Alfio Pelleriti
“Attesa di Dio” è una raccolta di testi composti dalla filosofa e mistica Simone Weil (1909 – 1943) tra il 1941 e il 1942. Venne pubblicato in Francia nel 1950 e nel 1972 in Italia da Rusconi e poi dall’editore Adelphi nel 2008.
Sono lettere e riflessioni inerenti la sua appassionata ricerca di Dio attraverso lo studio degli uomini e delle loro scelte esistenziali; sono le risposte al bisogno di trascendenza cui anela la giovane filosofa. Le sue considerazioni sul cristianesimo sono profonde, commoventi e indicano al lettore quale tesoro scopre il mistico nella divinità trinitaria del cristianesimo e quali risposte trova esaminando la storia dell’uomo e quella della propria vita.

– “I figli di Dio non devono avere quaggiù altra patria se non l’universo stesso, con la totalità delle creature dotate di ragione che esso ha compreso, comprende e comprenderà. Questa è la città natale che ha diritto al nostro amore.”[1]
Ogni parola ha un peso in questa affermazione di Weil. Intanto siamo “figli di Dio”: in quanto “umanità” tutta, non solo i bianchi di etnia anglo sassone o latina o ariana o slava, ecc. “Padre nostro che sei nei cieli…” recitiamo, e dunque Dio, come un Buon Padre ci ama e nessuno dei suoi figli vuole escludere dal suo Amore tra coloro che a Lui guardano e in Lui ripongono ogni speranza. La patria dei suoi figli è l’Universo tutto, lì dove c’è ricchezza e soprattutto lì dove c’è sofferenza e dolore. E questo dovrebbe essere, ora e sempre, il giusto significato del termine “patria”.
– “Coloro che fanno precipitare nella sventura esseri umani non preparati a sopportarla, uccidono delle anime.”[2]
“Precipitare nella sventura” può significare ricorrere alle armi per affermare la sete di dominio su territori che non ci appartengono, portando guerra e distruzione; imporre con la violenza e con il ricatto il desiderio di ricchezza e di potere; approfittare della bonomia altrui o della ingenuità dei semplici per trarli in inganno; mentire, con sadica ipocrisia, essere sleali.
– “Trattare con amore il prossimo colpito dalla sventura è come battezzarlo… chi compie un atto di generosità può agire in quel modo soltanto se con il pensiero si è immedesimato nell’altro. Anche lui, a quel momento, è fatto solo di acqua e di Spirito.”[3]
Sentire compassione per chi soffre significa soffrire con lui ed essergli vicino, amarlo cioè, come Cristo ama noi; significa salvarlo dal bisogno materiale e indicargli soprattutto la strada maestra che porta a Dio. Ma ciò è possibile solo quando Dio è con noi, solo quando ci infonde il suo Spirito. Ecco perché possiamo battezzarlo, perché in chi soffre riconosciamo il volto di Cristo e dare amore a chi viene escluso e messo ai margini significa portarlo a nuova vita, donargli la possibilità di rialzarsi e continuare il suo viaggio nella vita.
– “L’amore per il prossimo è l’amore che scende da Dio verso l’uomo. È anteriore a quello che sale dall’uomo verso Dio. Dio è ansioso di scendere verso gli sventurati, benchè siano amati proprio perché tali, sono semplicemente un’occasione per fare il bene. Bisogna sentire per loro, per la loro condizione inerte, anonima, un amore personale. Ci sono momenti in cui bisogna pensare a Dio dimenticando tutte le creature senza eccezione, come ce ne sono altri in cui guardando le creature non bisogna pensare esplicitamente al creatore…nel vero amore non siamo noi ad amare gli sventurati in Dio, è Dio che li ama in noi. Quando siamo nella sventura, è Dio in noi che ama coloro che ci vogliono bene. La compassione e la gratitudine provengono da Dio, e quando esse vengono donate attraverso uno sguardo, Dio è presente nel punto in cui i due sguardi si incontrano. Lo sventurato e l’altro si amano partendo da Dio, attraverso Dio, ma non per amore di Dio; si amano per amore l’uno dell’altro. E poiché questo amore è qualcosa di impossibile, soltanto Dio può suscitarlo.”[4]

Dio cioè è presente alla nostra vita; Egli si rivela, è con noi, basta solo che alziamo lo sguardo amorevole verso chi non ha nulla ed è solo ed è deriso e ci chiede un “obolo” d’affetto. E se rispondiamo sì allo sventurato, Dio si compiace, ci sorride, ci riscalda e ci nutre col Suo Spirito. Dio lo si trova nella strada più che nella chiesa affollata e in festa. È importante la riflessione di Weil su Dio che “si sostanzia” quando tendiamo la mano caritatevole o quando parliamo a chi viene ritenuto non degno di attenzioni. In quei momenti Dio è presente e ispira il nostro linguaggio; ed è Dio che ama attraverso noi. Ecco perché sono importanti ed essenziali le relazioni.
– “La fatica eccessiva, l’assillante preoccupazione del denaro, la mancanza di vera cultura impediscono ad essi (poveri in spirito) di accorgersene… è straziante vedere come in molti casi sarebbe facile per gli uomini procurare un tesoro ai loro simili, e come essi lascino passare i secoli senza darsene pensiero.”[5]
Il vero peccato consiste nello sprecare il nostro tempo inseguendo quel che viene dal nostro egoismo e dagli idoli che ci siamo costruiti: la ricchezza, la vanagloria, la ricerca del piacere, il desiderio di primeggiare sugli altri. Spesso si ribaltano i termini dell’essere moralmente corretto e chi possiede denaro perché lavora senza tregua (ci si può annullare e alienare nel lavoro) viene considerato un giusto anziché uno stolto.
– “L’amicizia è unione di contrari e armonia soprannaturale.”
E allora penso alla mia disfatta in questo campo. Sei tu la mia amica, cara Simone. Sei un mio riferimento e una certezza; sei un esempio di dirittura morale a cui penso quando la malinconia mi attanaglia il cuore. Quando l’amicizia è amore per l’altro si può percepire un canto armonioso nel cogliere nell’istante l’eternità e il senso profondo della vita.
– “L’amore non può essere disgiunto dal pudore. La vera fede implica una grande discrezione anche nei confronti di se stessi. È un segreto tra Dio e noi, dal quale noi stessi rimaniamo quasi del tutto esclusi.”[6]

Amare senza vantarsene, quasi in segreto, dice Simone. Cioè, se tu sei certo che nell’atto d’amore opera in te Dio tieni ben custodita tale verità e non farne argomento di conversazione per mettere in mostra la tua “originalità”, titillando il tuo orgoglio e il tuo egoismo. Rispettare Dio significa essere discreto e stare sempre un passo indietro rispetto al protagonista divino. Prudenza e pudore quando si parla di Dio.
– “Gli esseri più puri sono i più esposti alla sventura.”
Sì, penso anch’io che sia così. Ma la sofferenza avvicina a Cristo e si capisce il Suo dolore, la Sua sofferenza, soprattutto quando ci si trova nell’angoscia della solitudine e nel dolore dell’abbandono. Tale vicinanza a Cristo permette di capire il senso della vita e dunque la necessità e la gioia di praticare il Bene.
– “L’amicizia è il miracolo per il quale un uomo accetta di guardare da lontano e senza accostarsi, un essere che gli è necessario quanto il nutrimento. È la forza d’animo che non ebbe Eva.”[7]
Si afferma in questo passaggio la necessità dell’amicizia per la realizzazione piena dell’uomo. Io, dunque, sono la rappresentazione plastica di un completo fallimento: sono solo infatti e soffro l’indifferenza e il silenzio degli altri. Ma bisogna smettere di pensare come un adolescente che vuole vivere l’amicizia solo con il contatto e la vicinanza. “Guardare da lontano e senza accostarsi” continuando ad amare chi risponde con l’indifferenza e col silenzio rappresenta il fondamento essenziale per attuare tale imperativo, che viene dalla fede in Dio, dalla preghiera e dal perdono.
– “L’amicizia pura racchiude, come la carità verso il prossimo, qualcosa di simile a un sacramento. Forse Cristo ha voluto indicare proprio questo e definire l’amicizia cristiana quando ha detto: ‘allorché due o tre di voi saranno riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo a loro’”[8]
Simone Weil dà finalmente risposta ai miei dubbi. Se in un rapporto che vuole essere d’amicizia non scatta la sacralità dell’amore disinteressato cioè non soggetto alla necessità, allora quell’amicizia, tradita, si trasforma in odio. “Talvolta l’affetto si trasforma interamente in odio e in disgusto e la trasformazione è quasi immediata… ciò si verifica quando la necessità viene messa a nudo quasi subito. Quando la necessità che lega gli esseri umani non è di natura affettiva, quando dipende soltanto dalle circostanze, l’ostilità sorge fin dall’inizio.”[9]
– “Mettere in dubbio che Dio sia la sola cosa che meriti di essere amata e distoglierne lo sguardo è un delitto di tradimento già prima di una tale rivoluzione, e tanto più dopo.”[10]

Concordo con quanto afferma Simone, poiché credo che ogni uomo nel corso della sua vita sia stato attraversato dalla brezza soave della presenza di Dio, in tante occasioni, non necessariamente in chiesa alla lettura del Vangelo o ammirando gli affreschi di Giotto nella Basilica di Assisi o nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Quel sentimento di gioia che ti ha riempito il cuore quando hai accarezzato la guancia di quella ragazza di cui eri ardentemente innamorato, diventata poi tua moglie, l’hai assaporato e gli hai dato il nome di felicità, alzando lo sguardo in alto verso il cielo. Tutti abbiamo sentito il passaggio di Dio nella nostra vita quando abbiamo superato un momento critico per noi, per i nostri figli, per il nostro partner e per rimanere ostinatamente fedeli alla nostra posizione di “non-cristiani” abbiamo sussurrato un semplice “grazie”. Non possiamo girarGli le spalle dopo che Lui ha cambiato la nostra vita e quella dell’intera Umanità lasciando in eredità a tutti gli uomini la Via, la Verità e la Vita, sconfiggendo la morte con l’Amore, la disperazione e il dolore con la promessa della vita eterna.
– “Si ha un miracolo al quadrato quando un’anima riceve l’impressione di una bellezza non sensibile, come quella che si riceve nel momento in cui si percepisce un canto.”[11]
Solo i santi riescono ad avere la visione di Dio; solo i mistici, nella loro beatitudine percepiscono la sublimità dell’invisibile ascoltandone la soavità della sua voce; essi vivono e assaporano già il Paradiso.
[1] Simone Weil, Attesa di Dio, Editore Adhelphi, 2008, pag. 50
[2] Ibidem, pag.65
[3] Ibidem, pag. 80
[4] Ibidem, pp- 82-83
[5] Ibidem, pag. 94
[6] Ibidem, pag. 111
[7] Ibidem, pag. 114
[8] Ibidem, pag. 116
[9] Ibidem, pag. 115
[10] Ibidem, pag. 118
[11] Ibidem, pag. 121
Un sentito e compiaciuto grazie a Santina Costanzo per l’affettuosa attenzione rivolta alla mia presenza. Mi auguro che la nostra attiva partecipazione possa coinvolgere anche altri amici nelle simpatiche e diligenti sollecitazioni del prof. Pelleriti che, credo, siano utili a tutti. Cooperiamo al servizio di questo nostro Paese. Grazie, Santina.
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Ricevo e volentieri pubblico il commento all’articolo di Santina Costanzo, che ringrazio per la stima e l’attenzione che dedica a “Liberopensiero”:
Seguo da anni ormai, il tuo sito, sempre stimolante per tutti gli argomenti che proponi con immutato fervore, oltre che con stima e affetto, ma vorrei fare arrivare i complimenti anche al prof Neri per la ” presenza” dei commenti che lasciano trapelare sentimenti di solidarietà e amicizia, in un tempo ( il nostro!) in cui primeggiano tanti aspetti negativi, trovare empatia e disponibilità, consola e conforta…
San Paolo, in una lettera ai Romani, confessava con profondo dolore e rammarico la sua fragilità umana: ” So bene che in me non abita il bene: perché c’è il desiderio del bene ma non la capacità di attuarlo, faccio il male che detesto e non il bene che vorrei”.
Eterna battaglia: esige umiltà e mitezza oltre che perseveranza, per divenire preghiera come nostro pane quotidiano!
Santina Costanzo
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In questo scorcio di fine anno che precede di poco novembre, il mese dei Santi e dei Morti, il prof Pelleriti non demorde, anzi intensifica la presa per sbalzarci ancora più lontano e in alto di dove ci ha condotti finora, più in profondità e a terra di dove ci ha accompagnati alla “ricerca del senso della vita”.
La sua meditazione sulla filosofa, mistica e militante Simone Weil è soprattutto una discreta, franca e leale confessione che ci richiama a compiere un coraggioso esame di coscienza davanti a quel che resta della nostra Umanità e, se vogliamo, davanti all’ Onnipotente.
Attraverso le grandi idee di Dio, Patria, amore, amicizia, fallimento morale, compassione, gratitudine, perdono, bellezza, la meditazione si snoda mettendo in fermentazione i pensieri della Weil per farne lievito proficuo e benefico della nostra esistenza quotidiana.
Ma quale il filo conduttore di questa meditazione e i suoi momenti cruciali?
Credo che il filo che unifichi il tutto sia costituito dal sentimento di accorata pietà verso sé stessi e verso gli altri per il rispetto adorante che si deve alla paternità universale di Dio; verso un’ Umanità comunque sofferente, o perché tormentata dalla volontà di potenza, insaziabile e inquieta, o perché vittima innocente di chi agisce da carnefice subdolamente spinto da quella volontà omicida.
L’amore impossibile tra uomini – carnefici e uomini – vittima diviene, nella comune paternità divina, per il sacrificio cruento di Cristo, possibile e reale con la compassione soccorrevole verso gli ultimi, gli sventurati, i reietti anonimi, ma anche, direi anzitutto, verso chi ci è prossimo più prossimo, che conosciamo immediatamente, con cui conviviamo.
Quest’ ultimo caso è quello in cui più facilmente abbonda il peccato ed in cui, se crediamo, dovrebbe sovrabbondare la Grazia, così da rendere superabile il dramma dell’ amore impossibile nell’ amicizia quale unione dei contrari ed armonia universale.
Pro Veritate diligo adversa, direbbe Carlo Maria Martini.
Chi può promuovere e compiere tale armonia soprannaturale?
Non l’ uomo da solo, bloccato nelle sue fragilità, nell’ abbandono e nella solitudine del suo narcisismo rancoroso, rimuginante odio e disgusto, ma la Grazia discreta dello Spirito Santo che come brezza rigenerante venga accolta e lasciata operare nell’ uomo nuovo che non viva più per sé ma in Cristo viva per gli altri.
Nelle parole di Simone Weil si coglie il travaglio dell’ intellettuale credente non integralista e nella recensione – confessione di Pelleriti si coglie il travaglio, anch’ esso drammatico, della nostra comune esistenza quotidiana troppo spesso ottenebrata dall’ indifferenza e dalle meschinità onnipervasive delle relazioni sociali, delle nostre strade e piazze, delle amicizie tradite, perfino delle nostre comunità parrocchiali e delle nostre famiglie.
Al dramma si può rispondere con la Carità che tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, tutto perdona, come diceva Paolo di Tarso, facendosi “agnelli”, e non lupi.
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