L’Ulisse di James Joyce, Terza parte

Alfio Pelleriti

3 – Il flusso di coscienza è una reazione di difesa della psiche.

Del resto, al flusso di coscienza ci diamo in tanti. Io, ad esempio, quando la mattina esco per la mia quotidiana passeggiata percorro tutta la via principale del mio avito paesello per poi rientrare seguendone la circonvallazione. Ebbene, stanco di denunziare l’inciviltà dei miei compaesani che fanno a gara nel trasgredire le norme basilari del vivere civile, senza che alcun amministratore o rappresentante della polizia locale intervengano per invertire la rotta, allora anch’io mi do al flusso di coscienza: “Scendo io in strada. Stiano comode le auto in sosta sul marciapiede! Signora ben agghindata getta dal balcone acqua sporca. Barbari! Incivili! Paese senza speranza! Devo tapparmi le orecchie, e difendere i miei timpani. Trogloditi tronfi, allegri, pieni di tatuaggi. Mia figlia è salva! Non tornare neanche per il mio funerale.” E al flusso di coscienza mi do ogni volta che incontro conoscenti che alzano lo sguardo per evitare il saluto quando mi incrociano o con quell’altro che invece mi saluta stringendomi la mano con un sorriso ipocrita raccontandomi di difetti altrui e tessendo gli elogi di se stesso.

Statua in bronzo di J. Joyce a Dublino

Puntigliosamente, maniacalmente, Joyce in questo episodio rincara la dose descrivendo tutto ciò che la quotidianità di una città può presentare ad un osservatore attento come il Nostro che sostituisce se stesso con personaggi minori seguendoli nei loro percorsi attraverso la città indicandone vie, incroci, piazze, negozi e inserendo suoni, accadimenti, odori, gesti della vita quotidiana, elevando il tutto ad eventi straordinari da inserire in un “capolavoro”.

Nell’undicesimo capitolo, “Le sirene” – La nascita, si consuma il tradimento di Molly con un certo Baylon e tale tragico evento viene presentato in una prosa piena di simboli e di onomatopee ma, ad un tratto, si trasforma e assume un registro poetico, pieno ancora di simboli, criptico, incomprensibile: “M’appari pieno tutt’amor, Ahimè!/ Tuppete pieno. Palpito pieno. / A Gorgheggiare. Ah. L’esca! Adescatrice. / Marta! Abdò! / Ciocciac. Ciocciac. Ciocciocciac. / buondio nonamai sentì tennita. / Sordo calvo Pat portò tampone coltello asportò. / Lunare richiamo notturno: lungi: lungi. / Mi sento così triste!” e così ancora per tre pagine, come avrebbe tentato un futurista tra i più radicali, prima di darsi a distruggere musei, teatri e università. Infine chiude il capitolo ancora con suoni onomatopeici, fidando nella pazienza del lettore o sfidandolo, dopo averlo provocato, a continuare nella lettura.  E finalmente quell’oasi che s’aspettava di scorgere tra le dune d’un arido deserto appare al dodicesimo episodio, “Il ciclope” – La taverna, nel quale protagonista è un anonimo personaggio, Hines o il Cittadino, che rappresenta l’orgoglio irlandese contro gli odiati inglesi e contro Bloom e tutti gli ebrei, portatori d’ogni male e pericolo estremo per la nazione. La narrazione a lui viene affidata, in prima persona, e il suo punto di vista prevale nell’interpretare i fatti. Il linguaggio si fa elegante, lo stile diventa aulico, il ritmo è incalzante, gli aggettivi ben scelti e al loro posto. Joyce gioca con la punteggiatura in intere sequenze lasciando soltanto il punto fermo tra l’una e l’altra.

 L’eleganza espressiva tuttavia è cercata e sovrabbondante perché il messaggio che porta con sé è mordace, fortemente ironico, e si evidenzia nell’uso di termini arcaici, nell’inserimento di parole tronche e di termini ormai in disuso: “raunati si fossero nel palagio ed ivi, dopo le debite preci agli dei che abitano l’etere superno, avessero tenuto consiglio acciocché, se dar si potea, rimessa fosse in onore tra i mortali l’alata loquela dei Galli che il mare divide.[1] Il Cittadino cede, romanticamente, all’esaltazione degli stupendi luoghi e delle virtù irlandesi, dell’abilità nella creazione di manufatti e ricorda luoghi a me molto cari che ho avuto modo di visitare: Connamara e le città di Galwey, Kildore, Sligo. L’astio contro i Sassoni invasori si evidenzia anche verso gli americani di ceppo inglese: “masnadieri coi cappelloni in testa che ti impallinano un povero negro appeso a un albero con la lingua di fuori e un focherello sotto. Perdiana, perché non l’affogano in mare, dopo, e non lo mettono sulla sedia elettrica e non lo crocifiggono, così son più sicuri.”[2] In effetti questo episodio è l’unico in cui l’autore lascia da parte ogni intento avanguardistico, ogni pretesa rivoluzionaria rispetto alla tradizione letteraria e dà voce e cuore al Cittadino facendo emergere un certo orgoglio irlandese, la sua anima antirazzista e antimperialista, la sua innegabile capacità narrativa. Sulla figura di questo personaggio De Angelis, nel commento al testo, sostiene che egli rappresenta “la ristrettezza mentale e la povertà spirituale degli uomini di Dublino”. Mi permetto di dissentire poiché credo che, insieme all’irruenza e alla radicalità delle sue posizioni, nel Cittadino ci sia un amore autentico per la terra d’Irlanda e che in lui convivano come in Joyce, sentimenti contrapposti nei confronti dei connazionali che patirono indubbiamente un governo britannico poco incline a rispettare le esigenze del popolo irlandese, costretto con la carestia del 1846 ad emigrare in massa verso l’altra sponda dell’oceano, subendo anche lì l’emarginazione.

Scogliere di Moher

Tra sperimentalismo, dadaismo futuristico e individualismo superomistico

Nell’episodio successivo il registro espressivo cambia nuovamente: stilisticamente elegante, romanticamente ottocentesco (se il dare spazio al sentimento è possibile collocarlo nel tempo), attraente e poetico. Ci si riferisce in particolare alla presentazione di Gerty Macrowell, protagonista dell’episodio insieme a Bloom. Sembra che Joyce abbia finalmente lasciato cadere ogni intento sperimentalistico affidandosi al suo talento naturale, proponendo ciò che gli detta la sua anima, affidandosi alla sua capacità immaginativa. Ma le oasi, si sa, non hanno vasti confini e pertanto Joyce non viene meno al compito che s’è assegnato, quello di portare meraviglie ai coevi e ai posteri, volendo, più che Omero, lasciare il segno nella storia. Nel quattordicesimo episodio “La mandria del sole” – L’ospedale, riprende la sua opera demolitrice della tradizione letteraria e moderna, rimanendo da solo a “procombere” e a segnarne la direzione. Il suo non è un semplice sperimentalismo linguistico o soltanto un mero avanguardismo velleitario, ma risulta essere un convinto procedere individualistico per demolire il passato affermando un “cesarismo culturale”, un totalitarismo demolitorio che faccia strame di ogni tappa che l’umanità prima di lui aveva segnato nei millenni. Lui, soltanto lui, James Joyce, avrebbe dovuto brillare per sempre sulla vetta del Parnaso.

Si assiste dunque, in questo episodio, ad un vorticoso passaggio a vari stili espressivi, da quello aulico altomedievale fino alla struttura semplice del parlato. È un’ennesima prova di questo giocoliere in cerca d’applausi d’un pubblico ammirato che in estasi lo veneri come un profeta. Così egli si cala nel XIV secolo, elimina ogni segno di punteggiatura e declama in sequenze infinite su un’annosa questione: è dovere dei medici salvare la madre in un parto drammaticamente difficile o invece il nascituro? Poi la struttura linguistica frana, perde ogni struttura logica e diventa soltanto uno strumento per assestare colpi alla tradizione o forse alla “normalità” dominante; un maglio diviene nelle mani di un “ubermensch” (oltre uomo) secondo la terminologia nicciana, che vuole distruggere la cultura occidentale precipitandola nell’abisso del nulla. Un cupio dissolvi che Joyce vuole mettere in atto con un profluvio di parole, trasformando in vittime sacrificali quei pochi lettori che decidono di andare fino in fondo in questo suo rito barbarico sull’altare del suo gigantesco individualismo. Con questo delirio di cui offro un assaggio chiude questo episodio: “… Alle corde. Non avere svanziche. Manco un paolo la settimana passata. Cinque numeri uno. Lei, signore? Gazzosina. Ammazzalo. La pozione del fioccheraio. Ti mette il fuoco addosso. Ricarica l’oriolo. Prendere uno zabaione e un uovo all’ostrica. Nemico.[3] E continua ancora e ancora col suo nulla futuristico.

Irlanda

Il quindicesimo episodio, “Circe” – Il bordello, è il più esteso ed è quello nel quale Bloom si incontra con Stephen, il personaggio eletto a figlio spirituale che dovrebbe sostituire il figlio morto in tenera età avuto con Molly. Dice De Angelis: “l’episodio è come un grande crogiolo in cui sono presenti tutti i motivi riplasmati e distorti.”[4] E se sono distorti per la mia “guida”, chissà cosa mi aspetta! L’episodio è diviso in temi e sotto temi e in decine di sequenze per ognuno di essi. Insomma un guazzabuglio, del quale tenta di farsi carico il commentatore De Angelis, davvero encomiabile nel suo pio e altruistico tentativo di dare una seppure debole logica ad un’autentica follia. Adesso dal testo narrativo l’autore passa alla sceneggiatura teatrale, con la descrizione degli ambienti, dei personaggi e dei loro movimenti sul proscenio, dei loro umori e seguono poi i dialoghi, criptici, incomprensibili.

BLOOM – ‘Pesci e patatine. Niente buono. Ah! (Sparisce da Olhousen, il norcino, sotto la saracinesca calante. Pochi istanti dopo emerge da sotto la saracinesca Poldino sbuffante, Bloohoom soffiante. In ciascuna mano tiene un pacchetto, uno contenente un tepido zampetto di porco, l’altro un freddo zampino di pecora, cosparso di pepe grosso…[5] e così ancora per 200 pagine di questo romanzo “capolavoro” che avrebbe segnato gli sviluppi della moderna letteratura mondiale. Comincio a credere che tutti i commenti e le recensioni entusiastiche per l’Ulisse di Joyce discendano dal fatto che non si sia letta l’opera ma qualche resoconto di un critico letterario innamorato di questa “Corazzata Potëmkin” letteraria, e io che mi trovo nel bel mezzo di questo “pantano” mi ritrovo vieppiù ad accostare l’Ulisse di Joyce al capolavoro di Eisenstein, e ad unirmi con Fantozzi al suo urlo liberatorio: “La corazzata Potëmkin è una c…ta pazzesca!!”

Il contenuto del lunghissimo episodio è un incubo di Leopold Bloom, un processo che lo vede imputato. Egli cerca di difendersi dalle accuse di chi lo aveva appena incrociato, ma anche dalla moglie e dalla giovane Gerty che lui aveva sedotto. Tutti sono contro di lui, come avviene in ogni incubo che si rispetti. “Bloom: Tutta questa gente. Io pensavo solo a qualche sculaccione. Vergate sapienti come stimolante della circolazione. / L’onorevole Mervysa Tolboys: Davvero bel signorino? Ebbene, per il Dio vivente, avrà ora la più gran sorpresa della sua vita, creda a me, la scuoiatura più spietata che mai si sia sognato. Lei ha risvegliato a colpi di frusta la tigre furibonda sopita in me. / Mrs Bellingham: Fagliele bruciare, cara Hanna. Mettigli il pepe di dietro. Castralo. Vivisezionalo.”[6] Per sua fortuna più avanti diventerà re d’Irlanda omaggiato da scolaresche e da autorità cittadine, ma un incubo è un incubo e altri lo accusano d’essere un giudeo anti irlandese, un pervertito, d’essere più donna che uomo, e poi lo scrittore, per desiderio d’originalità e di radicalità estrema, si dà alla blasfemia fino alla bestemmia, con sarcasmo turpe contro la religione, contro le Beatitudini, contro il Papa. Questa è un’opera demoniaca, e a costo di sembrare oscurantista e reazionario, dico che hanno avuto ragione coloro che l’hanno censurata poiché essa è immorale, antireligiosa, orrida e non ha proprio nulla di artistico o di “culturale” che possa contribuire all’arricchimento spirituale del lettore.

Continua…


[1] Ibidem, pag. 444

[2] Ibidem, pag. 449

[3] Ibidem, pag. 586

[4] Joyce, Ulisse, Introduzione e commento, vol. 2, pag. 230

[5] J. Joyce, Op. cit. pag. 598

[6] Ibidem, pp. 639-640

Nausica 1
Nausica 2
Nausica 3
Le mandrie del sole

3 risposte a "L’Ulisse di James Joyce, Terza parte"

  1. Ringrazio l’amico Salvatore Neri per il suo puntuale, chiaro, elegante commento al terzo appuntamento con la recensione dell’Ulisse di James Joyce, e gli sono grato, altresì, perché ha posto questioni cogenti nell’ambito della critica letteraria e sul ruolo che quest’ultima deve rivestire in rapporto alle opere edite.
    Credo che chi legge un libro, un romanzo, un saggio, un resoconto di viaggio o una raccolta di poesie, abbia il diritto di esprimere un giudizio sincero sull’opera, datosi che lo scrittore decide liberamente di rendere pubblica la sua opera, consegnandola cioè a dei lettori che, a loro volta, hanno il diritto di interpretarla e valutarla in relazione al loro retroterra culturale, alla personale sensibilità e passione, al loro vissuto personale. L’opera dello scrittore, se letta senza alcuna velleità accademica o senza timori reverenziali o remore ideologiche, entra a far parte delle esperienze significative del lettore che da quel momento non sarà l’uomo di prima. Egli sarà cambiato, io credo, in meglio, sia che l’opera l’abbia entusiasmato sia che l’abbia deluso. Ho sempre scomodato George Gadamer e il suo “circolo ermeneutico” su tale questione e sul rapporto opera/scrittore/lettore, i quali escono trasformati sempre in positivo, quando avviene l’incontro in un contesto socio politico libero e democratico. Sì, perché la condizione indispensabile è che tale rapporto tra lo scrittore e il lettore avvenga senza condizionamenti esterni: lì dove non si organizzino falò di libri da parte di orde barbariche; lì dove non esistano indici di opere proibite perché vigono verità codificate e inattaccabili, difese da pasdaran pronti a “rieducare” nelle loro camere di tortura o nei loro campi concentrazionari.
    Mi auguro che i commenti agli articoli pubblicati su “liberopensiero” possano aumentare perché la circolazione delle idee e il libero dibattito, senza dubbio, contribuiscono alla crescita culturale e civica di una comunità.

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  2. Letto, riletto, e ancora letto questo terzo commento, dopo aver rivisitato anche il primo e il secondo per ricavarne uno sguardo d’insieme, sono ancora più convinto del rigore metodologico della lettura che il prof. Pelleriti ha fatto dell’opera maestra di Joyce. Non potevo evitare questo percorso perché non è vero che parlare è arte leggera, ed ancora di più non lo è leggere perché chi legge deve saper soppesare lo scrivere in quanto parlar pensato non sottraibile al vaglio della logica e del confronto critico con l’oggetto della realtà.
    Il metodo con cui si svolge il commento mi risulta così convincente perché esaustivo riguardo alla forma e al contenuto dell’opera esaminata , nei suoi aspetti stilistici, retorici, lessicali ecc, nonché nei suoi dotti riferimenti letterari, storici, filosofici, ma non soddisfa mi sembra, né può soddisfare la definizione dell’opera in oggetto come opera d’arte, anzitutto magistrale capolavoro per il semplice motivo che non ne possiede i requisiti necessari. La valutazione del Pelleriti è inequivocabile e, viste le sue legittime pretese, inevitabile ed implacabile. Tale, si direbbe, da sconsigliare la lettura di quel che sembra pietra miliare e modello di riferimento di buona parte della letteratura anglosassone. Come stanno, dunque, le cose nel merito della questione? Da maestro elementare quale sono stato voglio parlar chiaro e vedere ancora più chiaro anche perché la lettura di Gente di Dublino non mi ha sospinto proprio a desiderare di leggere Ulisse – Joyce, e ancor meno mi incoraggia a farlo il commento scrupoloso e ben fondato di Pelleriti. Aggiungerei da parte mia che se nel momento in cui fu scritta, quell’opera fu speculare alle ansie e alle paure del tempo privando i contemporanei del sereno e solido ancoraggio alla ragione, a maggior ragione quest’opera non offrirebbe lume, chiarezza e ordine nel mondo caotico in cui viviamo questi nostri giorni. La mia non vuole essere una lacrimevole e anacronistica esigenza didascalica, moralistica e pedante, bensì la focalizzazione della sostanza che una vera opera d’arte deve presentare: il senso della prospettiva e della speranza, quel senso che libera dal non-senso e ci solleva ed eleva integralmente, intendo dire prima di tutto spiritualmente. Credo che per essere davvero grande un’ opera non dev’essere difficile ma chiara e comprensibile a tutti, non astrusa,contorta ed elitaria, noiosa e demotivante. La sua semplicità deve essere concrezione di bellezza verità e bontà recepibili da tutti, in primis da chi non l’ha letta ma avrebbe il desiderio di leggerla solo che essa ne accendesse la scintilla. Bene ha fatto perciò Pelleriti a farci pregustare il prodotto d’eccellenza di Joyce, rappresentativo del distillato di un’epoca, anche perché ciò può indurci ad amare di più la ragionevolezza ed il parlar sensato confacente alla parola che non sia escremento del cervello ma epifania dello spirito. Cosa penserebbe il grande Alessandro delle opere pittoriche del suo discendente Piero Manzoni creatore di Merda d’artista e Achrom, che anche le deiezioni sono opere d’arte per il solo fatto di essere l’immediato e impulsivo secreto di una dolorosa pienezza di stomaco?

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  3. [11:26, 5/7/2023] Dino Musumeci: Alfio caro..,ben leggerti stamane…,condivido il tuo pensiero di stamane…,parli della vita che si vive nel ns.paesino facendomi ritornare indietro nella vita.. . Il tuo pensiero va a tua figlia quando ti soffermi a “mia figlia è salva, non tornare neanche al mio funerale…” riversi in questo pensiero quando la ami e quando vorresti augurarle di continuare a vivere in un contesto diverso dal ns. paesino… ma ahimè, se continuiamo cosi che ne sarà del ns.paesino… .
    [11:27, 5/7/2023] Dino Musumeci: Ed ecco che faccio un altra riflessione..
    [11:27, 5/7/2023] Dino Musumeci: Quale “normalità” proponiamo ai giovani?
    Il ventenne, per il solo piacere di mettersi in mostra, la stupidaggine l’ha sempre fatta.
    La sfida goliardica a questa età non è certo una novità.
    Ma ora il limite si sta pericolosamente alzando, molti ragazzi non sono in grado di distinguere la realtà dalla fantasia; vivono come se tutto fosse un gioco, senza immaginare che i livelli di energia non sono quelli di un gioco.
    Nella realtà non ci sono altre vite disponibili.
    Questo ostentare “challenge” estreme per fare soldi, legando il successo ai cosiddetti follower è assurdo.
    Forse stiamo rendendo la vita di questi ragazzi troppo agevole, con famiglie del tutto assenti o genitori ultra sindacalisti dei propri figli.
    Anche la scuola purtroppo ha le sue responsabilità in quanto non riveste più un ruolo centrale nella formazione educativa dei ragazzi…
    chi può trasmettere loro valori e condotte di vita “normali”?
    [11:29, 5/7/2023] Dino Musumeci: …finché abbiamo forza, dobbiamo perorare il bene e che Iddio ci aiuti a far questo.. un caro e affettuoso saluto🤗🙏👋

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