno per giorno in tutte le manifestazioni della vita dell’uomo, l’attenzione agli ultimi, ai diversi, ai peccatori, costituiscono la novità fondamentale del cristianesimo e su tale ambito non si può lavorare di cesello o col bilancino, con gli equilibrismi linguistici e con i confronti continui con fonti lontane nel tempo e nello spazio. Qualche esempio: come e quando cadde da cavallo Paolo in viaggio verso Damasco; “Saltano agli occhi le profonde diversità tra i vari resoconti…le varie occasioni non sono del tutto coincidenti e presentano incongruenze anche rispetto alla situazione esistente in tema d’Israele sotto l’oppressione romana”[1] e sulla conversione di Paolo afferma; “si tratta di un’ipotesi sulla quale non esiste alcuna possibilità di verifica. In un’ottica puramente clinica, la crisi sulla via di Damasco può essere avvicinata a un episodio epilettico”.[2]
Ma chi crede nel messaggio evangelico fa entrare quei principi nella sua vita; Gesù condiziona le sue scelte esistenziali, i suoi comportamenti, incide fortemente sulla sua dimensione spirituale permettendogli di cogliere la presenza divina nella sua vita. Poco gli importa se vi siano delle incongruenze storiche o se quel vescovo o quel Papa hanno tradito il loro mandato istituzionale preferendo curare il potere temporale piuttosto che quello spirituale (sacramentale). Si veda, a tal proposito, il capitolo “L’enigma del tradimento” in cui, ancora una volta, si pone il problema del tradimento di Giuda che Gesù, dice Augias, in quanto di natura divina, doveva conoscere ab initio, e dunque sia Giuda che Ponzio Pilato sarebbero funzionali al disegno salvifico. Si manifesta, cioè la pretesa di volere entrare nella logica di Dio, di pretendere di capirla e quindi di giudicarla. In proposito Dante Alighieri nel XXXIII canto del Paradiso, sosteneva che su tale argomento, Dio e la sua sostanza, l’uomo può solamente emettere qualche verso come il neonato che si è appena affacciato alla vita: Omai sarà più corta mia favella, / pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante / che bagni ancor la lingua a la mammella.[3] Per cogliere la Luce divina, una e trina, non serve l’intelligenza del “geomètra”, non la logica umana ma l’intuizione mistica e l’umiltà dei santi. Chi crede non si macera le meningi su dubbi che non ritiene sostanziali per la sua conversione al messaggio evangelico. Ma Augias continua a confondere logica umana e logica divina; “Nessuna logica umana illumina la sequela degli avvenimenti” riferibili alla crocifissione, sostiene lo scrittore. È più obiettiva la tesi di Luca su Giuda per cui i sacerdoti gli promettono una ricompensa o quella di Matteo che sostiene che Giuda andò dai sacerdoti a chiedere quale ricompensa gli avrebbero elargito per il suo tradimento? Si chiede ancora. Francamente mi sembra risibile la questione nel contesto in cui è posta, utile solo per suscitare dubbi nel lettore.
E la stessa esigenza “scientifica” che pretende obiettività dovrebbe scattare innanzi ad interrogativi ancora più stringenti riferiti all’Antico Testamento: Dio ha creato l’universo in sette giorni? Perché così tanti per un Dio che ha l’attributo dell’onnipotenza? Si potrebbe chiosare. E sulle acque del mar Rosso che si ritirano per far passare gli Ebrei in fuga e che si richiudono menando strage dell’esercito del faraone? E ancora altri esempi si potrebbero fare “privi di logica umana”.

Il lavoro di Corrado Augias accompagna la missione di Paolo che annuncia ai popoli la Parola di Gesù allo scopo di convertirli ad una concezione nuova del rapporto uomo-Dio, ma continua a fare capolino il suo scetticismo su tutto ciò in cui la dottrina prevede l’intervento della fede, lì dove mancano prove visibili, constatabili. Paolo annunciava la resurrezione di Gesù dopo il terzo giorno dalla sua morte e Augias così commenta: “Nella sostanza, però, oggi non sono molti i cristiani disposti a credere che davvero i morti risorgano o a impegnarsi in una disputa tutta teologica che non ha riscontri nell’esperienza reale”.[4] I cristiani veri, invece, quelli che sentono il bisogno di andare nella casa del Signore Gesù a nutrirsi del Suo corpo e del Suo sangue, come Etty Hillesum o Edith Stein, come milioni di cristiani, credono alla Resurrezione e lo affermano insieme durante la celebrazione eucaristica nel “Credo”: “…Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, dalla stessa sostanza del Padre…fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo giorno è risuscitato, secondo le Scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre…”.
Certo Augias non crederà ad una sola parola di questa preghiera che è una “professione di fede”, e come tale se la fede non ce l’hai ti sembrerà aria fritta. Ma allora, dico, perché ostinarsi a scegliere tali argomenti per delle pubblicazioni che non aggiungono nulla su questioni che andrebbero lasciate a studiosi, filosofi e teologi, da cui potere attingere riflessioni e analisi che possono aiutare a comprendere la portata storica, culturale, sociale, spirituale della figura di Gesù di Nazareth e dei suoi apostoli? Sarebbe opportuno accostarsi agli scritti del teologo Karl Barth o a Dietrich Bonhoeffer, a Simone Weil, a Joseph Ratzinger, a Carlo Maria Martini, ad Hans Kung, a Pavel Florenskij, al cardinale Gianfranco Ravasi, al teologo Vito Mancuso, affinché un lettore non debba rimanere di stucco leggendo sulla Pasqua questa affermazione: “Sicuramente quella fede non ha molto a che vedere con la Pasqua come viene celebrata, detta Pasqua di resurrezione, è diventata in realtà un festoso rito primaverile, soprattutto gastronomico o turistico”.[5] O su altre affermazioni sull’apostolo Paolo sul quale non lesina chiose sarcastiche concedendo al lettore solo l’interpretazione del teologo protestante Rudolf Bultman secondo cui Gesù è sopravvissuto solo in senso spirituale, o meglio, nel cuore e nella mente dei fedeli, non certo in senso fisico, per poi precisare che “Bultman scrive dopo il 1945, quando si apre l’era di impetuosi progressi della scienza e delle tecnologie…non possiamo più credere ai fanfaroni negli anni del telefono della Tv e della penicillina. Noi oggi possiamo aggiungere: dei viaggi spaziali, della onnipotenza della Rete, dell’Intelligenza Artificiale”. E infine la stoccata finale: “Al grande teologo la resurrezione di un cadavere importa molto meno dell’eterna sopravvivenza di uno spirito sommo nella mente di chi ha raccolto le sue parole”.[6] Un sarcasmo gratuito e inopportuno che contrasta clamorosamente con il suo proverbiale aplomb ed equilibrio nei giudizi quando tratta altri temi. Qui, ai suoi avversari pescati nei millenni passati non risparmia appellativi tranchant: chimere, utopia, favola la resurrezione, seppure “nella sua illusorietà grandiosa”. Cosa aggiungere allora per chiudere questo mio commento poco benevolo sul lavoro del maestro Augias se non un’ultima considerazione sui giornalisti/scrittori che provano a dire la loro opinione, attesa dai tanti estimatori: esprimetevi su tutto, ma lasciate il fatto religioso, la fede in Dio ai diseredati e ai vilipesi; a chi vive sotto i bombardamenti con la moglie e i figli; a chi si dispera perché a metà mese ha finito i soldi e non sa come sbarcare il lunario; a chi vive in terre aride e soffre insieme ai figli la fame. Questa umanità che non trova comprensione nei potenti e in chi vive nel lusso e nell’abbondanza, ha bisogno di credere in Gesù e nella sua Parola; ha bisogno di invocarlo perché, almeno oltre la loro misera vita, possano finalmente trovare pace, conforto, amore. Questa umanità vuole credere nel Risorto e nei suoi miracoli, nonostante la sorte non sia stata benigna con loro, avendone deciso la nascita in una favela brasiliana o nel Sahel, insterilito dalla siccità, o nella striscia di Gaza, senza futuro e senza libertà, o a Scampia sotto il giogo del capo clan che decide del futuro dei ragazzi del quartiere. Per questa umanità e per i credenti in generale l’apostolo Paolo è uno dei più ispirati Padri della Chiesa nonostante i tanti dubbi posti da Corrado Augias.
[1] Corrado Augias, Paolo, l’uomo che inventò il cristianesimo, Edizione Rai libri, Settembre 2023, pag.30
[2] Ibidem, pag. 33
[3] Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto XXXIII del Paradiso, vv. 106-108
[4] C. Augias, op. cit., pag. 91
[5] Ibidem, pag. 92
[6] Ibidem, pag. 102
Francamente non credo che sia stato Paolo ad inventare il Cristianesimo perché senza Cristo Saulo di Tarso sarebbe rimasto tale e quale, ma è pur certo, per quanto mi riguarda, che solo Dio conosce i cuori e sa chi crede veramente e chi crede di credere e farebbe bene a disilludersi di essere cristiano. Rispetto e ammiro Corrado Augias per la sua sincerità, la levatura intellettuale ed il suo impegno civico, ma voglio avere più grande rispetto per la verità. La guerra che Augias fa al Cristianesimo, purtroppo per lui, è persa in partenza perché la Fede non può essere combattuta con le armi della scienza e tanto meno del giornalismo, per quanto sottile e appassionato possa essere. La fede è fede e non ha bisogno né di prove né di dimostrazioni né di miracoli e neanche di testimonianze costringenti o irragionevoli perché è solo la coscienza, nella sua intima intangibile soggettività che la rende possibile. È la coscienza, supremo legislatore della vita di ciascuno, che la realizza con un sì gratuito, cioè libero da qualsivoglia costrizione o condizionamento psicologico e sociale, così come è gratuita la Verità a cui essa si apre e su cui fonda. Né scienza né sapere o volere umano o convenzioni sociali possono generarla e ancor meno contrastarla: “Bella immortal! Benefica Fede ai trionfi avvezza!”, la disse qualcuno.
Ma perché questo Gentiluomo colto, tollerante e democratico, si accanisce tanto contro il Cristianesimo spingendosi ad attaccarne le fondamenta, cioè la resurrezione di Cristo, della quale Paolo dice che “se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede “? Perché egli rigetta come storicamente fondato e certo un evento, quale la resurrezione di Cristo, pur accettando per storicamente certi e credibili tanti altri eventi del passato?
Evidentemente il Cristo risorto e vivo avrebbe una risonanza profonda, critica e sconvolgente, destabilizzante, per tutta la sua esistenza, come, d’altronde, l’ ebbe per Paolo, ribaltandone le certezze ed i valori. D’altra parte, come può Augias, così sicuro e incrollabile nel suo consolidato ateismo battere e ribattere con le sue pubblicazioni su ciò che egli ritiene fantasioso, falso e mistificante? Non tradisce così facendo un’ inquietudine interiore profonda e irrefrenabile, non detta ma altrimenti manifesta, per cui, se per lui la Fede non è davvero problema, farebbe meglio ad investire energie tempo e denaro in più mirabili imprese?
Troppo inchiostro per dirsi troppo serenamente ateo!
In verità, che tanti Cristiani siano stati o siano ancora criminali impenitenti non inficia la verità della resurrezione di Cristo più di quanto la sequela di corrotti e corruttori possa inficiare la verità storica della ricostruzione e del miracolo economico e sociale del Dopoguerra in Italia! D’altronde, i Cristiani non sono peccatori redenti dal sangue di Cristo? Mi sembra che il sole, anche oltre le nubi e la notte più buia continui a brillare. Cristo è risorto ed è veramente, cioè in carne e ossa storicamente risorto, non come memoria del caro estinto nella mente dei suoi. Egli è Vivente in mezzo a noi , Umanità derelitta, anche nella sua Chiesa santa meretrix. Credo che le cose stiano così, per buona pace di Augias: egli si tranquillizzi e stia sereno. Grazie Alfio.
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La mia riflessione non mira ad impedire la libertà di parola dei non credenti. Negherei in questo caso i miei valori di riferimento e la mia visione del mondo. Ho espresso la mia opinione sulle tesi di Augias su una confessione religiosa che, per statuto, prevede verità di fede sulle quali è improprio adottare categorie scientifiche. Credo che il cristianesimo, in tutti i suoi passaggi, necessita del passaggio nella vita concreta di chi lo professa. Tale caratteristica soggettivistica e intimistica le è essenziale, concludendosi poi nella realtà esperienziale del credente che la connota con l'esercizio dell'amore, del perdono, della preghiera. Sul resto si possono fare tutte le indagini, storiche o teologiche.
Ti ringrazio, Daniela, per il tuo commento.
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la visione di Augias, lo ha detto pure lei all’inizio, è quella di un non credente. In quanto tale non può accettare e credere nei dogmi, e perchè non avrebbe il diritto di esprimere la sua opinione, peraltro basata su ricerche storiche, sulla religione? essere non credenti apre a varie ipotesi, tra cui quella di trovare magari un appiglio per poter approssimarsi al pensiero teologico. Chi legge Augias o Odifreddi sa bene che il pensiero verte principalmente sulla razionalità e sulla logica; un pensiero rispettabile come quello che potrebbe avere il suo contrario.
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