L’Ulisse di james Joyce, Quarta parte

Alfio Pelleriti

4 – La terza parte – il Nostos

James Joyce

Col sedicesimo capitolo ha inizio la terza parte del romanzo e ancora una volta si assiste ad un cambio di registro linguistico: la narrazione si svolge secondo stilemi tradizionali, ma non certo di facile approccio, poiché i periodi sono lunghissimi e appesantiti di particolari non necessari, insignificanti per l’economia  della storia, ma stanno lì, voluti e cercati per creare una cortina fumogena, quasi a voler saggiare la resistenza del lettore ad un romanzo che vuole essere ad ogni costo diverso, complesso, enigmatico, fumoso, confuso, esondante, spesso assurdo. Per esempio è proprio necessario seguire Bloom e Stephen che si allontanano dal postribolo dove erano stati indicando quali negozi o laboratori incontrano lungo la strada? e poi percorrere le numerose e lunghe “tangenti” aperte, costringendo chi legge a fermarsi e tornare magari indietro, cercando di ritrovare il filo della narrazione, poiché ciò ch’è secondario copre ciò che è fondamentale? Bloom è diverso da Stephen, l’uno ebreo e dal temperamento calmo e riflessivo, ma avversario del provincialismo dei dublinesi e del nazionalismo anti britannico, l’altro invece è un giovane cattolico e nazionalista, giovanilmente pronto al ribellismo. Eppure si cercano e sembrano bisognosi l’uno dell’altro, come un padre con il figlio.

Bloom e Stephen giungono finalmente a casa ed è qui che lo scrittore deve fornire una soluzione a quei pochi lettori rimasti vivi dopo la traversata del deserto. Ma ancora le cose si complicano: la risposta se la devono guadagnare superando una prova ancora più difficile delle altre; saranno invasi da acque tempestose, inondati da un oceano di parole e tra quei vortici dovranno scegliere quelle giuste e utili per la comprensione della narrazione. Quest’ultima si presenta con una forma originalissima: una domanda sul personaggio al centro dell’azione a cui segue una risposta lunga, ben farcita di distrattori, elementi che provengono da ogni settore culturale e scientifico, dalla biologia, dalla botanica, dall’ingegneria, dalla storia, dalla teologia, insomma dal sapere tutto. Lì dentro, in quel caleidoscopio di parole che si urtano, s’avviluppano l’una all’altra, si trovano le risposte utili al lettore. Si immagini che l’episodio sia stato costruito e assemblato con l’ausilio di un centinaio di fogli strappati da un’enciclopedia in una stanza buia e quindi senza alcun criterio, per poi calarli all’interno di un testo in un ordine casuale. Il testo risulterà incomprensibile nella sua totalità, poiché ogni sequenza, pur conservando una logica interna, non è associabile né con quella che precede né con quella che segue.

J. Joyce

Qualche esempio: “Che cosa ammirava Bloom, acquofilo, attintore d’acqua, portatore d’acqua di ritorno alla cucina economica, nell’acqua?

La sua universalità: la sua eguaglianza democratica e la fedeltà alla propria natura nel tendere sempre al suo livello: la sua vastità nell’oceano della proiezione di Mercatore: la sua profondità insondata nella fossa di Sundam nel Pacifico di oltre 8000 tese: l’irriquiescenza delle sue onde e delle molecole di superficie che visitano volta a volta ogni punto della linea costiera: l’indipendenza delle sue unità:….”[1]

Cento pagine di questa prosa permettono al lettore soltanto di azzardare delle ipotesi interpretative! Un modo originale per distruggere la letteratura e sul suo cadavere poggiare orgogliosamente il piede vindice? Una esibizione narcisistica di saper costruire con le parole, usate come tessere di luminosi mosaici, grandiosi più che quelli di porfido o d’alabastro? Oppure voler dimostrare a se stesso e agli altri che per volare in alto sui cieli dell’arte occorre affidarsi a parole e frasi, a periodi e sequenze incastrati con perizia gli uni agli altri a mille a mille, in alto vorticando a formare poi una splendente scala a valicare l’Olimpo che avrebbe accolto Joyce, lo scrittore, l’ubermensch, l’oltre uomo? Per i comuni mortali invece il suo romanzo nella parte finale è semplicemente ostico, incomprensibile, un’accozzaglia di discorsi simile ad un concerto eseguito da un’orchestra i cui musicisti non seguono i tempi dettati dal direttore e procedono guardando soltanto lo spartito.

Moher, le scogliere

Infine il diciottesimo episodio, l’ultimo, “Penelope” – Il letto, in cui protagonista è Molly che a differenza della Penelope omerica, custode del focolare, che sta in disparte aspettando l’amato Ulisse, chiusa nelle sue stanze per evitare i Proci che avevano invaso la reggia, occupa il centro della scena e gli uomini non li teme, anzi li usa a suo piacimento come fossero dei piccoli personaggi che fanno da contorno, che si muovono a comando, diretti dai suoi desideri, dalle sue decisioni. Molly diventa allegoria della Madre Terra che dà vita a tutti gli esseri e li mantiene nella gioia dell’esistenza, nel pulsare eterno dell’essere nel mondo. E’ una Penelope attiva e protagonista della sua storia, che ripercorre in questo suo monologo con il quale si chiude questo lunghissimo romanzo; un soliloquio presentato in ottanta pagine senza alcun segno di punteggiatura, senza un “a capo”, quasi a voler sottolineare che quella di Molly è una confessione, uno sfogo, un aprirsi dell’animo di una donna, senza cesure o ostacoli, fosse magari un’insignificante virgola, di una donna libera che non aveva mai represso desideri, accettando il ruolo di individuo inferiore all’uomo, fosse il marito, l’amante, la figlia o quel tale giovane poeta e professore, tanto carino, quel Dedalus che lei chiamava Stephen.

FINE

Dicono di lui

Enrico Terrinoni: “Tutto l’agire dell’ebreo irlandese Leopold Bloom incarna pacifismo e tolleranza. Egli non è un eroe o un antieroe, ma semplicemente un uomo accomodante, di larghe vedute, capace di cortesia anche nei confronti del proprio nemico.” Ulisse, attraverso l’innovativa tecnica di registrazione del pensiero dei personaggi, ci permette di parlarne come di un romanzo della mente e le scoperte psicoanalitiche giocano un ruolo importante anche nella narrazione.

Ulisse non è un antiromanzo o il culmine della tradizione romanzesca. Tutt’altro. L’opera è un’evoluzione del genere. Si inserisce in un genere come Don Chisciotte, Gulliver, Tristram Shandy. Quest’ultimo è il romanzo in nove volumi di Laurence Sterne pubblicato tra il 1759 e il 1767 e considerato il precursore del romanzo modernista, dove la narrazione copre una sola giornata della famiglia del protagonista e dove non vi è una vera e propria trama. È considerato infatti un antiromanzo.

Giorgio Melchiori: “Joyce è un irlandese anglofono profondamente legato alle radici etniche della sua terra, educato ad una cultura sostanzialmente aliena, quella di una lingua inglese.”

Dice lo stesso Joyce che Ulisse è il tentativo di “presentare Dublino al mondo”, e ancora, scrivendo all’amico Frank Budgen: “è un’Odissea moderna”, è “l’epica del corpo umano”. È cioè un’epica del fisico che si contrappone alla metafisica.

Virginia Woolf: “I primi 2 0 3 capitoli mi hanno divertito, stimolato, affascinato, e poi interdetto, annoiato, irritato e disilluso, come di fronte a un disgustoso studente universitario che si schiaccia i brufoli.” Alla fine della lettura del romanzo affermò: “Ho finito Ulisse, e lo ritengo una pallottola spuntata. C’è del genio, credo, ma di rango inferiore. Il libro è scomposto. Disgustoso. Pretenzioso. Un grande scrittore rispetta troppo la letteratura per perdersi in trucchetti per stupire con le sue acrobazie…non l’ho letto con attenzione; e solo una volta; ed è molto oscuro.”

Thomas Eliot: “Ulisse è l’espressione più importante dell’era presente… un libro a cui siamo debitori tutti, e nessuno di noi può sfuggirvi.”

G. B. Shaw: “Sono un vecchio gentiluomo irlandese, e se lei pensa che un irlandese sia disposto a pagare 150 franchi per un libro, vuol dire che conosce ben poco i miei compatrioti.” In risposta alla lettera di Sylvia Beach che raccoglieva fondi per la pubblicazione di Ulisse in Francia.

George Moore: “Questa non è arte. È come cercare di copiare l’elenco telefonico”.

Ezra Pound affermò che Joyce era l’erede e il continuatore di Flaubert e che l’Ulisse era un romanzo realista per eccellenza.

D. H. Lawrence: “Mio Dio, che goffa ‘olla potrida’ è James Joyce.”

Da Giorgio Melchiori, Introduzione a Joyce, Ulisse, Oscar Mondadori biblioteca, 1978

e da Enrico Terrinoni, introduzione a Joyce, Ulisse, Newton Compton editori, edizione ebook 2011


[1] Ibidem, pp.892-893

Itaca 1
Itaca 2
Itaca 3

2 risposte a "L’Ulisse di james Joyce, Quarta parte"

  1. Bisogna essere grati al prof. Pelleriti per la fatica certamente non comune sostenuta nella lettura dell’Ulisse di Joyce. Non è da tutti affrontare una tale impresa, che comporta pazienza, costanza, acutezza e accuratezza d’intelligente e meticolosa analisi, ma anche coraggio di sintesi e sforzo di comprensione. Solo un animo aperto, più che tollerante rispettoso delle altrui sensibilità, può spingersi così lontano. Si potrebbe dire, adesso che tutto è compiuto, che ne valeva la pena: si è fatto un servizio a chi più pigro ( e anche più ignorante) come me, sputa subito i primi bocconi insipidi di letture inconcludenti perché in tal modo se ne preserva non solo la fatica ma anche il rischio di frettolose e superficiali infatuazioni letterarie. Il vaniloquio, purtroppo, mi sembra il triste epilogo di monologhi letterari anche molto eruditi e culturalmente appariscenti, ma è anche la dolorosa e pericolosa epidemia di tromboni vuoti e squillanti di comuni salotti o congreghe di sedicenti coltivati ingegni. Forse questo parlar vuoto, oscuro, autoreferenziale ed esclusivo di Joyce , è quello che meno si comprende e meno vale, del quale ancora meno abbiamo bisogno in tempi così confusi e caotici come quelli in cui viviamo. È stato, dunque, un lavoro chiarificatore e altamente utile quello del Pelleriti a chi vuole dissetarsi di acqua buona evitando l’acqua adulterata e artificiosamente arricchita o addolcita, nociva al fegato, alla mente e al cuore.

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