La Distanza Emotiva in Lessico Famigliare di Ginzburg

di Alfio Pelleriti

Lessico famigliare, il romanzo autobiografico di Natalia Ginzburg, vincitore nel 1963 del Premio Strega, è una storia che impone al lettore delle scelte di campo perché ha dei confini molto rigidi, e dunque chi legge deve decidere se collocarsi all’interno di quel recinto o rimanerne fuori. Penso che la scelta dipenda molto dalla vicenda esistenziale di ogni lettore. La mia, per esempio, è lontana mille miglia da quella dell’autrice, e perciò in me non è mai scattato un sentimento di empatia con un personaggio della storia, con l’autrice, con la vicenda storica che la riguarda. Una barriera invisibile ma solida mi ha impedito di trovare un qualche interesse, di provare un’emozione, un sentimento di gioia o di compiacimento o di solidarietà. Mi dispiace, ma devo constatare che, terminata la lettura del libro, sono rimasto identico a me stesso, nonostante questo lavoro della Ginzburg ancora oggi sia annoverato come uno tra i più importanti romanzi del secondo dopoguerra.

Mentre leggevo, in realtà, ho provato una certa irritazione, che man mano si trasformava in disinteresse, in lontananza emotiva o in semplice freddezza rispetto alla narrazione dell’autrice, rimasta in un limbo, in un’altezza per me irraggiungibile. “Lessico famigliare” presenta il tipico ambiente dell’intellighenzia del primo Novecento italiano lì dove è vissuta Natalia Levi, coniugata Ginzburg (il marito, Leone, morì nel carcere di Regina Coeli per le torture subite perché antifascista). In questo suo racconto autobiografico si incontrano infatti i grandi personaggi della politica, da Leonida Bissolati a Filippo Turati, dalla Kuliscioff a Pajetta; della letteratura: Cesare Pavese, Carlo Levi; dell’arte: Felice Casorati; dell’imprenditoria: Adriano Olivetti. L’autrice stessa sarà esponente del partito comunista italiano e scrittrice importante nel panorama letterario del secondo dopoguerra in Italia, ed esponente di primo piano della casa editrice Einaudi (in qualità di consulente della casa editrice, si rifiutò nel 1947 di pubblicare “Se questo è un uomo” di Primo Levi; non andò meglio nel 1952, quando sarà Cesare Pavese a rifiutarlo).

Nalalia Ginzburg

Questa sua appartenenza all’aristocrazia culturale e politica appare evidente e non è per nulla celata o mitigata in tutte le pagine del suo racconto. Il lettore dunque apprende che in casa Levi – Ginzburg si trascorrevano interessanti serate in compagnia degli amici di suo padre: “Professori universitari, biologi e scienziati, accolti con tè e biscotti.” E ci informa ancora l’autrice su ciò che apprezzava il padre, senza alcun velo d’ironia. “Il socialismo, l’Inghilterra, i romanzi di Zola; la fondazione Rockefeller; la montagna e le guide della val d’Aosta.”[1] E anche la madre aveva le sue preferenze: “il socialismo; le poesie di Paul Verlaine; la musica, in particolare il Lohengrin, che usava cantare per noi la sera dopo cena.” E i suoi antenati, ci informa la scrittrice, erano una stirpe di banchieri (fortunati loro!!). Un mondo, uno pensa, che col socialismo e soprattutto con gli operai, con i contadini e “cchi jurnatara”, c’entra poco o nulla. Perché, del resto dovrei sentirmi coinvolto, visto che un abisso separa tale mondo altolocato dal mio mondo, tipico del profondo Sud e di un ceto sociale molto più basso di quello presentato con tanta disinvoltura dalla Ginzburg. Lei abitava a Torino in Via Pastrengo: “la casa era molto grande. C’erano dieci o dodici stanze, un cortile, un giardino e una veranda a vetri che guardava sul giardino.”[2] Anch’io ho abitato a Torino, in Via Genova, al confine con Moncalieri, in un appartamento di due stanze e servizi, affittato ad equo canone, giovane insegnante siciliano, supplente di lettere alla scuola media di Orbassano e non è il caso di citare dove sono nato io e quanto piccola era la mia casa e che mia madre non andò mai a sentire un’opera a Catania; rimaneva in casa e si dava ai sogni ad occhi aperti cantando la popolare “Signorinella pallida”; mio padre poi, come tanti suoi coetanei, lasciò la scuola dopo aver frequentato il primo anno di scuola per l’avviamento professionale e preferì la strada ai salotti e alle poltrone del teatro, né a casa sua si usava recitare “La figlia Jorio”, semmai la vera storia di Turiddu Giulianu, cantata nella piazza del quartiere da Ciccio Busacca, cantastorie molto apprezzato negli anni ’50 e ’60. Si praticavano gli sport invernali in casa Levi, ci informa la scrittrice. Dalle nostre parti comunisti e socialisti, manovali, braccianti agricoli e artigiani la neve e il ghiaccio li compravano e apprezzavano in estate per rinfrescare l’acqua e il vino perché pochi avevano in casa il frigorifero in quegli anni del boom economico. Essi conoscevano soltanto il lavoro duro e mal pagato svolto dall’alba al tramonto di ogni giorno. E mio nonno aveva come vero amico “u massaru Carminu Campagna” che camminava con la schiena piegata a guardarsi le ginocchia perché troppo presto, da ragazzino, aveva cominciato a tenere in mano la falce per mietere il grano nelle tenute di marchesi e baroni o la zappa, piegato sempre all’antu, col soprastante a vegliare che stesse sempre lì a zappare senza distrarsi. Il padre della scrittrice “faceva al mattino una doccia fredda, e poi faceva colazione con lo yogurt”. Noi ci si lavava in cortile con acqua gelida in un bacile e il bagno mia madre ce lo faceva dentro una vasca in lamierino. La doccia non si sapeva ancora cosa fosse. E la colazione prevedeva pane con fichidindia o pane inzuppato nel latte di capra.

La struttura narrativa del romanzo piega spesso al modello americano, dando cioè spazio al quotidiano e inserendo nel racconto anche i particolari più insignificanti, lasciando largo spazio ai dialoghi, così come si possono svolgere nella quotidianità, infischiandosene l’autrice dei lettori per seguire unicamente la “necessità” di esplicitare ogni cosa le fluttuasse nella mente, seguendo un flusso di coscienza anarchico e presuntuoso insieme. Anche la morte di Pavese viene presentata senza alcun garbo, senza alcuna pietà umana, ma sempre con atteggiamento superbo e supponente, non attenuato dalla morte di quello che si riteneva amico di famiglia. Ecco una breve sequenza del commento seguito al suicidio dello scrittore e poeta: “non aveva in fondo per uccidersi, alcun motivo reale. Ma compose insieme più motivi e ne calcolò la somma con precisione fulminea…guardò anche oltre la sua vita, nei nostri giorni futuri, guardò come si sarebbe comportata la gente, nei confronti dei suoi libri e della sua memoria…Lui non amava la vita, e quel suo guardare oltre la sua propria morte non era amore per la vita, ma un pronto calcolo di circostanza.[3] Più che una cronaca sulla morte di un amico sembra una sentenza senza appello o forse sarebbe più opportuno definire tale giudizio un “tradimento post mortem”.  


[1] Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Edizione Mondadori-De Agostini, Novara 1992. Pag. 22

[2] Ibidem, pag. 31

[3] Ibidem, pag. 206


Lascia un commento