Fernando Aramburu, “Figli della favola”, un romanzo che “sorprende”

Alfio Pelleriti

Anche “Figli della favola”, l’ultimo romanzo di Fernando Aramburu, l’autore dello splendido romanzo “Patria”, è ambientato in un periodo tragico per la Spagna a causa delle azioni terroristiche dell’ETA che miravano ad ottenere l’indipendenza del popolo basco, attentati che dal 1968 al 2011 causarono 800 morti. Il 20 ottobre del 2011 rappresentanti dell’organizzazione militare basca annunciarono la cessazione di ogni attività militare. La vicenda di questo romanzo si colloca proprio nel 2011, l’anno della decisione di chiudere con ogni tipo di attentato contro i rappresentanti delle istituzioni spagnole.

Asier e Joseba sono i due protagonisti della vicenda, che lasciano le rispettive famiglie per aderire all’ETA. Entrano così in clandestinità rifugiandosi nella città francese di Albi, ospitati presso una fattoria dove vive una strana coppia, Fabien e Guillemette, lui è un uomo buono e gran lavoratore che subisce le prepotenze dell’arcigna moglie. I due giovani si rivelano subito come degli spiantati e dei buoni a nulla che sperano di essere chiamati al più presto per passare nelle fila dei combattenti dell’ETA. Lo scrittore manifesta la sua contrarietà alla violenza terroristica scegliendo un approccio ironico e uno stile sarcastico presentandoli fin dalle prime pagine come dei supponenti che in pratica sanno soltanto piantare grane, quasi delle macchiette che credono di dover compiere presto delle azioni rischiose ed eroiche con cui avrebbero contribuito alla causa dell’indipendenza.

In realtà i loro comportamenti, i discorsi, le analisi della realtà che vivono come fuoriusciti politici risultano spesso esilaranti poiché vicine alla dabbenaggine e alla stupidità. E il lettore apprezza l’ironia e il sarcasmo con i quali l’autore tratta una materia drammatica quale il terrorismo basco con la necessaria leggerezza e a volte, con mordaci affondi critici.

Tuttavia quando si superano le cento pagine e ancora si gira attorno ai due “don Chisciotte” intenti ora ad addestrarsi all’uso delle armi gridandosi “pum pum” l’uno con l’altro, puntando l’indice col pollice alzato come fosse una beretta o con manici di scopa come se fossero fucili di precisione, cominci a farti qualche domanda sul “focus” del romanzo:

Prima di colazione avrebbero fatto addestramento militare. Joseba, la fronte corrucciata per lo stupore:

– ‘Addestramento militare?’

– ‘Chiamalo sport e pratica di tiro.’

‘Asier, per favore. Non abbiamo armi.’

– ‘ce le immaginiamo. Tu non ti immagini tuo figlio che gioca e corre? Be’ la stessa cosa con le armi.’

… “Dopo la corsa quotidiana spararono con delle scope. Le avevano prese dal magazzino… stesi sull’erba uno accanto all’altro, scaricarono una grande quantità di munizioni immaginarie contro il palo di un recinto.”[1]

Le imprese dei due “eroi” continuano e le situazioni diventano sempre più grottesche, cacciandosi da un disastro all’altro: “L’acqua e il fango si erano andati accumulando intorno e sotto la barca. Insomma, un disastro.

– ‘Ci manca esperienza.’

– ‘Non farti il sangue amaro. Sono cose che succedono.’

– ‘Ma non dovrebbero succedere.’

– ‘Joseba, non cominciare. Il pessimismo taglia le gambe al militante.’”[2]

Addirittura te li ritrovi a strappare la cartella ad uno scolaretto delle elementari per rubargli la merendina: “Il bambino con la cartella sulle spalle camminava nella loro stessa direzione, distratto, solo solo, blu. Sette, otto anni, non di più…camminava masticando una tavoletta di cioccolata. Quel particolare diede loro l’idea di fare colazione a spese del ragazzino…Avvicinandosi da dietro, Asier immobilizzò la creatura. Non era sua intenzione fargli male. Nemmeno spaventare chi era già morto di paura. Joseba gli aprì la cartella. Libri, quaderni e, su un lato, la bottiglietta d’acqua, il panino avvolto in carta d’alluminio e una banana. Si allontanarono senza fretta con il bottino.[3]

Fernando Aramburu

Certo la prosa è sempre efficace, le sequenze ben strutturate, la narrazione procede e fila liscia come l’olio, ma superate le 250 pagine delle 310 di cui si compone il libro e ancora i due imbranati rubacchiano nei supermercati e anziché ritirarsi in buon ordine alla notizia che l’Eta dichiara di rinunciare alla lotta armata, decidono invece di continuare la lotta costituendo una loro organizzazione che chiamano GDG (“Non siamo l’ETA. Abbiamo fondato un’organizzazione nuova. Si chiama GDG.”

– “GDG, Gruppo di grulli, no?

– “Piano con gli sfottò. Facciamo sul serio.”), allora si pensa ai filmetti di Franco e Ciccio (senza togliere nulla alla bravura di Franchi e Ingrassia) o a Stanlio e Ollio o ai bravissimi Ficarra e Picone, o ad attorucoli d’avanspettacolo, con la differenza che non ti trovi a teatro o al cinema o davanti alla TV, ma davanti a un libro che ti lascia l’amaro in bocca, perché dall’autore di “Patria” mai ti saresti aspettato una “roba” del genere. Forse gli scrittori, soprattutto i più bravi, dovrebbero trovare la forza di dire un “no” forte e chiaro all’editore che ti propone un ricco contratto per sfruttare l’onda del libro di successo per dare alla stampa un “pastrocchio” qualsiasi messo su in un tempo velocissimo per rifilarlo a lettori benevoli e clamanti.


[1] Fernando Aramburu, Figli della favola, Ugo Guanda editore, Milano 2023, pag. 26

[2] Ibidem, pag. 165

[3] Ibidem, pag. 186


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