Vitaliano Brancati, “Paolo il caldo”: un’analisi critica della borghesia siciliana

Alfio Pelleriti

“Paolo il caldo” è l’ultimo romanzo di Vitaliano Brancati, dato alle stampe nel 1954 nonostante mancasse ancora di altri due capitoli, pubblicato con una nota finale dell’autore che ne condensava il contenuto, quasi a presagire l’infausto esito della malattia che l’aveva colpito e che l’avrebbe condotto alla morte il 25 settembre dello stesso anno a Torino, dove aveva scelto di tentare l’intervento chirurgico, affidandosi alle mani esperte del miglior chirurgo per quei tempi, il prof. Dogliotti. Gli andò male: il suo cuore non resse all’anestesia.

Giancarlo Giannini nel film “Paolo il caldo”

Il mio libro è un’edizione degli Oscar Mondadori 2001, con una introduzione di Antonio Di Grado che consiglierei di saltare o rimandarne la lettura (così come ho fatto io) alla conclusione del romanzo per non condizionare lo stato d’animo di chi si accinge a condurre un viaggio entusiasmante e denso di incognite stimolanti per ogni lettore che voglia trovare elementi ulteriori sul senso della vita in generale e sulla sua in particolare. La nota critica del prof. Di Grado l’ho trovata supponente e fredda nell’analisi, come può esserlo un verbale di un burocrate della pubblica amministrazione; una struttura linguistica barocca e arzigogolata (“esornativa” per usare l’aggettivo del professore), stucchevole con il suo ricercato motteggiare in francese come usava nei salotti ottocenteschi delle nobildonne romane o fiorentine; un periodare altezzoso e inflessibile nei giudizi su Brancati, dall’alto di un accademismo che “basta a se stesso”, infarcito di rimandi letterari e parallelismi azzardati, seppure cogenti, come suole esprimerli l’accademico di razza a cui si indirizzerebbe volentieri il popolano “Ma parla come mangi!” … se “mangia”, il professore o, come altri suoi esimi colleghi, suole attingere, come le divinità, soltanto all’olimpico nettare.

Il romanzo presenta un incipit poetico degno della migliore prosodia di fine Ottocento, aperta alle innovazioni ma attenta a conservare la peculiarità dell’arte: la libertà di chi cerca di rispondere agli stimoli del suo Io, del suo vissuto, dei suoi sogni e delle sue “romanticherie”, senza imposizioni di capipopolo o di “maitres a penser” di questa o di quella scuola. Chi crea non vuole essere intruppato, né sopporta schemi o canoni dentro i quali inserire il proprio pensiero, la propria personale forma espressiva, afferma Brancati nel primo capitolo che gli serve per introdurre la vicenda del suo alter ego, Paolo Castorini, protagonista del romanzo. Quando tanti seguivano il neorealismo del Politecnico piegandosi alle scelte di Vittorini, egli seguì soltanto ciò che pensava fosse meritevole di approfondimento con le modalità espressive che ritenne più consone alla sua personalità: “Voterò per gli altri, ma conserverò tutti i diritti sulle mie sensazioni, i miei sentimenti, i miei ricordi e le mie immaginazioni.[1] E Brancati che nel 1924 aveva chiesto la tessera del partito fascista e negli anni ’30 aveva pubblicato suoi lavori su una rivista fascistissima, “Quadrivio” di Telesio Interlandi, e che avrebbe poi ripudiato questi suoi scritti giovanili, sostiene con forza: “Riconosco l’ingiustizia dello sfruttamento dell’uomo, il mio voto è per chi la cancella, ma le eterne sensazioni dell’amore, della cattiva o della buona salute, dell’ozio, del dubbio, della vita non più vissuta ma contemplata…non mi rassegno a perderle nemmeno per un minuto… Il sociale nell’arte è come l’acqua sul fuoco, e in tutta la vita intima, si deve al sociale se oggi parecchie persone sono grette, aride, capaci di uccidere e di fare la spia.[2]

Vitaliano Brancati

Leggendo le prime pagine dedicate alle sue esperienze giovanili a Catania e all’idea che aveva maturato sulla sicilianità, a buon titolo credo si possa inserire Brancati tra gli scrittori che hanno contribuito a fare chiarezza sulle peculiarità caratteriali del popolo siciliano, ponendolo insieme a Verga, De Roberto, Sciascia, Tomasi di Lampedusa, avvertendo vicine al mio sentire le sue considerazioni sull’uomo come non mi è mai successo con le mie precedenti letture. Una sintonia del resto già percepita leggendo “Gli anni perduti”. Tuttavia qui i suoi giudizi sembrano meditati e definitivi, anche se più complessi, con i rimandi ad aspetti filosofici e religiosi oltre che sociali e psicologici. I primi capitoli sembrano assumere i caratteri di un trattato antropologico sulla sicilianità che fa chiarezza sugli elementi comuni di un popolo che con orgoglio rivendica la sua insularità autocelebrandosi perfino per le sue contraddizioni e per i suoi limiti, per la facilità con cui in esso coesistono elementi che naturalmente, logicamente, non dovrebbero stare insieme, un popolo che si ritrova accomunato da un identico impulso: “quello che dà al siciliano un fremito che lo ricongiunge ai più lontani antenati, il fremito del gregge all’avvicinarsi del lupo, o del pollaio al calare lento del nibbio, l’impulso sacro per le lotte che ha suscitato e la volontà morale che ha dovuto svegliare nei casi in cui è stato sconfitto, è la lussuria.[3]

Dal secondo capitolo ha inizio la narrazione della vicenda di Paolo Castorini, del barone Paolo, suo nonno; dello zio Edmondo; di Michele, suo padre; di Marietta, sua madre. Tutti i componenti della potente famiglia catanese hanno in comune una sensualità fuori dal comune e la ricerca del piacere diventa in loro senso di dominio sulla realtà circostante, di cui le donne sono le prede ambite.

Fa eccezione Michele, padre di Paolo, che conduce una vita normale, quasi in ombra, schivo, malaticcio, amante delle buone letture, l’unico che mostrerà al figlio la possibilità di trarre soddisfazione dalla vita anche rinunciando al piacere fisico, indirizzando i propri interessi alla lettura e alla ricerca del Vero. A tal proposito degna di nota la sequenza in cui si svolge l’incontro tra padre e figlio, nel momento in cui Michele è sul letto di morte vinto da una grave malattia. Egli tuttavia trova la forza di condurre il dialogo quasi a voler lasciare un testamento morale al figlio, sottolineando la propria diversità quanto a visione del mondo rispetto al padre, al fratello, allo stesso Paolo, suo figlio. L’una cupa ma attenta a cogliere della realtà ogni pulsare, attingendo soprattutto alla ragione per capire le meraviglie in cui era nato e l’altra, quella dei suoi parenti, così reattivi alle necessità della carne e alla soddisfazione dei sensi, intenti instancabilmente, ossessivamente a cercare il piacere.

E Brancati accompagna il suo eroe, Paolo, nelle prime esperienze che lo condurranno a cogliere luci e ombre, morte e vita, gioia e disperazione nel popolo siciliano, come in questo poetico passaggio su Giovanna, la giovane serva di casa Castorini, presentata con alcune pennellate, sufficienti tuttavia a capire la silenziosa tragica vita dei miserabili che non contavano nulla per i notabili: “Dopo di lui, lenta, senza lacrime, incurante di essere sorpresa, uscì Giovanna. Un essere penosamente oscuro, come se a vent’anni, ella avesse speso tutti i diritti a rivedere la luce del giorno che le spettavano in una lunga esistenza, e ora le rimanesse davanti una serie interminabile di notti, saldamente attaccate l’una all’altra, senza un filo d’alba… si buttò nel pozzo. Fu subito ripescata, e dopo due giorni d’incoscienza, una vita priva di sapore rifluì nel suo corpo. Con la stessa inerte semplicità con cui s’era buttata nel pozzo, continuò a vivere.”[4]

Brancati, con sapiente, magica alchimia, mette insieme il dolce e l’amaro, la gioia dell’essere al mondo e la cupezza del mal di vivere, la sensualità del giovane Paolo e la melanconia di Michele. Penso che quest’ultimo lavoro dello scrittore catanese sia il tentativo di mettere al centro, come protagonista, la Sicilia e la sua gente, di cui ne divengono metafora i personaggi principali, ognuno rappresentandone una caratteristica. Certamente Paolo ne incarna la sensualità, espressa in un bisogno spasmodico di amare e di essere amato, ma anche in lui come negli altri personaggi è presente la necessità di diventare “isola”, che si estrinseca nel bisogno di dimostrare, a se stessi e agli altri, l’unicità della propria personalità, in un fanciullesco sentirsi eroe per vincere una battaglia in una guerra incessante con tutti gli altri uomini. Ognuno, dunque, diventa una “monade senza finestra”, fiero di essere sè stesso nel momento della “vittoria” anche se, subito dopo, avverte la spinta all’autodistruzione, e un desiderio di morte si sostituisce a quello di amare. In Michele prevale tale sentimento, spinto fino al gesto estremo del suicidio, unico strumento per comunicare agli altri che anche lui esisteva, e per condurre tutti, il padre, il fratello, la moglie e il figlio al suo cospetto, indicando loro che può anche esserci un modo diverso di vivere, che quello di rimpinzarsi di cibo, di sesso, di risate sguaiate, di voluttà, di vuoto egoismo. Michele la sua verità la grida al figlio poco prima di morire quasi in un tentativo estremo di “salvarlo” da quel mondo ingiusto votato all’edonismo più bieco: “La felicità, in questa famiglia, avrei potuto averla soltanto io, perché la felicità è la ragione… Vi avrei insegnato anche a pensare, a meditare su voi stessi, ad accorgervi di mille cose che vi sfilano sotto il naso come spettri che vedo soltanto io. Per esempio la condizione miserabile in cui tenete tutti i vostri sottoposti… Tuo nonno crede naturali tutte le cose che tornano a suo vantaggio… e tuo zio non è diverso… e nemmeno tu sarai diverso, mio caro Paolo… la carne! ecco la vostra meta. Tuo nonno, quando va a visitare i poderi di Lentini, diventa verde di dolore se vede dieci arance buttate giù dal vento, ma scherza allegramente sul suo mezzadro che cammina ad angolo retto, colla testa all’altezza del sedere, appesa all’estremità del dorso, come una lanterna all’estremità di una trave.”[5]

La parte centrale del romanzo, dedicata al soggiorno romano di Paolo e alle sue avventure amorose, oltre che agli incontri con rappresentanti del mondo alto borghese ed intellettuale, mi è sembrata eccessiva, esondante. Brancati ha voluto presentare di Paolo oltre che la sua sensualità anche il suo aspetto lussurioso che sfocia nella spasmodica ricerca del piacere; nel godere passando attraverso numerose conquiste come un cacciatore talentuoso ma alle prime esperienze venatorie che si eccita nell’uccidere tante prede, non percependo il piacere sottile della strategia intelligente, della tattica da mettere in atto con sacrificio per avere ragione dell’istinto delle sue vittime, pur dotate di forza, agilità, velocità a lui superiori. In questo caso le prede di Paolo sono donne, popolane, borghesi, intellettuali o sempliciotte, libere o maritate, tutte da conquistare e sacrificare sull’altare del suo inappagabile piacere; sono donne percepite da Paolo come esseri votati all’accoppiamento con un maschio dominante che sa affermarsi sui rivali, non distratto da altri interessi che non sia quello di prevalere sui rivali per dominare sul branco. È una discesa agli inferi quella di Paolo, guidato dallo scrittore attraverso il regno dell’istinto, strumento del peccato e dell’abbrutimento, che diventa anche una ricerca sull’uomo e sulla comunità sociale dove egli è nato e di cui porta i segni caratteriali, formatisi nei secoli, e di cui lo zio Edmondo è un tipico rappresentante: “La cosa più bella della vita è non far nulla. E libertà significa poter vivere senza far nulla. Questa è la vera libertà. Il resto è menzogne dei moralisti. Si sono messi tutti d’accordo, possidenti, preti, generali e comunisti che ai popoli bisogna raccontare che il lavoro nobilita la vita, e ai soldati che morire è bello… bello è vivere e non morire, bello è disporre a completo piacimento della propria giornata e non lavorare. Un uomo morto, per qualunque ragione sia morto, è una carogna che puzza, e un uomo che lavora è uno schiavo.”[6]

Anche Brancati, come Tomasi di Lampedusa o Sciascia, pone degli interrogativi esistenziali sulla natura supponente e superba dei siciliani che reputano sé stessi divinità autosufficienti che l’hanno vinta anche sul tempo e sul destino o sulle velleità democratiche dei “villani” e dei “servi” loro subalterni.

Brancati denuda il suo protagonista, strato dopo strato, fino a renderlo trasparente e vuoto, senza più traccia di umanità, nella sua affannosa ricerca di affermare il proprio Ego attraverso l’appropriazione dei corpi delle donne di altri o nello stuzzicare diabolicamente gli istinti più bassi di donne da lui considerate solo “carne”, materia dove la bellezza non risplende come luce dell’anima ma come strumento d’attrazione per il maschio vorace e feroce che in Paolo aveva fatto strame della spiritualità e della ragione. A Domenico Pinsuto, con cui spesso s’accompagnava a Roma, così Paolo rispondeva a una precisa domanda dell’amico: “Ma lei perché dedica la sua vita esclusivamente alle donne?”.

“perché non c’è altra felicità a questo mondo!” rispondeva Paolo. “Arte, scienza, lavoro: tutte sciocchezze, mi creda. Politica, commercio: sciocchezze!… Entrare per la prima volta nell’intimità di una donna: ecco un momento sublime. Non ce n’è altri!”[7]

Solo al ritorno in Sicilia, di fronte alla follia e alla disperazione che si erano impadronite della madre e dello zio Edmondo (che aveva preso il posto del fratello dopo la sua morte), Paolo ripenserà al padre e al suo desiderio di conoscere il mondo, di sperimentare la gioia sottile della compassione e della solidarietà, nella convinzione che ogni comunità sociale dovesse cercare di vivere rispettando la dignità di ogni suo componente. Michele era un idealista e un filosofo e come tale non si vantava, anzi era umile e prudente nella sua ricerca del Giusto e del Vero. Ma era solo purtroppo. Solo, anche all’interno della sua famiglia: sopportato dalla moglie e dai suoi figli. Non amato insomma da alcuno, e dunque, ritenne vana la sua vita. Ecco, Paolo, col suo ritorno a Catania dopo quindici anni di permanenza a Roma, riprende una riflessione su se stesso e sulla sua vita che aveva cominciato proprio davanti al letto di morte del padre, e anche lui vorrebbe risalire da quel pozzo buio e senza fondo dov’era precipitato per poter distinguere, come il padre, i luccichii banali e le soddisfazioni effimere dei sensi dalla felicità duratura che viene dalla consapevolezza di essere uomini limitati, soggetti a continue cadute, spesso improvvidi nelle scelte, pronti a tradire gli ideali più nobili suggeriti dalla coscienza morale e dalla ragione, o dalla fede in Dio, se credenti.

Paolo sente cioè il bisogno di cogliere l’eternità nella sua vita, facendo riferimento ai valori che conducono l’uomo ad una dimensione spirituale, assumendo la responsabilità di esercitare il pensiero per progettare e tentare di realizzare percorsi capaci di avvicinare l’umanità alla libertà, alla giustizia, alla solidarietà e alla pace. “Egli credeva di percepire, in taluni estremi di lucidità, la parte di sé stesso che s’immedesimava con l’eterno, e nella quale la parola io si disegnava con un’ombra di D davanti… l’importante è che io possa affinare il sentimento della vita.”[8]

Una rigenerazione quella di Paolo e un bagno di realismo proprio nella sua Sicilia dove osservava, finalmente con spirito libero e mente serena, lo avevano condizionato e obbligato a guardare il mondo come ad una terra da conquistare con la pervicacia e la violenza di un narcisismo mai pago. Una conversione spirituale intima, profonda che gli consente di percepire quella stessa realtà con tutti i limiti e le oscurità culturali proprie dell’arroganza dei potenti, presenti ancora nel vecchio Edmondo: “Sai chi odio di più io? Quei liberali, quei democratici, quei socialdemocratici, quei repubblicani che non vogliono unirsi ai monarchici e ai fascisti per dare la caccia ai comunisti.”[9]

E infine la terza parte del romanzo, lì dove concretamente Paolo deve dimostrare a sè stesso di avere superato quel suo giovanile approccio alla vita improntato ad estremo narcisismo durante il quale aveva messo tra parentesi ogni valore morale, ogni esercizio intellettuale, ogni tentativo di elevazione spirituale. Tuttavia tale presa di coscienza non gli varrà una facile “guarigione”. Il matrimonio con la bella, intelligente, sensibile Caterina non gli regalerà una vita serena. I tormenti anzi si aggraveranno mettendo in crisi il rapporto con la giovane moglie che lo lascerà a Roma, dove si erano trasferiti, per tornare a Catania e riprendere il lavoro nella farmacia di famiglia. L’amico, il pittore Pinsuto, gli starà vicino ma neanche con lui troverà l’auspicata pace; rifiuterà il suo consiglio di iniziare una psicoterapia, manifestando uno scetticismo radicale nei confronti della psicoanalisi; né lo convincerà il progetto politico socialista e progressista dell’amica Ester, che lo accusa di snobismo conservatore e di ipocrisia pseudo religiosa.

Il romanzo non fu completato da Brancati che, con una nota, ricorda al lettore che mancano alla conclusione due capitoli con i quali si sarebbe presentata la completa disfatta di Paolo, respinto da Caterina, la quale non sarebbe più rientrata a Roma. Paolo sarebbe entrato in una depressione che lo avrebbe condotto a darsi ancora a rapporti carnali con donne fino ad un auto annullamento e alla follia.

Paolo e Pinsuto, il pittore.
Paolo si confessa

[1] Vitaliano Brancat, Paolo il caldo, Oscar Mondadori, Milano 2001, pag. 7

[2] Ibidem, pag. 8

[3] Ibidem, pag. 14

[4] Ibidem, pag. 46

[5] Ibidem, pag. 73

[6] Ibidem, pag. 110/111

[7] Ibidem, pag. 178

[8] Ibidem, pagg. 223/224

[9] Ibidem, pag. 239


2 risposte a "Vitaliano Brancati, “Paolo il caldo”: un’analisi critica della borghesia siciliana"

  1. Il tuo commento, Salvatore, completa e arricchisce insieme la recensione a “Paolo il caldo”. Dunque ti ringrazio per l’attenzione che concedi al sito LiberoPensiero, e complimenti per le tue profonde analisi sui temi che si focalizzano con le recensioni.

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  2. Riceviamo e pubblichiamo volentieri il commento del professor Salvatore Neri:
    La recensione a Paolo il caldo del Brancati che il prof. Pelleriti ha pubblicato svolgendone una disamina tanto densa quanto articolata, chiara, precisa, illuminata sui molti aspetti dell’opera ( psicologici, morali, sociali, filosofici ecc.), mi è stata preziosa per gli spunti di riflessione che mi ha offerto in quanto alla ricerca del senso della vita, all’educazione sentimentale, in particolare dei siciliani, all’analisi critica, come lo stesso recensore vuole, della borghesia siciliana.
    E’ evidente che nella problematica di Paolo Castorini, protagonista del romanzo, si rispecchi lo stesso Brancati, rivivendone le stesse inquietudini giovanili, gli slanci sensuali, le passionalità narcisistiche egocentrate, ma il tutto anche turbato dal senso di noia, vuoto, nausea, insoddisfazione e dall’ansia della ricerca spasmodica di un ancoraggio profondo, sicuro, vero, autentico, si direbbe inamovibile ed eterno.
    Ecco che io credo che tanti giovani e meno giovani, anche adulti, ai giorni nostri non sono estranei a tale suddetta ricerca o, pur senza saperlo, la compiono nell’incertezza del dubbio e nell’insicurezza delle umane fragilità dovute a ignoranza, a oscura consapevolezza, addirittura attraverso sofferte e dolorose esperienze di vita.
    Per ogni uomo e per ogni donna, infatti, trovare il “senso” della propria vita è illuminarne le tenebre e rettificarne le contraddizioni, chiarificarla alla luce di una coscienza personale speculare di valori universalmente condivisibili.
    Ma è proprio qui il punto. Come si caratterizza in Paolo il caldo tale ricerca del “senso” ?
    Senz’altro nel dibattersi drammatico delle compulsioni sensuali erotiche, carnali, in doloroso conflitto con le più pure, alte e caste aspirazioni dello spirito evocate dal padre Michele e fatte proprie fino ad anelare alla conversione, alla ragione e a Dio, dopo il terribile bagno dell’insignificanza, dell’angoscia e dell’autodistruzione.
    Tale conflittualità tra pulsioni e imperativi morali rimane irrisolta e alla fine soffocata tristemente dalla melanconia depressiva che porta alla follia e alla morte, come annunciato nell’epilogo del romanzo mai consegnato ma sostanzialmente concluso.
    Prototipo di un’educazione sentimentale patriarcale autoritaria, sessista, maschilista, fortemente incline al dominio manipolatorio e oggettivante della donna, Paolo “il caldo” è figlio del suo tempo, della sua terra, della tracotante e violenta borghesia siciliana, apparentemente signorile e raffinata, in realtà gretta, bigotta, disumana e affatto priva di rispetto dell’altrui persona, financo familiare e già ferita dalla vita, proprio perché l’esprit de geometrie del calcolo monetario ed edonistico raramente è controbilanciato dall’esprit de finesse che inclina all’empatia e alla compassione, anzitutto alla pietas come sacro rispetto dell’“altro”.
    La vittima privilegiata di tale educazione sentimentale è perciò la donna, ma la prima inconsapevole vittima è lo stesso carnefice che nella propria carne e più ancora nello spirito patisce i contraccolpi del veleno letale che egli stesso produce di generazione in generazione.
    L’ideale del “maschio” conquistatore e dominatore, “ sciupafemmine”, ispira ogni sentire di Paolo, le sensazioni, le emozioni, le pulsioni che erompendo in incontrollata propulsione travolgono in lui ogni residuo di umana dignità fino all’autodistruzione.
    Quest’educazione sentimentale, purtroppo, è ancora oggi coltivata e viva in Sicilia come attestano numerosi episodi di intolleranza e maltrattamenti di genere, malcelati, sopportati in silenzio o manifesti e denunciati, sia verso donne, mogli, conviventi, fidanzate, semplici ragazze, sia verso persone LGBTQ perseguitate nella stessa cerchia familiare e nel contesto sociale siciliano perché è il “macho” il modello prevalente di successo dell’uomo come quello della “femmina da letto” è il modello della donna, sottomessa in tutti i sensi.
    Scuola, chiesa, agenzie formative, purtroppo, non osano scalfire, men che attaccare, tali suddetti modelli dominanti, pur essendo esse deputate a compiti intenzionali e organizzati di alfabetizzazione sentimentale consapevole e culturalmente adeguata.
    Può la borghesia siciliana emanciparsi dal retaggio autoritario e maschilista del passato patriarcale contadino, pastorale, artigianale fondamentalmente individualista, drogato peraltro dai fumi del mercato che tutto monetizza e riduce a calcolo e a “carne” oggettivata?
    Quali margini di pluralismo culturale e di affinamento spirituale, di ascesi dell’anima, essa borghesia può offrire che non siano le rarità preziose di Biagio Conte, Rosario Livatino, Franco Battiato, Franca Viola, e pochi altri?
    La lezione- confessione del Brancati rimane ancora attuale come ancora irrisolte rimangono le istanze da essa poste che aspettano una risposta. Illuminante e proficua perciò la rilettura del testo che il prof. Pelleriti ci ha proposto, ancor più perché si presta ad ulteriori approfondimenti sulla dinamica psicologica, relazionale e valoriale sottesa alle vicende esistenziali sia di Paolo il caldo che del Bell’Antonio, altro romanzo complementare.
    In Paolo il caldo domina ed agisce il sentimento o la passione?
    Se il sentimento è, come in effetti deve essere, una risonanza affettiva meno intensa della passione e più duratura dell’emozione, nel protagonista del romanzo esso appare decisamente in subordine, se non marginale, rispetto alla passione, poiché quest’ultima risonanza affettiva è così forte, continua, pressante e travolgente da sconvolgere e distruggere la stessa esistenza di chi la nutre e delle sue stesse vittime: Paolo Castorini non è un semplice amante, bensì un amante passionale che soffre e fa soffrire. Lo stesso Antonio Magnano, ne Il Bell’Antonio, è vittima del contesto sociale maschilista in cui la dignità della persona si commisura in base alla capacità di prestazione sessuale, di gallismo o, comunque, di soddisfazione del desiderio della donna, per cui la passione erotica sovrasta e comprime ogni sentimento.
    Pascal diceva che “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce” per rivendicare la potenza conoscitiva del sentimento, un suo modo specifico di conoscere, apprendere, acquisire, di atteggiarsi di fronte a uno stato emotivo e, quindi, di elaborarne le dinamiche e le reazioni.
    Ma è l’emozione a scattare per un legame causale con l’evento consumandone in breve l’effetto, il sentimento è invece aperto al valore dell’evento sublimandone la portata, il significato, l’estensione oltre l’istante, al di là della sensazione immediata, superando l’hic et nunc della provvisorietà e della contingenza per approdare ai confini dell’eternità.
    Il cuore di Paolo non si ferma certo all’emozione, ma neanche indugia a curare e a coltivare sentimenti che per qualità siano definibili”amorosi” e pertanto degni di valore morale, etico, filosofico o religioso. Il Bell’Antonio altro non può proporsi di essere che il prolungamento del desiderio paterno avvelenato dal pregiudizio e dell’affettività morbosa e tragica della madre.
    Si può dire che l’ Esserci sia di Paolo che di Antonio è un “trovarsi lì” in presenza di una totalità impenetrabile e insignificante che desta in loro (e desta in chi li segue) angoscia e sgomento.
    Quella razionalità che per C. G. Jung caratterizza per modalità diverse sia il pensiero che il sentimento, in quanto anche quest’ultimo è un processo che si svolge tra l’Io e un dato contenuto al quale esso conferisce un valore di accettazione o di rifiuto, piacere o dolore, cosa per cui equivale ad un giudizio non concettuale come quello del pensiero, ma del tutto soggettivo, non agisce nei due protagonisti, che invece sono animati e mossi nella loro vicenda esistenziale da pulsioni affettive somaticamente innervate e pervasive nel tempo e nello spazio della loro giornata fino ad esserne contemporaneamente vittime ed autori: ognuno di loro è come se fosse rimasto “incartato” nelle dinamiche irrazionali dell’innamoramento, fase infantile, nascente e primigenia dell’amore, il quale ultimo ne è lo sviluppo e il culmine sublimato, indirizzato, partecipato, consapevole in cui matura il sentimento di gratuita e reciproca donazione tra due esseri umani.
    L’ “incartamento” nelle psicosomatizzazioni affettive e nevrotiche che paralizzano erotizzando ogni relazione fino al parossismo suicidario e moralmente femminicida è, si può dire, lo stesso che domina in chi, come per Didone innamorata di Enea, ancora oggi grida Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis! O stolto Amore, che cosa non puoi nel cuore degli uomini!
    Si, perché l’Amore nascente o mai nato, rimasto acerbo erotismo irrazionale, porta alla morte.

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