Julia Kristeva, “Sole nero” – depressione e melanconia

SECONDA PARTE

Alfio Pelleriti

LA BELLEZZA (l’altro mondo del depresso)

Julia Kristeva

Attraverso l’arte, con la bellezza, dice la Kristeva, si può dare senso alla morte, alla caducità, perfino al non – senso. Con la bellezza l’effimero e il vuoto della depressione assumono significato attraverso la sublimazione della Cosa; con l’ausilio della prosodia e dei suoi segni, che ribaltano la realtà dando significati contrari al dichiarato o al percepibile, il bello può essere triste e la morte eroica e sublime; e con il bello si può ricreare la speranza dopo una guerra che ha scatenato ancora la barbarie.

Il Cristo morto di Holbein

Questo capitolo si occupa della presentazione e dell’analisi critica del “Cristo morto” di Holbein (1497 – 1543), visibile al museo di Basilea e che secondo la scrittrice risulta essere un esempio della caratteristica fondamentale e cogente della psicoanalisi, e cioè del suo approccio olistico alla conoscenza dell’uomo, delle sue debolezze, delle sue difese inconsce per aggirare, vincere o essere sconfitto dalla sua paura di vivere, dall’angoscia della morte. La psicoanalisi per salvare l’uomo dalla depressione deve conoscerlo in tutte le sue manifestazioni, andando alla radice delle motivazioni sottese ai suoi risultati nei vari campi semantici, e nei suoi momenti artistici. Sarebbe impossibile altrimenti poter venire a capo della melanconia di un uomo qualunque ammettendo numerose eccezioni nell’arte, nella politica, nell’economia, nella letteratura. Cesare Musatti e il professore Adriano Ossicini (1), di cui ho seguito a Roma alcune lezioni, proprio in occasione della preparazione della mia tesi di laurea, nel lontano 1976, raccomandavano ai giovani che s’approssimavano alla professione di psicoanalista, che il segreto per diventare bravi in tale campo consisteva nel possedere una cultura vasta e profonda nei suoi vari settori, leggendo dunque sempre e di tutto.

Julia Kristeva analizza il Cristo di Holbein, così realistico nel presentarne il corpo offeso dalle piaghe provocate dalle torture, dalle catene o dalle frustate, dai chiodi con cui mani e piedi furono fissati alla croce. Un corpo disteso nel freddo del marmo che va osservato dal capo ai piedi, da destra verso sinistra senza che lo sguardo dello spettatore possa andare verso l’alto, poiché costretto il corpo in uno spazio di 30/40 cm. Una raffigurazione con cui Holbein apre ad approfondimenti teologici e ad interrogativi: esprime quella rappresentazione del Cristo l’abbandonarsi di Gesù alla morte senza speranza e con angoscia tutta umana? (Padre, perché mi hai abbandonato?) o significa l’offrirsi al giudizio ingiusto degli uomini perché potesse dare testimonianza della Resurrezione e quindi indurre ad una conversione al Bene, ad un cambiamento di prospettiva sulla propria esistenza, dove il perdono e l’amore diventano variabili essenziali, fondanti per la vita del cristiano?

Si trovano, inoltre, in questo capitolo interessanti riflessioni sul simbolismo delle celebrazioni cristiane, di cui l’assunzione dell’Eucarestia diventa gesto fondativo di un Credo in un Dio che muore, risorge e cambia la vita di chi di Lui si nutre ogni giorno, come affermava convintamente Edith Stein. E ancora, troviamo riferimenti alla vita dell’artista che si barcamena in un periodo storico violento, dandosi a comportamenti spesso contraddittori. Holbein era amico di Erasmo e di Tommaso Moro, di cui fu sostenitore ma lo era anche  del suo carnefice, Enrico VIII; lui, Holbein, che riesce a fare coesistere la sua libertà espressiva con un’arte religiosa, e nonostante le campagne iconoclastiche protestanti; lui, così attratto dai temi religiosi eppure così lussurioso e amante del gioco e del divertimento. La scrittrice sembra dirci che il malinconico e il depresso si trovano ovunque, cambiano soltanto le soluzioni sublimatorie alle paure interiori e ai drammi irrisolti della propria vita infantile o adolescenziale.

Nerval, El Desdichado

Gerard de Nerval

Anche il poeta Gerard de Nerval (1808 – 1855) soffre di melanconia e lo rileva il titolo dato alla sua opera “El Desdichado”, “Quercia sradicata”, adattabile al poeta e alla sua sofferenza psichica, al suo smarrimento del senso della vita, alla sua depressione che lo precipita nel vuoto dei “senza anima”, soggiacente anch’egli alla Cosa, inafferrabile e invisibile seppure pesante, presente, ostativa ad ogni scelta personale. Il poeta si sente “diseredato” e privato di un “paradiso perduto”, ma tuttavia, può ancora porre un’ultima freccia al suo arco: la poesia, per contrastare la sfortuna che l’ha colto: “Je suis seul, je suis veuf, sur moi le soir tombe”, “Sono solo, sono vedovo e su di me scende la sera”. Sostiene a tal proposito l’autrice che nei poeti, seppure “il sole è nero”, è comunque un sole, “fonte di una chiarezza abbagliante”. E ancora aggiunge: “La creazione di una prosodia e di una polifonia indecidibili dei simboli intorno al ‘punto nero’ e al ‘sole nero’ della melanconia costituisce così l’antidoto della depressione, anche se una soluzione provvisoria.”(2)

Ma proprio come risposta interna a tali considerazioni, la stessa autrice presenta a chiusura del capitolo su Nerval, l’altra faccia della medaglia, con la seguente triste affermazione: “La sublimazione è un potente alleato del Desdichado, ma a condizione che egli possa ricevere o accettare la parola di qualcun altro. Ora l’altro non si presentò all’appuntamento di colui che andò incontro – senza lira questa volta, solo sotto la notte di un lampione – ‘ai sospiri della Santa e alle grida della Fata’.”(3)

Dostoevskij, la scrittura della sofferenza e il perdono

Dostoevskij soffriva di epilessia e del “mal caduco” e di tali crisi periodiche è intrisa tutta la sua produzione: “La crisi epilettica e la scrittura sono i luoghi d’elezione paralleli di una tristezza parossistica che si inverte in una giubilazione mistica fuori del tempo… La sofferenza sembra essere un di più; una potenza, una voluttà.”[4)

Fedor Dostoevskij

Quanta saggezza, quante profonde osservazioni sul grande scrittore russo in un solo capitolo rispetto a certi saggi di recente pubblicazione!(5). Cinquanta pagine da incorniciare, poiché essenziali per capire Dostoevskij: il suo rapporto con la sofferenza (l’epilessia); l’interpretazione che egli ne dà come una giusta punizione, come un necessario equilibrio tra la legge e la sua trasgressione; l’ammissione che il dovere codificato dal suo Super-io fosse necessario, pur passando attraverso il dolore per la sua creatività, per il suo “essere- nella storia”. In Dostoevskij e nei protagonisti dei suoi romanzi sono riportati veri e propri casi clinici che assumono la consistenza di tipi umani che fanno tutti i conti con la sofferenza che riserva loro la vita. A tal proposito, sulla melanconia dei personaggi del grande romanziere, dice l’autrice: “La melanconia come umore che spezza la continuità simbolica, al pari dell’epilessia come scarica motoria, sono strategie attraverso le quali il soggetto si ritrae dalla relazione erotica con l’altro e dalle potenzialità schizo-paranoidi del desiderio.”(6) Kirillov, ne “I demoni”, con il suicidio vorrebbe  negare Dio o affermare un atto di libertà estrema; con l’omicidio di una povera donna, Raskol’nikov, protagonista in “Delitto e castigo”, indirizza il suo odio non su di sé ma su una donna denigrata e per lui insignificante, negando con tale atto estremo l’amore originario per la madre.

Tuttavia, altre note critiche sono estremamente interessanti in questo saggio sul grande scrittore russo che lo rendono davvero ineludibile per la comprensione dell’uomo e dell’artista. Del resto, la psicoanalisi si è sempre prestata a diventare strumento ermeneutico della letteratura, mettendo a disposizione la propria panoplia concettuale per offrire delle originali chiavi esplicative. Sostiene ancora la Kristeva che risulterebbe incomprensibile la produzione letteraria di Dostoevskij se non ci si chiedesse quale ruolo possa aver giocato l’ortodossia bizantina passata poi alla Russia che “privilegia gli eccessi nel registro della sofferenza allo scopo di raggiungere una fusione completa degli adepti con il Cristo… l’apologia dell’amore-salvezza e la gioia nel Cristo.”(7) Altrettanto importanti sono l’apologia della sofferenza e del perdono e il riferimento spesso esplicito, al padre tirannico e al suo darsi con frenesia alla passione per il gioco per un masochistico auto distruggersi, fino, ancora, alla scelta del perdono quando avviene in lui la sostituzione del padre naturale con il Padre della Trinità bizantina. Si avverte, cioè un movimento circolare nello scrittore che lo porta da un “cupio dissolvi” fino ad una volontà aggressiva nei confronti dell’altro, all’apertura al mondo con il perdono attraverso la scrittura che “trasforma, traspone, traduce.”

La malattia del dolore: Duras

L’ultimo capitolo è una sfida lanciata al lettore che ha preso sul serio questo magnifico saggio, e io l’ho preso sul serio! Kristeva associa due eventi caratterizzati dalla violenza perché possano essere meglio compresi dal confronto: la guerra mondiale, con le atomiche, con i campi di sterminio da una parte, e dall’altra parte, la malattia mentale, la follia, il nulla, la morte. Se si volesse venir fuori dalle fonti tradizionali per lo studio delle due realtà, la documentaristica storica e le relazioni asettiche degli psichiatri per trovare un’altra chiave interpretativa, allora bisognerebbe accostarsi agli scritti di Margherite Duras, che non intende elevarsi, tuttavia, nella dimensione letteraria attraverso una prosa elegante, originale o secondo canoni espressivi codificati dalle tendenze di scuole o dalle mode.

Marguerite Duras

La sua è una prosa che adopera un linguaggio mancante, spezzato, essenziale, deprivato; né porta avanti, la scrittrice, valori umanitari tali da arricchire o confortare il lettore facendolo aprire all’ottimismo della ragione. Date tali premesse evidenziate dalla Kristeva leggerò Duras prima di espormi con giudizi avventati e per ora riporto quanto su di lei dice l’autrice, scusandomi per la lunga citazione: “I libri della Duras non vanno dati a lettori e lettrici fragili. Se costoro andranno a vedere i suoi film o le sue opere teatrali, ritroveranno questa medesima malattia ma smorzata, avvolta in un fascino sognante che la addolcisce e la rende anche più fittizia e inventata: una convenzione. I libri, invece, ci fanno sfiorare la follia…all’uscita di questi romanzi in contatto diretto con la malattia (la follia) nessuna purificazione ci attende, né quella di uno star meglio né la promessa di un aldilà, e neppure la bellezza incantatrice di uno stile e di un’ironia che costituirebbe un premio di piacere al male rivelato.”(8) Questo per me è un invito ineludibile alla lettura di qualcuno almeno dei suoi libri e, infine, devo ringraziare Julia Kristeva per le ultime pagine del suo libro dedicate al film “Hiroshima mon amour”, diretto da Alain Resnais su sceneggiatura proprio di Marguerite Duras, pagine per me illuminanti per la comprensione di un film che mi aveva colpito così tanto che, quando qualcuno mi chiedeva, così per celia, quale fosse il film che avevo apprezzato in assoluto tra i tanti visti, io rispondevo, senza alcuna titubanza “Hiroshima, mon amour”, senza tuttavia saper argomentare il perché della scelta. Ecco il mio silenzio era in fondo la risposta giusta alla luce di quanto si afferma in “Sole nero”.

M. Duras

Il film mette in evidenza il dolore e la sofferenza, l’illogicità della violenza, la necessità dell’amarsi aldilà delle differenze politiche o culturali, presentati con le espressioni dolenti e stupite dei due amanti protagonisti del film: lui giapponese, lei francese. Si amano ma senza lasciarsi andare alla gioia e al godimento dell’unione, poiché lui rappresenta chi ha subito l’orrore dell’atomica e a tratti diventa, con una sovrapposizione d’immagine, il giovane soldato tedesco ucciso dai partigiani, amato da lei in terra francese e per questo punita con il taglio dei capelli, subendo oltraggio e derisione. Nei loro occhi lacrimosi e dolenti c’è tutta la grande tragedia vissuta dall’umanità e per esprimerla non vi sono parole adeguate, solo il silenzio e un incontro di due corpi nudi, deprivati a tratti (nei flashback) della loro dignità; non orgogliosi e felici di amarsi, poiché la loro soggettività e identità personale era stata violentata, azzerata. Si amano da infelici, piangendo, e allo spettatore stupito resta di quelle immagini soltanto lo sgomento, perchè attraversato, seppure inconsapevole da quel dolore senza via di fuga. Nel film, dunque, si assiste ad una sovrapposizione, sui due protagonisti, di coppie concettuali di solito non sovrapponibili, come l’amore e la morte; la libertà e la dominazione, la violenza e il perdono, la cultura occidentale e quella orientale, la vita e la morte.

Vorrei, alla conclusione di questa presentazione del libro magnifico di Julia Kristeva, spiegare, ancora una volta, la motivazione che mi ha indotto a continuare con queste mie pubblicazioni, ormai settimanali, poiché qualcuno ancora resta perplesso, e non capisce perché tanta ostinazione e soprattutto, per approdare a cosa, se non dare risposta ad un patologico narcisismo?

Vorrei, Signore, a volte, essere trasparente, soprattutto quando in Te trovo ristoro e chiara scorgo davanti a me la via maestra, affinchè ai miei fratelli, a mia figlia, possa anch’io, pur tanto anodino, indicare il giusto e il senso della vita, trasmettendo i miei pensieri, le mie “scoperte”, le mie riflessioni. Rendermi trasparente vorrei per offrirmi ai miei fratelli, dicono i poeti veri, che ardono di dare i loro versi, anche senza onori, perché tutti guariscano dall’egoismo estremo, perché il “sole nero” della melanconia possa diventare Sole chiaro, dolce calore, vita bella, amore.


[1] Adriano Ossicini (1920-2019), medico, psichiatra, professore universitario presso l’Università La sapienza a Roma, antifascista, cattolico e militante della Fuci, fu arrestato e condannato al confino, entrò in clandestinità durante l’occupazione nazista di Roma combattendo come partigiano. Fu senatore della Repubblica nella Sinistra indipendente. Ministro per la famiglia e la solidarietà sociale nel governo Dini nel 1995 fino al maggio 1996.

[2] J. Kristeva, Op. cit. Pag. 142

(3) Ibidem, pag. 143

[4] Ibidem, pag. 148

(5) Il riferimento a “Sanguina ancora” di Paolo Nori.

(6) Ibidem, pag.154


Una risposta a "Julia Kristeva, “Sole nero” – depressione e melanconia"

  1. “Sole nero” di Julia Kristeva, col sottotitolo di Depressione e melanconia, si è prestato egregiamente nelle abili mani esplicative, critiche e interpretative del prof. Pelleriti ad esprimere ed esternare, direi più mirabilmente che nelle precedenti recensioni, le di lui capacità ricostruttive di un testo, anche arduo e profondo, finanche a farne emergere specularmente le proprie personali riflessioni forse più intime, segrete e sofferte. Si può dire che leggendo e rileggendo la disamina del testo della Kristeva svolta dal professore, se ne intravede qua e là anche lo svolgimento di un suo proprio “Sole nero” originale e inedito. Egli s’incammina nel commento del libro con una sua precisa chiave di lettura soprattutto contenutistica volta a rispondere a domande fondamentali per chi filosofo è, ma in primo luogo vuole qualificarsi uomo pensante. È come se egli si domandasse: può una vita dirsi umana se è priva di senso, affidata al caso, al nulla, al vuoto, alla cosiddetta sorte? O non è, invece, propriamente umana e degna dell’uomo la vita pregna di senso, e perciò di valore ed importanza? Davanti al fenomeno patologico e devastante della depressione, del quale la melanconia è solo la terribile e dolorosa faccia, quale senso e valore può ancora acquistare una vita sospesa, se non precipitata, nel baratro del nulla e del disfacimento? Si pensi che tale fenomeno non è precipuo dell’età adulta estendendosi esso anche all’età giovanile, come attestato dall’alta percentuale di suicidi e atti di autolesionismo praticati da individui di giovane età, oltretutto spesso protesi a condotte devianti, asociali e perfino violente. Come , perciò, promuovere senso dove non c’è più senso? Certo, la sublimazione può aiutare a individuare il senso di una vita e dare forma ad un’esistenza, ma bisognerebbe anzitutto educarsi alla “bellezza”, per esempio, saperne apprezzare la forza, il fascino, la disinteressata e pura virtù che eleva oltre l’istintiva animalità, oltre le pulsioni della specie, fino all’empatica e solidale comprensione delle emozioni e all’intima costruzione dei sentimenti. Lo stesso per l’educazione al “bene” e al “giusto”, ma tutto ciò deve precorrere e dare forma e vita ad ogni istruzione contenutistica, informativa, logica, linguistica, matematica, scientifica, strumentale, tecnica ed informatica. Senza la suddetta educazione affettiva le cognizioni e le abilità resterebbero acefale, prive di finalità, e soprattutto de-umanizzate, in quanto l’uomo cerca il cuore dell’uomo, non le “cose”, gli oggetti o le astrazioni. A ciò, mi permetto di osservare, che nelle scuole occorrerebbero più biblioteche e lettura che multimedialità che incentiva il senso di solitudine e la carenza di comunicazione immediata e interpersonale. Se io sono solo e io sono vedovo e su di me scende la sera, sembra dire Gerard de Nerval, la poesia, la letteratura, in compenso può consolarmi: non mi guarisce dal “male oscuro” ma me lo fa superare, me lo fa trasformare in opera d’arte in cui s’innalza e si invera la mia umanità, vittoriosa sulla “mala bestia”! Grazie, dunque , alla creazione poetica, pittorica, musicale, drammatica, ecc io mi reinserisco nel circuito del contesto umano dal quale la melanconia mi aveva espulso e incrociando con la mia parola la parola dell’altro mi rigenero a mia volta, nel suo sguardo, nel suo riconoscimento, perché il mio desiderio si incontra col desiderio dell’altro.
    L’audace recensore non si ferma tuttavia davanti al drammatico e disperato interrogativo posto in modi e contesti diversi da Holbein con il Cristo morto, da Dostoevskij con L’Idiota e da Margherite Duras a proposito di Hiroshima mon Amour. Questi grandi Autori pongono il problema del senso della sofferenza, del dolore e della morte nelle plastiche e vivide rappresentazioni ora pittoriche ora drammatiche, letterarie e cinematografiche. La rappresentazione realistica della decomposizione del cadavere di Gesù insinua il dubbio sulla sua divinità ma, si può anche benissimo osservare che, di riscontro, afferma la certezza della sua umanità e, per ciò stesso, la grandezza incommensurabile della Fede cristiana nel Risorto, veramente tale proprio perché anzitutto già veramente morto, sprofondato negli inferi della condizione umana assunta fino in fondo, per risorgere in tutta la sua integrità, insieme umana e divina, nell’unica Persona di Cristo Gesù come primizia e concreta anticipazione della nuova Umanità redenta. Meditazione sublime, dunque, quella offerta dall’opera di Holbein, fatta di fede, preghiera e gratitudine, non orrore, ma gioia per tutti gli uomini di buona volontà che vogliono aprirsi alla Grazia di sì grande Salvatore!
    I meccanismi psicologici inconsci descritti da Dostoevskij, che oscillano tra epilessia e melanconia funzionali all’autodifesa del soggetto che si ritrae dalla relazione erotica, ma ne marcano a sangue la sofferenza; l’altro meccanismo circolare che, sempre in Dostoevskij, muove dal cupio dissolvi all’aggressività omicida per risolversi nell’apertura al mondo con il perdono attraverso la scrittura; il ripensamento dell’immane tragedia di Hiroshima della Duras, che diviene in Pelleriti silenzio invocante l’imperativo categorico dell’amore, convergono nell’unica conclusiva domanda: come è possibile salvare l’uomo da sé stesso? La risposta è semplice, e nel contempo difficilissima: con l’amore che non è sensualità erotica e gaudente, né reciproca convenienza e utilità, bensì oblazione, o gratuita, libera e disinteressata offerta di sé, che per i Cristiani si fa Agape di perdono e rendimento di grazie o Eucaristia.
    Di quale narcisismo parla il Pelleriti, quasi a voler dubitare di sé stesso al voler riprendere la sospettosità altrui sulla sincerità delle sue motivazioni a scrivere? Quantunque egli davvero fosse affetto da tale narcisismo mi augurerei che ce ne fosse una tale diffusione pandemica da trasformare il mondo in paradiso più che di tolleranza di fraterna comprensione, perdono e reciproca solidarietà. Non si illuda però egli (ma credo che ne sia ben consapevole), che sia possibile essere trasparente agli occhi degli uomini, specie se la “strada” maestra che annuncia di avere trovato è quella che guarisce dall’egoismo estremo, perché quella “strada”sanno vederla solo rarissimi puri di cuore che ancora come lui credono negli uomini nonostante tutto e di questa fiducia sanno fare della poesia fervido appello alla generosità dell’amore.
    Quest’ultima parte della recensione mi è sembrata la più bella, forte, vera, appassionata; la rivelazione della più efficace chiave di lettura di questa e forse del suo intero impegno di recensore. Grazie, comunque. Ti perdono per la fatica che mi hai fatto fare.

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