di Alfio Pelleriti

In questo suo saggio il teologo Vito Mancuso conduce un’analisi storica, filologica e teologica su Gesù distinguendo la sua storia di uomo che entra nella vita del mondo partecipandovi attivamente, da Cristo, inteso come Dio, forza spirituale che nutre e ama tutte le creature, Logos, Spirito divino. Nel primo caso si può usare il termine “gesuanesimo”, nel secondo cristianesimo. Il saggio contiene tantissime informazioni sui testi sacri, ma il teologo focalizza la sua attenzione sul testo più antico che conosciamo su Gesù, la Prima lettera ai Tessalonicesi di Paolo, datata 50; sul più antico dei vangeli, quello di Marco (70), il quale fu discepolo di Pietro e di Paolo e dunque, secondo la sua opinione, la chiave interpretativa dei Vangeli tutti è quella di Pietro e di Paolo, secondo cui Gesù, che è il Cristo, deve morire sulla croce per espiare i nostri peccati (valore salvifico della morte in croce di Gesù).[1]
L’autore non si sottrae ad un’analisi critica dei capisaldi del cristianesimo e ciò determina in me preoccupazione, poiché la fede in Dio non consiste soltanto in un convincimento intellettuale o in un’adesione volontaristica ad una bandiera, ma è una scelta di vita che coinvolge totalmente la persona. La fede in Dio porta ad una percezione della realtà nuova che determina cambiamenti sostanziali nelle relazioni e scelte esistenziali coerenti con i valori di giustizia, di verità e lealtà, di cui si nutre la fede religiosa. Nel saggio l’autore conduce un’analisi attenta e precisa, ma stavolta, confesso che è scattata in me una reazione di difesa che, comunque, non dovrà portare ad un respingimento aprioristico delle conclusioni dell’autore, ma, spero, ad un allargamento degli orizzonti “scientifici” delle mie convinzioni religiose. Del resto ho sempre letto con interesse e con intensa partecipazione emotiva i saggi del professore, tuttavia queste prime cento pagine mi hanno alquanto turbato poiché viene messa in risalto qualsiasi contraddizione logica o storica, religiosa o culturale tra ciò che affermava Gesù e ciò che traspare dalla figura di Cristo, soprattutto nelle pagine del quarto evangelista, in Giovanni, e poi nelle lettere di Pietro e Paolo. Il testo è ricchissimo di citazioni e pareri di scrittori, biblisti, teologi, filosofi operanti prima e dopo la venuta di Gesù e non mancano confronti con altre religioni: con l’Islam, con l’ebraismo soprattutto, con il confucianesimo, col taoismo, col buddismo. Tutta questa mole di informazioni diventa stancante, soffocante, snervante alla lunga. Non si intravede nessuna luce, nessuna “radura” che possa, come in altre occasioni, illuminare e insieme fare gioire per le riflessioni profonde cui il teologo ci ha abituato con le sue pubblicazioni. Francamente in questo saggio riscontro un accademismo che spesso scivola nella polemica e qualche volta in un’ironia che non stimola né appassiona al tema. Tale approccio, ad esempio, riscontro nel capitolo dedicato all’analisi di venti proposizioni teologiche passate al vaglio critico e strutturate in modo che si possono avvicinare a un’indagine giudiziaria volta a fare emergere incongruenze, illogicità storiche tra i primi tre sinottici e quello di Giovanni, volto a presentare Cristo piuttosto che Gesù. Tale analisi, puntuale e spesso puntuta, con cui l’autore sembra fare le pulci ai vangeli, come fossero delle relazioni volte a mettere in risalto o a nascondere particolari per finalità precostituite, mi mettono in imbarazzo. Ho la sensazione di trovarmi innanzi ad un Vito Mancuso che non conosco. È come se il teologo volesse demolire degli assunti, dei capisaldi di un credo religioso affidandosi ad un anonimo burocrate di un tribunale che segna in rosso o in blu ciò che della deposizione degli imputati potrà tornare utile al magistrato che conduce l’indagine per imbastire i capi d’accusa nei confronti dell’imputato e per la richiesta finale della condanna al giudice che dovrà emettere la sentenza. L’autore informa il lettore su quante volte si ripete un termine o una frase in un vangelo rispetto ad un altro, quante volte Gesù di Luca e di Marco mostra di amare la vita e come non sia interessato ad essa in Giovanni, e così via per tutte le 20 proposizioni con cui si passano al setaccio i vangeli. Procedo ma è una continua citazione di versetti a dare sostanza e prova alle argomentazioni dell’autore: Gesù prima di nascere non c’era; Cristo c’era da sempre, era il Verbo presso Dio, il Verbo come Dio; consistenza o meno del Credo di Nicea e ruolo di Paolo nel farlo diventare dogma.
in altri capitoli l’analisi si fa meno radicale ma tuttavia ancora critica quando spiega cosa intendesse Gesù con “Regno di Dio”, il concetto riconosciuto unanimemente da tutti i biblisti come il focus della predicazione di Gesù. L’invocazione “venga il tuo Regno”, dice lo scrittore, è indirizzata ad una realtà tangibile, al mondo concreto, attraversato e cambiato dallo Spirito di Dio che lo trasforma in un mondo di giustizia: “con il concetto di Regno di Dio si deve intendere una trasformazione della storia, una sorta di mutazione genetica operata direttamente da Dio che l’avrebbe portata a essere un organismo teologicamente modificato, rimanendo tuttavia pur sempre storia, non iperuranio o paradiso. Dire Regno di Dio e dire mondo giusto era per Gesù la medesima cosa. Per questo la sua teologia assumeva una pericolosa valenza politica: era una teologia della liberazione dalla tirannia del potere. E per questo i potenti lo condannarono a morte.”[2] Ma ci sono ancora passaggi dell’autore che muovono a preoccupazione e, confesso, mi costringono ad assumere un atteggiamento di difesa. A proposito dei passi dei vangeli in cui si parla di condanna senza pietà per chi trasgredisce: “E sarà pianto e stridore di denti”: “Viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” – “dov’è la buona notizia del Vangelo? – commenta Mancuso – “oltre a constatare la completa falsità dell’affermazione…”[3] Ora, leggere che Giovanni l’evangelista dice delle falsità, turba, impensierisce; così come leggere che “è evidente che Gesù si sbagliò”[4] sconvolge alquanto, offende un sentimento profondo, coltivato fin dalla fanciullezza. Certamente è giusto condurre la ricerca sul senso delle Scritture, tuttavia per ricercare non necessariamente si deve andare oltre le ipotesi interpretative approdando a delle “certezze” che negano, in questo caso, la sacralità di Gesù, conducendo l’indagine con la stessa acredine e distanza di chi è ateo o agnostico e scadendo nella derisione delle convinzioni altrui, senza risparmiare il ricorso al sarcasmo e all’acredine.

Tuttavia più avanti, quasi prevedendo la reazione preoccupata dei lettori, Mancuso spiega che non possono esistere filosofie o religioni perfette o esenti da critiche, ma anche se imperfetta una dottrina può indicare una strada per la ricerca di una vita autentica: “Il fatto di riconoscere un errore nella predicazione di Gesù sul regno di Dio non comporta per nulla una sua complessiva svalutazione.”[5] Il problema che si pone il lettore, tuttavia è relativo al fatto che Gesù venga analizzato in quanto uomo e dunque per tale sua condizione egli sarebbe andato incontro a contraddizioni. Ad esempio la convinzione di Gesù che il Regno di Dio si sarebbe manifestato nell’arco di una generazione, cioè nel suo tempo storico. Inoltre egli era profondamente inserito nell’ebraismo: era un ebreo e dunque seguiva quella visione del mondo; frequentava le sinagoghe e ne rispettava le regole. Molto interessante l’osservazione dell’autore sullo Spirito, inteso come alito, vento, spazio vuoto e indeterminato all’interno dell’uomo. Tale spazio può essere trasformato inserendovi come nutrimento elementi buoni o cattivi. È la spiritualità che potrà consolidarsi come “bene”, un’energia che muove verso la giustizia, la bontà, la libertà, superando il conformismo, il materialismo, l’egocentrismo. Il Padre nostro costituisce allora la sintesi di tutto il Vangelo e il fondamento della nostra anima, la quale si nutre con la preghiera che, a sua volta, diventa rapporto personale con Dio. Ne deriva una religiosità solidaristica che diventa un “itinerario della mente in Dio”, in una dimensione soprattutto individuale che può portare ad un comportamento rivoluzionario: dal distacco dal denaro alla rinuncia ad esprimere giudizi o condanne; dalla disponibilità al perdono all’amore per i nemici, dalla non-violenza all’azione benevola verso tutti. Altra importante focalizzazione che serve a comprendere il cristianesimo è il riferimento a Dio che abita nell’anima del fedele che lo prega e da Lui si lascia guidare nelle scelte quotidiane. Egli è dentro di noi, abita nella nostra intimità, nella nostra coscienza, in cui risuonano i principi fondativi del cristianesimo. Tuttavia Dio è presente non solo nella nostra anima, ma in Cielo, cioè in una dimensione trascendente il mondo e ancora nel Tempio, cioè nella sua casa, nella Chiesa. Nel Nuovo testamento emerge un’immagine di Dio completamente opposta a quella del deismo illuminista, secondo cui Dio ha creato il mondo e poi è scomparso lasciandolo a se stesso, incurante di quanto vi accade, anzi, al contrario, il Dio di cui parla Gesù è presente nella storia e assiste spiritualmente l’umanità: “non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in noi. (Mt. 10, 20)” Perciò rimettersi alla volontà di Dio, come dicevano i nostri nonni e le nostre mamme significa rimettersi alla volontà di Gesù e alla buona Novella che Egli consegna agli uomini: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto…Il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che glielo chiedono. (Mt, 7, 7)”[6]
Giunto al quinto capitolo che si occupa della morte in croce di Gesù, mi trovo ancora una volta davanti all’ennesimo elenco di ipotesi da passare al vaglio critico. Emergono dubbi sui particolari dell’arresto: chi era presente? Perché Pietro aveva con sé la spada? E come fece a tranciare di netto l’orecchio a Malco, il servo del sommo sacerdote? Dove fu interrogato Gesù? a casa di Caifa o di Annan? E si verificò la vigilia della Pasqua o il giorno dopo, durante la festività? L’ultima cena si tenne o no? Chi volle la condanna di Gesù, i Romani o il sinedrio? E quest’ultimo si riunì di giorno o di notte? Vi furono almeno due testimoni a carico dell’accusa? Veramente alla lunga il lettore rischia lo sfinimento e man mano che procedo ripenso a cosa possa portare tale analisi critica, razionale, scientifica che distingue Gesù da Cristo, ma che su entrambi adotta i medesimi approcci argomentativi. E dunque il professore mette in dubbio molti interventi salvifici di Gesù presentati nei vangeli, tanto che ripenso a quanto afferma Dante nella terza cantica, nel Paradiso, al canto XXXIII, a proposito della “necessità” dell’uomo di definire Dio: “Omai sarà più corta mia favella,/ pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante/ che bagni ancor la lingua a la mammella.” (vv. 106-108) a dire quanto sia inadeguata la parola del poeta o di qualsiasi altro uomo, per descrivere la potenza divina, tanto da assimilarli al balbettio di un neonato.

L’indagine sulla morte di Gesù, minuziosa e comparata a tutti i livelli, è veramente stancante e deludente e si chiude come in altre parti, secondo me, con delle ovvietà: “anche a questo riguardo, la verità non la sapremo mai. Di certo, però, nulla di quanto raccontato dall’evangelista Matteo corrisponde a verità.”[7] Fortunatamente la mia fede è forte e non vacilla innanzi a tali continue asserzioni, ma quella che si scalfisce è la definizione di “maestro spirituale” che ho spesso usato nei confronti di Vito Mancuso, di cui ho letto gli altri suoi libri e che mi hanno aiutato e sostenuto nel mio cammino di fede. Quest’ultimo mi risulta indigesto, pedante, freddamente accademico.
Si afferma poi di non credere al miracolo delle nozze di Cana, perché? “Non credo nemmeno alla storicità della miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, il cui racconto presenta dimensioni quantitative ancora più inusitate.”[8] Sono sorpreso per il fatto che si manifesti una tale certezza sulla impossibilità dei miracoli di Gesù e avverto una certa difficoltà di continuare con la lettura: sono colpi quelli inferti che annichiliscono perché portati a segno da chi non ti aspettavi. Lo stesso approccio critico avanza l’autore esaminando la crocefissione di Gesù e la sua morte, presentata dagli evangelisti come predestinata da Dio Padre per la salvezza dell’umanità e per estinguere il peccato originale di ogni uomo, considerate dal professore come una vera e propria torsione della realtà. Capisco che il teologo deve indagare, esaminare, scansionare fino al dettaglio, ma fino a che punto è possibile spingersi? Sembra che all’autore non bastino le paginate su dettagli storici, sulle contraddizioni delle versioni di Paolo e di Pietro soprattutto, ma si spinge oltre, fino ad accostare la volontà di Dio ad Erode e a quella dell’imperatore Costantino che uccisero i loro figli: “Erode fece uccidere il primogenito Antipatro, il secondogenito Alessandro e il terzogenito Aristobulo per preservare il proprio potere. Costantino fece uccidere il figlio primogenito Crispo per non chiarite ragioni di sesso e di potere. Dio Padre fece uccidere il Figlio per risolvere i suoi problemi con il genere umano causatigli dal peccato di Adamo.”[9] Ma è utile e a cosa serve la blasfemia nell’indagine teologica? Leggere questo saggio richiede tanta pazienza, un atteggiamento di apertura senza erigere aprioristiche difese delle personali convinzioni su Gesù, su Cristo, su Gesù Cristo, convinti tuttavia che ogni certezza religiosa l’abbiamo costruita con fatica e l’abbiamo consolidata nella nostra interiorità profonda nel corso della vita con le relazioni all’interno della famiglia, della scuola, della parrocchia, della comunità tutta. E in tale contesto si potrebbe accogliere l’invito del teologo a considerare la figura di Gesù Cristo come apertura alla pratica del bene da raggiungere attraverso un impegno personale volto all’amore per ogni creatura, senza alcuna distinzione culturale, apprezzando l’apporto di altre sensibilità che comunque siano rivolte alla difesa della libertà e della giustizia. Su tali basi lo scrittore parla della necessità di un neo-cristianesimo basato sull’amore-per-il bene. Da questo punto di vista Mancuso accoglie l’Inno alla carità o Inno all’amore di Paolo: “Aderisco a questa pagina di Paolo con convinzione: sento che è veramente ispirata da quell’amore del bene e della giustizia che corrisponde alla più alta ispirazione divina che un essere umano può ricevere.”[10] Ancora Paolo nella Lettera ai romani afferma il valore salvifico della croce, che conduce alla purificazione dal peccato e dal peccato originale in particolare (amartiocentrismo).

Sulla crocefissione ecco ciò che sostiene lo scrittore: “Il mito cristiano della morte in croce di Gesù progettata e voluta da Dio per salvare l’umanità è storicamente inverosimile, teologicamente incomprensibile, eticamente inaccettabile.”[11] Sarà anche un’affermazione “inverosimile e incomprensibile” tuttavia essa è stata accettata nel corso di 2000 anni dalla vasta comunità cristiana e ha determinato delle basi teoriche, dei capisaldi teologici sui quali tantissime generazioni si sono formate, si sono realizzate, hanno consolidato la loro dimensione spirituale. Perché demolire dalle fondamenta il credo religioso tra i più seguiti al mondo, con il quale ci siamo relazionati con Dio? Certamente la missione della teologia è quella di indagare su come viene declinato nella storia il concetto di Dio, su come è stato vissuto e percepito ed interpretato nel periodare storico da filosofi e teologi; tuttavia non si può essere così radicali nei confronti di coloro che si ritengono i padri del cristianesimo, anche quando lo si vuole rifondare evidenziandone aspetti che, a ragione, sono stati messi da parte o sottovalutati. Sono d’accordo invece con l’autore quando sottolinea l’importanza della pratica del bene, la ricerca della giustizia, l’impegno a favore degli ultimi, in difesa della libertà e della salvaguardia dei diritti e della dignità dell’uomo, a prescindere dalla razza, dalla condizione economica, dal credo religioso professato. Ma la mia religione è il cristianesimo, in Dio Padre credo e in Gesù Cristo e nello Spirito Santo che agisce nella mia vita e mi sostiene e mi dà forza e mi aiuta nelle scelte che devo operare in questa mia vita, così meravigliosa e così complicata; fin dall’infanzia con Gesù ho parlato, a Lui e al mio Angelo custode mi sono rivolto nei momenti più difficili che ho attraversato; mi verrebbe difficile ora guardare a Buddha o a Confucio o riscoprire il messaggio socratico per soddisfare l’esigenza della preghiera e del rapporto con il trascendente, così come non mi basta pensare a Gesù esclusivamente come un uomo. Io ho bisogno per praticare il bene di chiamarlo Gesù Cristo senza alcuna congiunzione in mezzo che divida, e ho bisogno quotidianamente di nutrirmi di quell’Ostia consacrata ove per me c’è il corpo e il sangue di Cristo, così come era un nutrimento spirituale irrinunciabile per Edith Stein, madre Teresa Benedetta della Croce. E mi dispiace, professore, dissentire con lei, perché per quanto riguarda Dio io mi sento vicino alla definizione che ne dà Soren Kierkegaard, che lo indica come il “Totalmente Altro”, rispetto alla nostra piccola logica, ai nostri encomiabili tentativi di declinare i suoi attributi, il suo Logos, che si rivelano tentativi volti a sfiorare ciò che è Infinito, Eterno, Intelligente, Sapiente. Continuerò a leggere i suoi libri ma continuerò a recitare il Credo nella celebrazione della Santa Messa, a pregare Maria, madre santissima, e mi inginocchierò compunto al ricordo della cena di Gesù con gli apostoli allo spezzare del pane e all’elevazione del calice, e ancora crederò che sull’altare ci sia il suo corpo e il suo sangue di cui ho bisogno per nutrire il mio spirito insieme alle opere di carità messe in atto con amore e dedizione nei confronti dei fratelli bisognosi o nell’esercizio della comprensione fino alla pietas, al perdono e al sorriso verso chi ti oppone astio e indifferenza. E così mi astengo dal giudicare il capitolo sulla generazione di Gesù e sull’attenta e puntigliosa analisi di Maria vergine e madre. Io saluterò ancora il Natale di Gesù come l’epifania e l’avvento di Dio che si fa carne per indicare agli uomini la Via, la Verità, la Vita. Tuttavia apprezzo quanto afferma il professore sulla madre di Gesù: “Maria è vergine a un altro livello, più profondo più vero. Se si dice di un evento che è vero spiritualmente, non significa che è meno vero ma che lo è di più, perché raggiunge quella dimensione dell’essere che non passa.”[12] E come non approvare le seguenti riflessioni con le quali chiude il suo saggio: “Gesù è il Cristo nel senso che la sua vita e il suo insegnamento possono attivare in noi una dimensione superiore rispetto alla nostra semplice umanità, la quale per questo si apre alla trascendenza; e in questa apertura essa attinge la sua più autentica profondità, la sua più intima dimensione ontologica.”[13]
“Gesù insegnò a cercare il regno di Dio e la sua giustizia. Per questo Egli rappresenta la possibilità della trascendenza.”[14]
Confronto tra il prof. Vito Mancuso e il vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca Vito Angiuli sul saggio “Gesù e Cristo”.
È stato un confronto chiaro sebbene le tante citazioni e il livello di approfondimento teologico profondo, con rimandi ai grandi della filosofia: Socrate, Platone, Plotino, Marco Aurelio, Simone Weil, Kant, Nietzsche. Le due posizioni tuttavia sono rimaste ciascuna saldamente ancorate alle proprie premesse: storico-filologica quella del professor Mancuso, dogmatica, in difesa della dottrina, quella del vescovo Angiuli.

Con chi schierarmi con il professore o con il vescovo? Con chi rappresenta il cattolicesimo essendone un ministro o con lo scrittore e teologo, col filosofo Vito Mancuso, il filosofo tormentato dai “perché”? Il professor Mancuso ha evidenziato una partecipazione accorata, aperto al suo interlocutore e alla possibilità dichiarata di poter correggere le proprie tesi come esito del confronto che si accingeva ad aprire con il vescovo. Tale sua naturale bonomia, unita ad una passione che a tratti diventava quasi sofferenza, mi ha molto coinvolto, fino alle lacrime, e a lui mi sono sentito vicino e nei suoi dubbi ho ritrovato i miei. Il suo atteggiamento pacato e umile sebbene nutrito di sapienza profonda lo ha portato alla difesa della critica, mossa già nel saggio, sul kerigma fondamentale del cristianesimo, la resurrezione di Gesù. Tuttavia, a differenza della mia subitanea reazione in difesa del Risorto durante la lettura del suo libro, qui, sentendo la sua voce, percependo la sua lealtà e l’umiltà dell’autentico filosofo, ho percepito il dolore e la sofferenza dello studioso votato alla ricerca, ma non quella fredda, accademica, quella delle citazioni e dello sfoggio erudito, ma dell’uomo che si assume la responsabilità della sua indagine epistemologica e dichiara con coraggio le sue conclusioni, senza alcun tono trionfalistico. Ho pianto, sì, sentendolo parlare, perché ho notato che con sofferenza il professore conduceva le sue argomentazioni ma con onestà intellettuale e di nuovo l’ho sentito come un “padre spirituale”.
Il vescovo ha rappresentato l’istituzione, con piglio severo ammantato d’una ironia che in qualche occasione è apparsa un espediente per far passare accettabile il tono dogmatico e accusatorio delle sue argomentazioni.
[1] Sono ventisette i libri che costituiscono il canone del Nuovo Testamento (anni 170-200) scoperto nel 1740 da Ludovico Antonio Muratori. Si comincia con i quattro vangeli, i sinottici; gli altri sono gli apocrifi, tra essi il più importante è quello di Tommaso che dà molte informazioni sulla vita di Gesù. Ai Vangeli seguono gli Atti degli apostoli: le 13 lettere di Paolo di Tarso, le 4 lettere agli Ebrei, le 7 lettere “cattoliche” indirizzate ai credenti (1 di Giacomo, 2 di Pietro, 3 di Giovanni, 1 di Giuda); il libro dell’Apocalisse.
[2] Vito Mancuso, Gesù e Cristo, Garzanti Editore, Milano 2025, pag. 197
[3] Ibidem, pag. 166
[4] Ibidem, pag. 173
[5] Ibidem, pag. 176
[6] Ibidem, pag. 286
[7] Ibidem, pag. 372
[8] Ibidem, pag. 387
[9] Ibidem, pag. 411
[10] Ibidem, pag. 469
[11] Ibidem, pag. 634
[12] Ibidem, pag. 696
[13] Ibidem, pag. 720
[14] Ibidem, pag. 726