L’Ulisse di James Joyce. Seconda parte

Alfio Pelleriti

2 – Attraversare la palude e l’arido deserto.

La seconda parte del romanzo, la più corposa (730 pagine), è quella del protagonista, ossia Leopold Bloom, che viene presentato già nel primo episodio, come un uomo “normale”, calmo, non battagliero, e assillato dal pensiero della moglie, Molly, che lo tradisce, ma che torna da lui e dalla figlia, Milly, adolescente dallo spirito libero, che dovrebbe dare al genitore continue preoccupazioni, ma invece il costante pensiero del padre sembra essere unicamente quello di misurarsi con la realtà dublinese che lo soffoca e che tuttavia egli si limita a subirla, senza opporre alcuna resistenza.

James Joyce

L’unica reazione di Bloom è quella della descrizione di ogni particolare che lo attraversa; è la registrazione ordinata di ogni accadimento e dato sensoriale, inseriti poi in un “archivio” della sua coscienza. Tutto questo si traduce per il lettore in una “palude” narrativa dove paginate e paginate sono come una fanghiglia che man mano diventa più dura, rendendo il cammino faticoso, sfibrante, fino a vere e proprie allucinazioni, quando gli incubi di Bloom si mescolano ad elementi rimossi degli incubi del lettore, manifestandosi in immagini, in parole e suoni appena percettibili e fuggevoli. Un torpore dunque ti assale in una monotonia frustrante quale può dare una lunghissima, pedante, ordinata elencazione dell’insignificante e del nulla.

Certo non è facile leggere sempre con la stessa attenzione e partecipazione l’Ulisse di Joyce poiché il lettore deve accettare questa traversata nel deserto, spinto dalla speranza di giungere alfine ad un’oasi ove finalmente potere ammirare la realtà coi suoi colori e con i suoi suoni soavi.

I becchini si misero in spalla le bare e le portarono dentro al cancello. Tanto peso morto. Mi sentivo più pesante anch’io uscendo dal bagno. Prima lo stecchito. Carny Kelleher e il ragazzo seguirono con le corone. Chi è quello accanto a loro? Ah, il cognato. S’incamminarono tutti dietro,”[1] Un esempio del tipo di narrazione che evoca la discesa agli inferi di Ulisse. Bloom e i suoi conoscenti percorrono la strada che porta al cimitero e lo scrittore riporta dialoghi, commenti e associazioni libere, percezioni sensoriali di quella realtà particolare: lo scricchiolio della ruota sul selciato, la vista di ragazzi, di donne, di anziani. Tutto ciò che normalmente viene percepito dai sensi ed escluso automaticamente dalla mente per conservare un equilibrio generale, Joyce lo inserisce invece così com’è nella sua storia. E certo ci vuole una certa dose di coraggio e di perseveranza per non chiudere il libro e lasciarlo cadere.

James Joyce

Dovrei, a questo punto, tentare anch’io di aprirmi al monologo interiore, seguendo il flusso di coscienza, senza frapporre alcuna barriera, rinunciando ad una reazione. Un azzardo, una cosa assurda, ma quando “vai con lo zoppo, poi zoppichi”. A differenza dell’Ulisse omerico, Bloom non ha niente di eroico, né la scrittura è poetica, non attrae, non ha nulla di mitico, non pone alcun problema, né azzarda ipotesi e interpretazioni sul senso della vita o sul rapporto tra gli uomini e Dio. Solo semplice, insignificante, banale normalità, solo piccoli scarti di pensieri e un arrotolarsi nella realtà del momento seguendo, anzi inseguendo le associazioni mentali provenienti da stimoli percettivi, come ad esempio in questa sequenza: “Penso che il terreno s’ingrasserebbe bene concimato di cadaveri, ossa, carne, unghie, fosse comuni. Spaventoso. Diventa rosa e verde, si decompone. Va in putrefazione presto nel terreno umido. Poi una specie d’impasto segoso una specie di formaggio. Poi cominciano a diventare neri e ne cola fuori melassa. Poi rinsecchiti. Farfalle dei morti. Naturalmente le cellule e come diavolo si chiamano seguitano a vivere. Si ricombinano. Niente da mangiare mangiano se stesse. Devono generare un fottio di vermi. Il terreno ne deve pullulare.”[2] Ma dov’è l’arte, comincio a chiedermi. Forse, come Fontana col suo taglio sulla tela incorniciata, Joyce vuole semplicemente affermare la sua libertà di calare sulle pagine del suo romanzo ciò che gli salta in mente sul tema che si è assegnato? Forse vuole creare un capolavoro del nulla, utile come la clava per ridurre in poltiglia cristalli, argenterie buone, ceramiche di Capodimonte, tele dei macchiaioli o degli impressionisti o del Rinascimento? Oppure, alla maestosità formale dei classici vuole opporre la banalità paratattica dell’elencazione di sensazioni, di immagini, della mera quotidianità? Sì, forse Joyce ha voluto costruire un romanzo anti epico, volendo, in nome della sua modernità, prendere a calci i classici rappresentati tutti da Omero. Le sue citazioni a sproposito, di filosofi, fisici, letterati medievali e moderni inseriti rientrano anche loro nella sua opera demolitrice, “futuristica”, antiletteraria, avanguardistica.

Un viaggio nella follia e negli incubi.

Vado avanti comunque, col settimo episodio, “Eolo” – il giornale, e poi con l’ottavo, “I lestrigoni” – Il pranzo. Entrambi sembrano scritti all’interno di una casa di cura per malati di mente. Il monologo interiore diventa sempre più un delirio sciorinato con sequenze che sembrano scritte da un pazzo piuttosto che descrizioni di uno scrittore: “Sapeva, mi par che sapesse dal modo come. Se si fosse sposata sarebbe cambiata. Credo che fossero a corto di quattrini. Però friggevano tutto lo stesso con burro di prima qualità. Niente strutto per loro. Il mio cuor sarà distrutto se mangerò lo strutto. Gli piace a loro imburrarsi da tutte le parti. Molly lo assaggiava, con la veletta alzata. Sorella? Pat Cliffey, la figlia dell’usuraio. Dicono che è stato una monaca a inventare il filo spinato.[3] Subito dopo parlerà della figlia, Milly; poi del rumore del tram e poi di un tenore, certo Bartall d’Arcy. Ma ancora più incomprensibili risultano i dialoghi che sono inseriti all’improvviso senza che il lettore sappia bene tra chi e su quale argomento, poiché non esiste alcun rimando a ciò che qualche rigo sopra era stato esternato: “Torta al rabarbaro abbondantemente riempita, interno ricco di frutta. Josie Powell, era. (no, non ho dimenticato una parola!) Da Luke Doyle tempo fa, Dolphin’s Born, le sciarade. S. v.: su. Cambiare argomento.

– Vede mai Mrs Beaufoy? Chiese Mr Bloom.

– Mina Purefoy? Disse lei.[4]

Nel nono episodio, “Scilla e Cariddi” – La biblioteca, lo stile, rispetto ai precedenti episodi si fa aulico, da accademia, le citazioni si contano a decine per pagina (Kipling, Swinburne, R. L. Stevenson, Dickens, Wilde); e poi chiacchiericcio nei dialoghi con un fritto misto di storia patria, letteratura e sprazzi di filosofia e insieme alle citazioni “nobili”, altre che riguardano amanti di re, attricette, prostitute e accadimenti che volteggiano nei secoli dal medioevo alla contemporaneità del Nostro, tutti “accidenti”, se non quisquilie, contorno, cascami della storia e della letteratura. Insomma la brezza dell’incipit si trasforma in vento turbinoso e poi in tempesta vorticosa da cui il povero lettore non può difendersi perché la tormenta cambia repente direzione e alla fine egli cede, si lascia cadere stremato. Del resto egli comincia a credere che il piano strategico dello scrittore sia quello di avvalersi della categoria dell’eccesso, del trasbordante: il macabro, fino all’orrido domina nella discesa agli inferi; la repulsione aristocratica per mangioni e beoni da taverna nell’episodio del Pranzo; la supponenza accademica e l’erudizione sventolate come il labaro nel campo di battaglia, nell’episodio “La biblioteca”, con le solite, sovrabbondanti citazioni, che si fanno qui esondanti e la tempesta diventa per il lettore un ciclone da cui non può difendersi. Tuttavia, a tratti in questo episodio ritorna la necessità dell’autore di placare Eolo e d’affidarsi a Zefiro, facendo risuonare dolcemente la sua prosa, anche se ciò non rende più semplice la comprensione anzi si resta ancor più confusi: “E’ questa la ragione per cui il discorso è sempre rivolto altrove, all’indietro. Violentatore e violentato, quel ch’ei voleva e non voleva, va con lui dai globi eburnei di Lucrezia cerchiati d’azzurro al petto di Imogene, nudo, con il suo neo dalle cinque macchie. Egli torna indietro, stanco della creazione che ha innalzato per nascondere sé a se stesso, vecchio cane che lecca una vecchia piaga.”[5]

Man mano che si procede nella lettura si avverte come questo romanzo oltre che stancante diventa anche azione insensata e illogica non avendo il lettore la stessa tensione emotiva o la stessa visione esistenziale dell’autore, e, non provando il piacere sottile della lettura, si chiede perché mai continuare nell’auto flagellazione.

Con tale dubbio continuo giungendo al decimo episodio, “Le simplegadi” – Le strade.

Ma in fondo come non capirlo Joyce avendo ambientato il suo romanzo in una Dublino d’inizio secolo che odiava e amava insieme, della quale conosceva anche gli anfratti e dei suoi concittadini ne intuiva gli umori, ne conosceva le convinzioni e i pregiudizi da cui erano dominati. Era consapevole che la mentalità di una comunità sociale resiste ad ogni stimolo di cambiamento, ancorata com’è alle sue “certezze”, ai suoi stereotipi. E dunque egli “l’ebreo errante” straniero e nemico nella sua patria, s’affida all’ironia, all’allegoria, al simbolismo per esprimere la sua critica che arriva fino al disgusto soprattutto quando si lascia andare a quel flusso di coscienza nei suoi monologhi interiori che occupano tanta parte del romanzo. 

Continua…


[1] Ibidem, pag. 140

[2] Ibidem, pag. 150

[3] Ibidem, pag. 211

[4] Ibidem, pag. 216

[5] Ibidem, pag. 270

Il pranzo
Il pranzo 2
La Biblioteca

2 risposte a "L’Ulisse di James Joyce. Seconda parte"

  1. Ringrazio ancora Salvatore neri per le sue osservazioni alla mia analisi sull’Ulisse di Joyce e vorrei anche avanzare una risposta alle precise e interessanti domande che pone sul significato del romanzo. Naturalmente spero di poter dare con gli altri due interventi che seguiranno degli ulteriori dati sull’opera, ma intanto rispondo alle sollecitazioni di Salvatore.
    Credo che James Joyce come tanti altri intellettuali (Celine, Pound, D’Annunzio, Nietzsche) risponda ad una pulsione interiore che avversa tutto ciò che qualcuno poi definirà “passatismo”. In nome del modernismo, agli inizi del secolo, si voleva chiudere col passato, in tutti i campi, compresa la letteratura. I canoni espressivi del Romanticismo e del Naturalismo venivano osteggiati e superati mettendo in campo uno sperimentalismo che chiudesse con la tradizione abbracciando entusiasticamente le novità che arrivavano da altri settori del sapere. Il nuovo secolo, il XX, scuote le coscienze degli intellettuali con scoperte scientifiche che rivoluzionano convinzioni secolari: la teoria dei Quanti di Max Planck e la successiva teoria della relatività di Einstein, la teoria psicoanalitica con la scoperta della dimensione dell’Inconscio e della sessualità quale componente essenziale nella formazione della personalità individuale; in filosofia l’apporto dell’irrazionalismo di Nietzsche, con epigoni che influirono non poco su vari aspetti culturali, dalla politica con Sorel e Pareto, ai futuristi di Marinetti, ai simbolisti in letteratura come nell’arte. E ancora, le coscienze tutte furono scosse dai progressi della tecnologia che porterà ad invenzioni che rivoluzioneranno l’assetto organizzativo delle città e delle nazioni, almeno quelle dell’Occidente, in tale fase storica: l’automobile, l’aeroplano, i transatlantici, la catena di montaggio nelle fabbriche, e le applicazioni poi nella prima guerra mondiale (il carro armato, gli obici a lunga gittata, i gas asfissianti, la mitragliatrice, l’aereo) che causeranno milioni di vittime. Tali innovazioni scientifiche e tecnologiche, la tragedia della guerra, la rivoluzione in Russia e la formazione di partiti operai che portavano classi popolari nell’agone politico fino a quel momento escluse e tenute in uno stato di passività rispetto alle decisioni sulla vita delle comunità nazionali, influenzarono la percezione della realtà in tanti intellettuali che maturarono spesso un senso di spaesamento e di sfiducia nei confronti dei valori della tradizione, portandoli sulla strada dell’irrazionalismo e del cosiddetto modernismo e dello sperimentalismo espressivo.
    Da questo punto di vista si potrebbe affermare che la realtà viene percepita come un insieme di enti che condizionano fortemente la vita degli individui; una realtà da cui viene esclusa qualsiasi prospettiva escatologica, ma che conserva invece una potenzialità distruttiva enorme, di fronte alla quale l’uomo ha ben poche carte da giocare e men che meno può affidarsi alla sua razionalità o alle sue idealità, quando sono la forza e la potenza delle armi ad imporsi sulla diplomazia, o il terrore incendiario delle rivoluzioni a stravolgere secolari ordini sociali, o la natura maligna con le sue epidemie (la spagnola) ad avere ragione sull’uomo e sulla sua arroganza scientista.
    Ecco, credo che Joyce abbia dato spazio alle paure dell’uomo dell’inizio del secolo, nel suo Ulisse, il cui protagonista, Leopold Bloom, è un anti eroe, che non vuole “divenir del mondo esperto”, ma cerca invece affannosamente di districarsi in un mondo che gli incute ansia, paura e che lo rende insicuro e in balia degli eventi.
    Alfio

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  2. Il tempo, la pazienza e lo studio sembra che non manchino ad Alfio Pelleriti per sviscerare le midolla di quell’ Ulisse, ebreo errante, dell’opera maestra di J. Joyce. Sì, si tratta proprio di un ebreo errante, senza posa né riposo che dovrebbe, vista la faticosa voluminosità dell’opera alfine riposare da qualche parte, o almeno offrire un’oasi serena e refrigerante all’esausto lettore. Ma non si dà pace lo scrittore, non ne riceve il lettore e ancor meno ne gode il commentatore. Secondo Pelleriti, per quello che ho capito, il povero Ulisse – Joyce è trascinato, sommerso e anche travolto dai flussi spontanei e casuali, ingovernabili e senza senso degli stimoli sensoriali e delle percezioni che nella sua coscienza ingenerano speculare caos ed equivalente non-senso. A chi e a che cosa dovrebbe dunque giovare quest’opera? Ad un’autoflagellazione collettiva? Ad un corale lamento su una Dublino invivibile? I monologhi interiori, lo sforzo di inglobare ogni minuta e particolare sensazione nell’incessante flusso di coscienza, forse approdano ad alcunché di stabile, chiaro e sicuro? Forse, sembra ammettere, alla fine del suo commento il Pelleriti, Joyce sfogo ad un qualche senso nutrendo la sua narrazione di ironia, allegoria e simboli che gli permettono di sopravvivere e galleggiare lievemente sopra i pericolosi flutti di una società divenuta troppo pericolosa e insopportabile. L’Autore, allora, io mi domando, fa il ritratto della società in cui vive oppure disvela ed esterna semplicemente la fenomenologia dei suoi disordinati e spontaneistici stati d’animo? Io ho letto Gente di Dublino, ma questo antipasto non mi ha molto allettato in direzione del capolavoro di cui si tratta, ancor meno ne sono allettato adesso che i disgusto sembra essere la conclusione di una così ardua impresa. Lode ad Alfio, sì indefesso e intelligente esploratore che con coraggio si è spinto fino a tale profondità!

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