di Alfio Pelleriti

La guerra non è mai giustificabile, soprattutto quando si argomenta su di essa standosene seduti comodamente sulla poltrona del tiepido salotto di casa, magari conversando con amici davanti al camino, sorseggiando un brandy stravecchio.
Per affrontare l’argomento è necessario uscire dal contesto storico che porta inevitabilmente a focalizzare i giudizi e le sottostanti argomentazioni sulle cause politiche, economiche, sociali che connotano la vita degli attori in questione; ciò indurrebbe a considerare l’uno Stato invasore e l’altro quello invaso. Entrambi i contendenti ed eventuali altri Stati che intervengono a favore dell’uno o dell’altro fronte giustificheranno le loro scelte con motivazioni ideologiche e con l’utilizzo della propaganda, onde evitare contestazioni interne e ottenere consensi, aiuti e solidarietà nella pubblica opinione e sostegno dalle istituzioni internazionali, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite.
Ma in questa breve nota si vuole saltare tale contesto, abbondantemente presentato sulla stampa e sui media televisivi, per provare a portare il discorso un po’ più in alto, senza tuttavia addentrarsi in disquisizioni filosofiche, etiche, religiose. Si potrebbe focalizzare la questione su una riflessione, semplice eppure fondamentale, a mio parere: ogni essere umano nel corso della sua vita avverte il bisogno di colmare dentro di sé un vuoto che lo porta alla ricerca di una soluzione ad una insoddisfazione esistenziale di cui fatica a trovare una spiegazione, e allora giunge inevitabilmente a misurarsi con il trascendente. Qualcuno se ne costruisce un’immagine di comodo, pretendendo facilitazioni o miracoli a favore del suo viaggio nella vita, sperando di scansare i rischi che lo circondano in quel vortice possente che caratterizza la realtà fuori di sé. Ci sono tuttavia certi individui che sentono un “obbligo” al cospetto di quell’Ente del quale, molto vagamente, riescono a definire i confini. È un “obbligo” che diventa voce interiore e che assume pian piano l’autorevolezza di una legge ineludibile: rispettare il Tutto con la sua intrinseca armonia, con le sue leggi che lo garantiscono dalle possibili entropie o da disastri irreparabili. E il Tutto sono le piante, i monti, i boschi, i fiumi, i mari, l’aria che respiriamo e gli animali, e gli uomini e le donne, e i bambini e gli anziani. Senza tale rispetto non c’è diritto alcuno che possa richiamarsi ad altri comandamenti o assunti; senza tale “obbligo” crollerebbero tutte le fedi: sociali, politiche, religiose, filosofiche, umanitarie; senza tale “obbligo” l’ipocrisia e la falsità avvelenerebbero le esistenze e la guerra diventerebbe, diviene l’unica selvaggia, crudele, ingiusta, immorale realtà.

Una sola vittima causata da un proiettile, da una bomba, da una lama, costituirebbe il trionfo del male. Simone Weil: “I diritti appaiono sempre legati a date condizioni. Solo l’obbligo può essere incondizionato. Esso si pone in un campo che è al di sopra di ogni condizione, perché è al di sopra di questo mondo…ed è legato a nozioni che riguardano la parte più segreta dell’anima umana…quest’obbligo è eterno. Esso risponde al destino eterno dell’essere umano. Soltanto l‘essere umano ha un destino eterno. Le collettività umane non ne hanno.”[1]
Per gridare il mio no alle guerre, propongo una poesia che ho scritto tanti anni fa, giovane neolaureato. Qualcuno può notare qualche eco de “La guerra di Piero”. Voglio precisare che non era mia intenzione muovermi sul solco del grande poeta Fabrizio De André, anche se in me, come in tanti della mia generazione, il cantautore genovese aveva inciso non poco.
L’UN CONTRO L’ALTRO ARMATI
Già pronto a morire innanzi al nemico
per l’ultima volta il cielo mirò.
Un biondo soldato, il ferro già in mano,
pensava qual colpo doveva vibrar.
Di poi una voce sentì da lontano,
e il brando mortale in tempo fermò.
Nel giovane volto or vede un amico,
si sente diverso, un puro di cuore.
L’impavido armato la spada gettò
e il petto, ormai nudo, all’altro mostrò,
il volto sereno, nel cuore la pace.
Gli occhi del vinto rimasero duri,
il cuore di pietra, la mente ancor vuota
e un colpo gagliardo d’un tratto vibrò.
Di rosso inondato il giovane fianco,
piegò le sue gambe, pensando all’amata.
Negli occhi l’azzurro, il soldato spirò.
[1] Tratto da S. Weil, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano, Londra, 1943. Sta in Simone Weil, Pagine scelte, Editrice Marietti, Genova 2009, pagg. 236/237