Alfio Pelleriti
Note biografiche
Nato a Dublino il 2 febbraio 1882, James Joyce è ritenuto uno dei più importanti autori della letteratura del XX secolo e il rappresentante più autorevole del modernismo letterario. Primogenito di dieci figli in una famiglia medio borghese, visse una parabola economica discendente a causa del padre che entrò sempre più nella dipendenza dall’alcool. James, tuttavia, che si era fatto notare per un’intelligenza fuori dalla norma (scrisse a nove anni un libello sulla figura di un nazionalista irlandese, Timothi Haly), continuò a studiare accolto gratuitamente al Belvedere College, diretto dai gesuiti. Terminati gli studi secondari, si iscrisse alla facoltà di lingue moderne presso l’Università di Dublino, laureandosi il 31 ottobre 1903.

Di lì a poco morì la madre, Mary Jane, senza aver potuto convincere il figlio ad accostarsi all’eucarestia e alla confessione abbandonando il suo anti cristianesimo. Nel 1904 incontrò e si innamorò di Nora Bernacle, una cameriera di Galway dalla quale non si separerà mai. La data del primo appuntamento fu il 16 giugno di quel 1904 nel quale si svolge l’azione dell’Ulisse, e fu nello stesso anno che Nora e James lasciarono l’Irlanda non ritornandovi che per brevi periodi. Si trasferirono infatti a Trieste dove Joyce scrisse i racconti pubblicati in “Gente di Dublino”. A Trieste fu raggiunto dal fratello Stanislaus che gli sarà sempre accanto intervenendo spesso economicamente in suo favore. A Trieste tenne lezioni private di inglese e scrisse per “Il piccolo della sera” entrando in contatto con tanti intellettuali, tra cui Ezra Pound e Italo Svevo con il quale nascerà una solida amicizia. Nel 1914 pubblicò “Gente di Dublino” e iniziò la scrittura di Ulisse. Durante gli anni della prima guerra mondiale si trasferisce a Zurigo aiutato in forma anonima da Pound e da Yeats. Sono gli anni in cui si dedica alla stesura di Ulisse, sottoponendo ogni capitolo al giudizio di Pound. Nel 1920, su invito di Pound, si recò a Parigi rimanendovi per venti anni. Ma quelli sono anche gli anni in cui si manifesta la follia della figlia Lucia che spesso deve essere ricoverata presso delle cliniche per malati di mente. Fu una tragedia a cui lo scrittore non si sottrasse mai stando sempre accanto alla figlia.
Nel 1921 terminò l’Ulisse (verrà pubblicato il 2 febbraio 1922), incontrando dure critiche e spesso bloccato dalle maglie della censura in diversi paesi europei. E fu in quell’anno che il governo inglese riconobbe il regime repubblicano Sinn-Feiner nell’Irlanda del Sud mentre l’Ulster divenne parte integrante del Regno Unito. Quando il mondo entrava nella seconda guerra mondiale e dopo l’invasione nazista della Francia, nel 1940, Joyce andò a Zurigo dove cercò di curarsi dal glaucoma agli occhi, affrontando poi un intervento chirurgico per un’ulcera duodenale, ma il giorno dopo, il 12 gennaio 1941, morì.
1 – L’attrazione fatale per il “capolavoro”.
Questo non è un romanzo come gli altri e per leggerlo e capirlo bisogna prima prepararsi, avere tempo da dedicargli, e soprattutto avere una strategia per affrontarlo e sperare di “averne ragione”. Occorre, prima di iniziare il viaggio nel mondo dell’Ulisse di James Joyce, affidarsi all’ottima, indispensabile introduzione di Giorgio Melchiori e al commento di Giulio De Angelis[1], la mia “guida”, cui mi sono affidato come Dante a Virgilio.

È una struttura complessa che ha alla base rimandi epici del mondo classico e simboli tratti dalla letteratura e dalla drammaturgia (soprattutto shakespeariana). Joyce si richiama all’Ulisse omerico facendo vestire ai suoi personaggi principali, Stephen Dedalus, Leopold Bloom e Molly, sua moglie, rispettivamente i panni di Telemaco, di Ulisse e di Penelope. Sia Stephen che Bloom sono proiezioni di Joyce ragazzo e uomo maturo. Il romanzo presenta una struttura tripartita: la prima, la Telemachia, protagonista Stephen, consta di tre episodi. Nel primo, Stephen dopo aver lasciato la famiglia vive in una torre con un amico-nemico. Nei due episodi successivi Stephen rinuncia alla scuola e al lavoro volendo fare il poeta. La seconda parte, l’Odissea propriamente detta: nei dodici episodi che la compongono troviamo protagonista Leopold Bloom che è intento a combattere con fantasmi che lo riempiono di ansia: il tradimento della moglie Molly, il figlio morto e la figlia Milly lontana. È anche la parte corale in cui Bloom incontra tanti personaggi minori con i quali si intrattiene in una taverna, o quando assiste al passaggio di un corteo del Governatore; o nell’episodio del bordello circondato da prostitute; o ancora nella biblioteca dove si incontra con Stephen; sulla spiaggia quando incontra la giovanissima Gerty. La terza parte, il “Nostos”, costituito come il primo di tre episodi e vede il ricongiungimento di Bloom con Stephen nei primi due e l’ultimo dove protagonista è Molly che con il suo monologo chiude il romanzo. Tutto si svolge il 16 giugno 1904 a Dublino, data importante nella vita dello scrittore, poiché fu allora che si innamorò di sua moglie Nora Bernacle, dalle 8 del mattino fino alle prime ore del giorno seguente.
Fondamentale è stata la traduzione di De Angelis che è riuscito a far percepire i “giochi” linguistici con i quali Joyce nel suo romanzo crea effetti musicali, sonorità poetiche, andamenti ritmici che cambiano in relazione all’azione, agli ambienti, agli stati emotivi dei personaggi.

Più volte in passato ho cominciato la lettura dell’Ulisse di Joyce, per lasciarlo poi, impaurito dalla sua corposità e dalla difficoltà interpretativa, essendo andato subito alla lettura del testo, in maniera avventata e quindi destinato a sicuro abbandono, così come è capitato a tanti che si sono accostati all’Ulisse come ad un romanzo qualsiasi. Dalle prime pagine si avverte di essere innanzi ad un originale e autentico capolavoro, a un romanzo epico in cui non si distingue la prosa dalla poesia; si ha infatti la sensazione di avere tra le mani un prodotto artistico unico, costruito da un genio che è riuscito a comporre qualcosa di eccezionale nella forma e nel contenuto, riproponendo a distanza di millenni e con la sensibilità di un moderno, il destino non solo di Bloom/Ulisse, ma dell’essere umano in quanto tale, che si pone la stessa domanda: come coniugare la propria finitudine con la possibilità d’intuire l’Eterno, lo spazio infinito, il tempo illimitato nell’istantaneità dell’attimo. “Una vegliarda errante, umile forma di un’immortale che serve chi la conquise e chi allegramente la tradì, loro druda comune, messaggera del segreto mattino. Se per servire o per rampognare, lui non avrebbe saputo dirlo: ma sdegnava di sollecitarne i favori.”[2]
La sapienza con cui l’autore gestisce la struttura linguistica, costituita da dialoghi, narrazione, monologhi interiori, è data dal dosaggio perfetto tra la poeticità e l’eleganza, insieme ad una pianificazione perfetta della struttura in cui essi si alternano, badando naturalmente che le vicende del personaggio omerico siano sovrapponibili a quelle del protagonista che si muove nell’ambiente di un’Irlanda che deve fare i conti con una cultura imperialista, protestante, a tratti razzista, quale quella inglese e in un tempo limitato ad un solo giorno. I rimandi storici, filosofici, letterari, biblici sono numerosi e appartengono al ‘400, al ‘500 e al ‘600 inglese soprattutto, ma anche l’età antica e contemporanea sono ben rappresentate. Le note esplicative sono dunque un indispensabile strumento di comprensione del testo per il lettore, che altrimenti rischierebbe di smarrirsi in questa titanica creazione letteraria dove tutti i particolari sono importanti. Ma è anche un libro, Ulisse, che va assaporato pagina per pagina, senza fretta, non importa il tempo che sarà necessario per attraversare questa splendida valle fiorita. Col giusto tempo si deve godere delle eleganti, poetiche, melodiose sequenze per far risuonare nel cuore e nella mente ogni singolo episodio che riemerge dall’Io profondo del lettore stimolato dalla lettura delle singole sequenze.
La prima parte vede Stephen protagonista e l’azione si svolge in tre ambienti: la torre, la scuola, la spiaggia. L’ultimo episodio si caratterizza per il lungo monologo interiore che si sviluppa attraverso la percezione della realtà esterna che Stephen coglie attraverso stimoli spazio temporali. Il tema è la morte della madre, accostata all’Irlanda e all’allontanamento da essa di Joyce. Mi immergo in questo straordinario monologo e via via che leggo ho bisogno di dare voce alla lettura, di interpretarla, di renderla un po’ mia, aprendomi al testo col mio vissuto, col mio essere, rispondendo al suo vagare nella memoria per associazioni libere. L’operazione è stimolante e più facile per me rispetto all’Irlandese, ché lui deve usar la penna navigando tra falsi re irlandesi, eresiarchi medievali, ricordi parigini, visite fugaci in taverne piene di ubriaconi, immagini della sua infanzia, episodi vissuti con la madre, eventi accostati l’uno all’altro e privi di logica e di riferimenti spazio temporali, così come son soliti presentarsi gli incubi. E intanto sono stimolato a pensare, a richiamare immagini dei miei sogni ricorrenti che ormai non interpreto più, ma convivo con esse come fossero vecchi parenti privi dell’antica burbanza, simili piuttosto a vetusta mobilia accatastata in un angolo.
Ti seguo Joyce e stavolta, no, non abbandonerò quel che hai scritto, tu uomo vissuto ad inizio del ‘900 ma scelto dal destino a rappresentare sempre la contemporaneità malgrado lo scorrere degli anni. Ti seguirò perché intanto mi immergo nella mia storia, nel mio passato che giace nella profondità del mio Io, ai confini tra l’Es più buio e il precosciente.
La sfida che lancia lo scrittore è quella di provare a descrivere la realtà con gli occhi chiusi e facendo tacere la mente, quella abituata ai sillogismi, ai calcoli, alle analisi dei rapporti causa-effetto. Troppo facile! E non valida come descrizione nel rapporto complesso, enigmatico individuo-realtà. Altri mezzi occorrono e sono quelli del monologo interiore, del flusso di coscienza, delle associazioni libere, ma il tutto deve poi essere tradotto in linguaggio, in scrittura, solida, che regga l’enorme mole di dati che arrivano alla coscienza. Questi ultimi non possono essere lasciati liberi di cadere affidati alla casualità o al loro “peso specifico”!
A te, lettore, sembra dire lo scrittore, a te l’ardua impresa di districarti nel mio fascinoso labirinto! Creati un tuo piano, una strategia d’attacco per trovare l’uscita, altrimenti soccomberai come i tanti che hanno provato, correndo prima, e poi arrancando, infine arrendendosi prostrati. Ricorda che la soluzione, la comprensione del mio lavoro, risulterà essere la comprensione di te stesso.
Continua…
[1] Nel 2013 è stata pubblicata una nuova edizione dell’Ulisse di Joyce con la traduzione di Gianni Celati che vi lavorò per ben 12 anni. Nel 1995 la giovane Bona Flecchia tradusse il romanzo per Shakespeare e Company edizioni.
[2] James Joyce, Ulisse, Mondadori editore, Oscar Biblioteca, edizione 1978, pag. 20
Ti ringrazio Salvatore per il tuo commento che contribuisce a spiegare quale tipo di approccio adopero nella lettura di un testo. Farlo passare attraverso la propria anima è indispensabile e inevitabile per una sua giusta comprensione e interpretazione.
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Alfio Pelleriti commenta l’opera maestra di Joyce intercalando nello snodarsi dell’ardua struttura del testo spiegazione, comprensione, contemplazione e perfino riflessione meditativo- comparativa col proprio vissuto personale. È, credo, un modo di leggere e presentare un’opera letteraria molto difficile, ma forse unico per farne gustare anche le midolla; è l’unico metodo efficace per “legare” l’Autore a se stessi e di incorporarne lo spirito e l’anima. A monte, giustamente, egli osserva, ci vuole tempo, pazienza e studio, non basta la sola buona volontà! Occorre anche il coraggio di restare soli nell’avventura, come “chi se la canta e se la suona”, mentre gli astanti fanno terra bruciata intorno. Ma, in fondo, questo è il destino dei numeri primi e delle mosche bianche … o dei cavalli di razza. Nell’ educazione alla lettura credo che sia proprio indispensabile la rielaborazione del testo come macerazione dello stesso a 360 gradi per consentirne la fermentazione utile a metabolizzarlo e farne propria la sostanza, affinché esso diventi vitale e vivificante per chi lo legge. L’alternativa è uccidere l’opera, perdere tempo e prendersi in giro. Amen! Ora aspettiamo la prossima puntata.
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