di Alfio Pelleriti

Amerigo Ormea, il protagonista del racconto/cronaca di Italo Calvino “La giornata d’uno scrutatore”, è testimone di un cambiamento storico che segna fortemente la vita dell’intera comunità nazionale. In Italia infatti, dopo un ventennio di dittatura fascista culminata con una tragica guerra mondiale che ci vide alleati di un tiranno assetato di sangue, riprendeva una vita normale, all’insegna delle nuove regole democratiche. Dal vuoto e supponente formalismo fascista si passava ad un impegno comune volto ad affermare la dignità di ogni cittadino. Il popolo, attraverso libere elezioni, sceglieva i propri rappresentanti, indicati dai diversi partiti politici, che potessero sedere negli scranni del Parlamento per legiferare ed eleggere un governo che si assumesse il compito di mettere in esecuzione quanto deliberato dalle due Camere. Il racconto di Calvino vuole mettere a fuoco lo sforzo festoso degli Italiani di lasciare la propria casa per recarsi presso la propria sezione elettorale situata in un edificio comunale, una scuola o come nel caso presentato dal racconto, il “Cottolengo” a Torino, luogo di cura per malati cronici, disabili, malati mentali.
Il libro presenta una giornata all’interno di una sezione elettorale per la scelta dei rappresentanti che avrebbero contribuito a mettere in pratica le giuste soluzioni per ricostruire le sorti di una nazione che usciva dalla guerra impoverita, con le strutture produttive distrutte. Sono le elezioni politiche del 1953, dopo quelle del 1946 e del 1948, con le quali si voleva fare nascere una nuova nazione in cui ognuno avrebbe assolto al suo compito sociale di cittadino e si sarebbe realizzato come individuo nel rispetto di diritti e doveri che sarebbero stati alla base del vivere comune, così come recitava la Costituzione repubblicana entrata in vigore nel gennaio del 1948. Era un mondo nuovo, più giusto, pacifico e ugualitario quello che si voleva costruire recandosi lì al seggio elettorale, in quelle stanze spoglie, con un arredamento povero costituito da tavoli, due cabine, dei fogli da piegare ed inserire poi in una scatola, l’urna. Era come un nuovo rito, senza preti, monaci e rintocchi di campane, ma ognuno, inserendo in quella scatola la scheda, sentiva di dare un importante contributo alla comunità che riprendeva in mano il proprio destino, dando insieme concretezza ai valori della democrazia…”Era un’Italia nascosta che sfilava per quella sala, il rovescio di quella che si sfoggia al sole, che cammina le strade e che pretende e che produce e che conserva, , era il segreto delle famiglie e dei paesi, era anche la campagna povera col suo sangue avvilito, i suoi connubi incestuosi nel buio delle stelle, il Piemonte disperato he sempre stringe dappresso il Piemonte efficiente e rigoroso…”[1] Si voleva, insomma, riconquistare una normalità rispetto a un recente passato carico di violenza, di guerre, di soprusi. Tuttavia tali nobili intenti non sarebbero stati facili da realizzare e già lo si riscontrava all’interno di quel piccolo ambiente, la sezione elettorale, dove si potevano trovare tanti elementi che erano come dei simboli della realtà esterna, costituita da una società dove agivano uomini e donne con sensibilità diverse. C’era l’anziano presidente abituato ad eseguire le volontà dei capi, che faticava ad operare in quel contesto democratico ove venivano garantiti i diritti di ciascuno, compresi coloro che non avevano contato niente nella società piramidale; c’era chi era pronto a chiudere un occhio e a capire che l’errore in cabina fosse possibile poiché a quell’esercizio di libertà nessuno era abituato; altri, come la “donna in arancione”, non volevano mai andare in deroga ai regolamenti e dunque non avrebbero mai permesso di far votare chi non aveva con sé il documento di riconoscimento, né avrebbero considerato valida una scheda che l’elettore sbadatamente avesse portato fuori dalla cabina non piegata.
Amerigo osservava incantato quei giovani che con serietà permettevano alla macchina della democrazia di avviarsi, avendo comprensione per coloro che commettevano qualche errore; del resto la normalità da riconquistare rispetto al recente passato appariva difficile da realizzarsi e lo si riscontrava all’interno di quel microcosmo. In quella piccola sezione elettorale ci si misurava con le stesse difficoltà che si registravano nella realtà più vasta del territorio nazionale dove confliggevano visioni diverse sulla ricostruzione del Paese.
Nel racconto/saggio di Calvino tali difficoltà, di difficile superamento, sono simboleggiate da quelle incontrate dagli scrutatori che avrebbero dovuto tradurre in pratica il diritto di accedere al voto dei ricoverati al Cottolengo, senza escludere nessuno, compresi i minorati e i malati psichici, considerati alla pari degli altri cittadini ma che di fatto non lo erano e bisognava stare attenti a che qualcuno potesse profittare di tale loro debolezza per carpirne il consenso. La lotta tra bene e male, tra progresso e conservazione arrogante, dunque, non era ancora finita. Bisognava essere vigili, la resistenza sarebbe continuata, allora e sempre: “Quel fuoco che riverberava, sia pur fievole, perfino in quella sezione elettorale, in quanti erano lì presenti al seggio, e a poco a poco si scopriva in ognuno, diverso nel grado d’intensità, di temperatura individuale che mettevano nel rappresentare la loro parte: l’oscillazione di Amerigo, l’impazienza della donna in arancione, il bisogno del giovane democristiano smilzo di credersi su un fronte di battaglia insidiato dai nemici, l’apprensivo formalismo del presidente e la scrutatrice in blusa bianca, con un bisogno di sentirsi edificata protetta dallo scandalo della disubbidienza.”[2]
[1] Italo Calvino La giornata di uno scrutatore, Oscar Mondadori, Milano 2025, pag. 19
[2] Ibidem, pag. 29-30