PRIMA PARTE
Una società che fa a meno della psicoanalisi diventa distopica, illogica, illiberale
Alfio Pelleriti

Questo saggio, complesso e affascinante insieme, mi riporta indietro nel tempo, quando, giunto alla fine del percorso universitario in filosofia, mi dedicai alla tesi che verteva sulla psicoanalisi e sugli ostacoli che ad essa si frapposero in Italia alla sua diffusione e al suo studio, per tutta la prima metà del XX secolo. Una tesi che aveva l’ambizione non solo di approfondire gli aspetti fondativi della teoria freudiana sulla struttura della psiche umana, ma anche i fattori storici e culturali che ne impedirono in Italia un sereno approfondimento nel campo accademico e scientifico e un accoglimento, se non entusiastico, almeno di non avversione o di ostracismo. Tale resistenza accanita verso quella che veniva ritenuta una “pseudo scienza giudaica”, considerata sprezzantemente e sbrigativamente, mero “pansessualismo”, la opposero eminenti psichiatri, come Nicola Pende, intellettuali osannati nei convegni o nelle pagine culturali dei giornali più importanti o nei salotti buoni, come Benedetto Croce o Francesco Flora, l’autorità cattolica riconosciuta e apprezzata anche dal mondo accademico, come padre Agostino Gemelli. Un atteggiamento così tranchant sarà prevalente soprattutto durante tutto il periodo fascista, per attenuarsi nell’immediato dopoguerra, passando a critiche meno spigolose e rinunciando ai radicalismi ideologici che aveva imposto il provincialismo culturale del Ventennio. Il testimone della critica passò allora agli ambienti “organicistici” della psichiatria e della neurologia clinica che, con i “toccasana” degli antidepressivi prescritti al nevrotico, all’ansioso, al melanconico, al maniaco-depressivo e naturalmente allo psicotico, di fatto hanno monopolizzato il trattamento della malattia mentale in tutte le sue manifestazioni, dalle turbe emotive alla depressione, agli stati psicotici.
È comune oggi, presso strutture sanitarie pubbliche o private, dove si prendono carico del trattamento di sofferenze psichiche o del comportamento, sentire affermare, laconicamente ma con fermezza, che dalla malattia mentale, nei suoi vari livelli e tipologie, non si guarisce, al limite, ci si può convivere, tenendo sempre sedato il soggetto che ne soffre.

I manicomi, grazie alla legge Basaglia, si sono chiusi, ma si potrebbe affermare che l’atteggiamento oppressivo, illiberale, superficialmente liquidatorio della complessità della malattia mentale, è rimasto inalterato. All’elettroshock e ai letti di contenzione si sono sostituiti i più democratici psicofarmaci che ottundono e pian piano estirpano sentimenti, emozioni, pensieri e quei pazienti, quelle persone, si trasformano in automi o in esseri senz’anima come se avessero subito una lobotomia per renderli inoffensivi e costantemente calmi come avvenne al “superbo” Jack Nicholson nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.
Julia Kristeva, oltre ad insegnare linguistica e semiologia all’Università di Parigi, è una studiosa della psicoanalisi, convinta che il suo apporto sia fondamentale non solo nel campo proprio della psicoterapia ma anche come strumento indispensabile nell’ermeneutica delle varie produzioni artistiche, specialmente per la letteratura, per la pittura, per la filmografia, per il teatro. Naturalmente in questo saggio dedicato alla depressione e alla melanconia, si sostiene che l’esame del linguaggio sia fondamentale. Un bravo terapeuta dovrebbe tenere ben presenti degli esercizi legati all’uso del linguaggio, per aiutare a superare un lutto, una mancanza, un vuoto interiore in soggetti che a volte annichiliscono perdendo vieppiù energia, che nel sonno trasformano i sogni in incubi. Il linguaggio in molti soggetti che soffrono la melanconia, pian piano scompare e con esso la capacità di elaborare metafore, usare simboli per superare quel “lutto” che assilla e che li precipita in angoscianti solitudini.

Il ruolo del linguaggio, soprattutto nell’età infantile è determinante per capire i meccanismi che inducono alla depressione o ne consentano la sua sconfitta. Stante il paradigma che determina la melanconia come il primo stadio della morte psichica, il linguaggio, dice la Kristeva, può diventare la prima vittima di tale stato psichico: “Il rallentamento verbale rientra nel medesimo quadro: la cadenza dell’enunciazione è lenta, i silenzi sono lunghi e frequenti, i ritmi rallentano, le intonazioni si fanno monotone…”[1]
Attenuandosi e scomparendo del tutto il linguaggio, anche l’ideazione e il pensiero rallentano, cedendo il posto pian piano alla ripetitività dei gesti e del comportamento o all’inazione o alla morte. Nel depresso avviene un “rinnegamento significante”, sostituito da processi primari della parola. Succede, infatti, che quando le emozioni prevalgono oltre una certa soglia, allora né le metafore, né l’uso dei simboli riescono e il linguaggio si sovraccarica del dolore o del lutto o della rabbia, subendo torsioni lessicali, sintattiche, fino a diventare ermetico e incomprensibile. Perfino il dolore o la causa del lutto non ha più un termine adeguato e diventa “Cosa”, oppure scompare, trasformandosi in un comportamento rituale, abitudinario, ossessivo, psicotico. In questo caso il linguaggio perderà il suo ruolo creativo e salvifico sostituito da un “non- sense” o da un opprimente silenzio. Tale stato otterrà un rinforzo negativo dalla mentalità dominante che tende ad escludere il malato in generale e il malato di mente in particolare dal consesso sociale: “Il surplus d’affetto non ha altro mezzo per manifestarsi che la produzione di nuovi linguaggi – lagnanti, strani, idioletti, poetiche. Finchè in ultimo, il peso della Cosa originaria prevale e ogni traducibilità diventa impossibile. La melanconia approda allora all’asimbolia, alla perdita di senso: se non sono capace di tradurre o di metaforizzare, taccio e muoio.”[2]
L’analista dovrà allora riportarlo alla dimensione simbolica del linguaggio attraverso un “riconoscimento narcisistico” della sua storia. Straordinariamente chiarificatrice l’analisi di Kristeva sul dramma che vive il depresso grave che non riesce a negare attraverso il linguaggio e i suoi simboli la “Cosa”, il lutto, il suo male. Egli annulla tale processo “salvifico” con il rinnegamento” e allora il linguaggio non gli apparirà “suo”, non lo interesserà e non troverà più alcuna via d’uscita finché la Cosa, cioè l’insensatezza del vivere, quel Male che non riesce ad affrontare e debellare o a spiegare, lo condurrà alla morte, da lui cercata come unica soluzione.
Un caso clinico: Isabelle
Il primo caso presentato è quello di una donna che fin dall’infanzia porta dentro una forte aggressività nei confronti della madre, e che viene costantemente oppressa da un sentimento che la castra e l’annichilisce portandola fino ad una inazione e alla cancellazione dell’attività del pensiero. Si sente, infatti, svuotata, morta, e il linguaggio diventa qualcosa d’altro rispetto alla sua realtà. Anche la sua attività onirica può risultare piena di morti, i cui corpi li fagocita.
Il rapporto ambivalente con la madre condizionerà tutta la sua esistenza, soprattutto l’aspetto sessuale. Lei stessa si trasforma in uomo per un surplus di aggressività o in una donna per facilitare sostituzioni o inglobamenti o annientamenti di quel fantasma materno che la perseguita. Isabelle cerca una soluzione a quel “buco nero” che è la sua vita emozionale e comportamentale: è iperattiva per cercare di colmare di “normalità” il vuoto e l’insoddisfazione che sente in quanto donna, come già era stata da figlia. Allora vuole un figlio per completare del tutto il riempimento della Cosa che le risulta impossibile e che la precipita in un dolore insopportabile. Non importa chi sia il padre, ciò che conta sarà la soddisfazione narcisistica dell’essere donna normale, sensuale, accettata da tutti e da se stessa. Ma una depressa ipercinetica non può trovare pace con un bimbo o con un marito o con un amante e su tutti trasferirà le sue ansie, le sue paure, il desiderio della morte per i suoi “rivali” che sono per lei la causa della sua infelicità. Solo l’analista potrà salvare Isabelle.

In questo nostro mondo del terzo millennio è difficile affidarsi alla psicoanalisi, cioè ad una terapia che può liberare dalla menzogna, dalle sovrastrutture false e bugiarde che un sistema iper materialista, amorale e prettamente economicista ha costruito per i suoi “consumatori”. La macchina iper tecnologica ha ormai preso il sopravvento sul suo inventore e il robot è entrato, con la sua “intelligenza” nella stanza dei bottoni. Si dirà che l’Occidente ha i suoi valori, i suoi parlamenti, le sue Costituzioni, le sue libertà come antidoti a tali rischi. Tuttavia, tali istituzioni sono state ormai svuotate dei loro significati originali e ciò che affermano i governanti risulta essere spesso solo propaganda funzionale all’esigenza narcisistica di perpetuare un potere personale e familistico. Il linguaggio è stato tradito dal suo corpo sociale e questo è, a sua volta, melanconico e depresso, convinto al desiderio di distruzione, al piacere di provocare la morte dei suoi avversari e un dissolvimento delle certezze altrui. Ciò che conta non sono più i valori ma le strategie funzionali all’accumulazione, alla conquista di amanti che ti adorino come un Dio. È necessario essere abili non santi. I veri eroi sono gli schiavi danarosi, volti al sadomasochismo, che sanno dare morte parlando d’amore, portando la guerra declamando la necessità della pace.
CONTINUA…
[1] Julia Kristeva, Sole nero – depressione e melanconia, Donzelli editore, Roma 2013, pag. 34
[2] Ibidem, pag. 40
[3] Adriano Ossicini (1920-2019), medico, psichiatra, professore universitario presso l’Università La sapienza a Roma, antifascista, cattolico e militante della Fuci, fu arrestato e condannato al confino, entrò in clandestinità durante l’occupazione nazista di Roma combattendo come partigiano. Fu senatore della Repubblica nella Sinistra indipendente. Ministro per la famiglia e la solidarietà sociale nel governo Dini nel 1995 fino al maggio 1996.
[4] Ibidem. Pag. 142
[5] Ibidem, pag. 143
[6] Ibidem, pag. 148
[7] Il riferimento a “Sanguina ancora” di Paolo Nori.
[8] J. Kristeva, Op. cit. pag.154
[9] Ibidem, pag. 177
[10] Ibidem, pag. 188
Grazie per il tuo puntuale commento. L’esigenza di “umanizzare” l’intervento della medicina ufficiale nei confronti di chi soffre di turbe psichiche o di quel “mal sottile” tanto coltivato da alcuni letterati di fine Ottocento, che cercavano soluzione al turbinio della mente e dell’anima affidandosi ad una produzione che andava fuori dai canoni unanimemente accettati, è ormai improcrastinabile. Sarebbe auspicabile e urgente che la questione dell’approccio alla malattia mentale fosse ridiscusso per trovare soluzioni nuove, efficaci, più rispettose della dignità delle persone.
"Mi piace""Mi piace"
In quest’ultima recensione il prof. Pelleriti analizza egregiamente l’opera Sole nero di Julia Kristeva per evidenziare soprattutto l’importanza della psicoanalisi e dell’approccio non coercitivo né chimico – farmaceutico e ospedalizzato della melanconia e del malessere mentale. Da filosofo e ragionatore confida più nella forza della ragione che nella meccanica organicistica, e prima ancora, da uomo, crede più nell’umanità e nelle sue intrinseche risorse interiori che nella medicina fine a sé stessa che medicalizza la persona umana trasformandola in paziente e oggetto di studio. L’analisi dell’opera che egli compie appare profonda, articolata, specifica ed intercalata negli aspetti della trattazione proposta dall’Autrice, dalla psicoanalisi alla filosofia, dall’estetica alla semiologia fino agli aspetti narrativo – letterari, ma il tutto sullo sfondo come di una meditazione biografica che lo porta a immedesimarsi e a sentire profondamente la problematica del libro.
Egli non ha torto perché specialmente in questi nostri giorni, nel tempo che stiamo vivendo, il sole sembra davvero essersi fatto nero, essersi oscurato, cancellando l’uomo, o quel che di lui resisteva ancora, uti singulus e uti socius. Diogene il cinico cercava con la lanterna in mano, in pieno giorno, l’uomo tra la folla anonima, e sconfortato sosteneva di non trovarne il sembiante. In effetti la folla e l’anonimato cancellano l’identità, sradicano dalle radici, dissolvono l’integrità della persona nei mille rivoli del conformismo, del mercantilismo oggettivante, delle tecnologie invasive e dominanti che reprimono ogni autentica e genuina espressione della personalità. Un buco nero, un lutto lungamente doloroso e atroce si ingenera nell’individuo tragicamente solo e naufrago di sé stesso come anche nel contesto sociale fattosi ormai asfittico, invivibile, inabitabile. Eppure un mezzo c’è per uscire dal tunnel, una luce fioca ma resistente: la fiducia nell’uomo che vuole continuare a credere in sé stesso, nella ragione, nella ricerca e delucidazione dei lati più oscuri e scandalosi della propria storia, per farli propri, accettarli come parte integrante di sé stesso, conciliandosi con quel mostro – lupo- lebbroso – eticamente inaccettabile che porta in sé, che altro non è se non il “diverso” che lo fa stare male, ma del quale tuttavia egli ha bisogno per essere completo, autentico e vero. Dopo Freud e Jung, oggi Galimberti e Recalcati approcciano, fra gli altri, la dolorosa problematica della melanconia, del lutto, dello spaesamento dell’uomo che non si riconosce più nel mondo in cui vive e si intristisce al punto da invocare il cupio dissolvi, ma questi Autori non parlano per parlare, a vuoto, ma per proclamare, si direbbe, una spes contra spem nell’incontro umano tra persone dialoganti, che approdino a quella “logoterapia” che nelle mani di Victor Emil Frankl è divenuta efficace strumento di ricostruzione della personalità singola, di speranza per la società e di riaccensione luminosa della nostra stella nana che si chiama Sole.
"Mi piace""Mi piace"