di Alfio Pelleriti

Salto in questa rivisitazione dei miei anni dell’infanzia, quelli antecedenti il mio primo giorno di scuola. Quel periodo lo trascorsi a casa, con mia madre soprattutto, e con i miei nonni paterni; con i miei fantasmi, i miei sogni ad occhi aperti steso a terra a guardare il passaggio delle nuvole sul mio scorcio d’azzurro, a dare significati a quelle forme cangianti che veloci attraversavano l’albeggiare della mia esistenza.
Da quel mondo magico dovetti prendere le distanze una mattina di Ottobre del 1958. Il 2 di quel mese avevo compiuto i sei anni necessari per essere ammesso alla prima classe delle elementari. Così, indossato il mio grembiulino blu dal colletto bianco, in mano la cartella marrone di cartone con dentro due quaderni, una penna Bic e una matita, la mano nella mano di mia madre, inconsapevole e stranito, mi lasciai condurre verso l’ignoto. Si dovevano percorrere circa quattrocento metri della Via Vittorio Emanuele, ma suppongo che ci vollero almeno 15-20 minuti prima d’arrivare, perché ero riluttante e rallentavo il passo e mia madre di rimando mi spronava ad allungarlo, apostrofandomi con richiami che mi ricordavano che non era proprio il momento di guardarsi in giro e che non era il caso di dormire perché ci stavano aspettando.
Il risultato dei suoi richiami era opposto alle sue aspettative poiché non capivo perché si ostinasse a farmi fare qualcosa che mi incuteva tanta paura. Giungemmo all’edificio che m’apparve maestoso con la sua facciata color rosa e le sue finestre enormi che si aprivano ordinate l’una accanto all’altra e su due file poste sui due piani, sulla strada principale del paese. Salimmo la scala d’accesso che portava al portone d’ingresso che dava su un andito con in mezzo tre scalini in marmo che davano su un corridoio dove altre mamme tenevano i loro bambini e altri più grandi, soli, si muovevano sicuri ed entravano da porte bianche che davano su stanze enormi con banchi in legno dove seduti stavano tanti bambini vocianti, schiamazzanti. Di tanto in tanto s’udivano degli urli e degli ordini che volevano sedare risate, pianti, proteste, richieste, canti, litigi. Erano uomini, adulti sconosciuti, che mi parvero giganti e impaurito mi stringevo a mia madre, tenendo forte la sua mano con le mie a dicendole che non mi lasciasse in quell’inferno. Ma lei era decisa e sapevo che non potevo far passare il mio desiderio di tornare a casa, infatti entrammo in uno di quegli stanzoni con quegli enormi contenitori in legno dove, a due a due, stavano seduti dei piccoli come me che attorno si guardavano stupiti e tristi, come chi viene abbandonato da chi pensava fosse il suo buon protettore.
Mia madre si avvicinò al tavolo posto sopra una pedana in legno, dietro cui era seduto un signore che la bidella chiamava “maestro”. Si girò verso mia madre sorridendole e poi, guardandomi, mi chiese il nome ponendomi la mano sui capelli. Naturalmente non risposi perché ero impietrito, annichilito, come se facessi il mio solito sogno, quello della strega che suona il piano e che fa girare intorno i mobili della stanza. Poi mia madre, dopo avermi raccomandato di fare il bravo e di non fare arrabbiare il maestro, se ne andò lasciandomi inebetito e solo in quel luogo straniero ed enigmatico. Per fortuna mi ritrovai con un compagno di banco che avevo visto qualche volta lì nel piazzale di fronte casa. Si chiamava Placido Nicotra e devo ancora ringraziarlo perché fu per me come un angelo custode, con la sua espressione sorridente e bonaria.

Convenimmo che saremmo stati amici e cominciammo subito a trasformare quella realtà straniera in qualcosa di accettabile, per cui per noi quel banco diventò la nostra casa, e quindi non ci sedemmo come gli altri sulla tavola che fungeva da sedile ma sotto, sulla pedana, lì dove ci sentivamo più protetti. Il maestro ci consentì per quel primo giorno di stare nella nostra “casa”, ma già dall’indomani precisò che mai più avremmo dovuto sederci lì dove avrebbero dovuto stare i piedi. Ascoltammo, stupiti e spaventati da quell’ordine perentorio che non prevedeva alcuna obiezione o chiarimento se non l’obbedienza.
Quell’anno fu terribile perché io come gli altri ci sentivamo costretti a vivere in una situazione per noi innaturale, dove un signore, dalla faccia arcigna e dalla voce alta e sgradevole, ci costringeva a comportamenti per noi illogici; ci proponeva argomenti che non capivamo; dovevamo memorizzare tante informazioni ed eseguire delle operazioni mentali irrituali, per noi insensate; nelle prove cui ci sottoponeva dovevamo rispondere subito e per chi sbagliava scattava immediata la punizione: una bacchettata sul dorso delle mani.
In seconda elementare e fino alla quarta ebbi un altro maestro che non usava la bacchetta per punire chi non sapeva ripetere correttamente gli argomenti assegnati, usava le sue mani enormi colpendoci sulle guance o in testa. Miei compagni, chiamati alla lavagna per eseguire delle divisioni, al primo errore venivano presi per i capelli da quella mano enorme che sbatteva loro la testa sulla superficie nera e dura di ardesia. Atteggiamenti ieratici pontificavano fidando su quelle poche e misere nozioni che avevano appiccicate in testa a degli esserini sui quali sfogavano la loro mediocrità professionale, il loro autoritarismo vigliacco, la loro inconsistenza culturale e umana. Per fortuna il suono della campanella ci riportava fuori da quell’incubo, ed essendo bambini, pronti al sorriso e alla gioia per essere tornati all’aria aperta, correvamo contenti, lanciavamo la cartella sull’impiantito del marciapiede festanti per aver riconquistato la libertà. Tornati a casa tuttavia nascondevamo ai genitori i nostri sentimenti e li accontentavamo osannando la bontà e la bravura di quei tiranni vestiti da maestri.
Grazie Germana per aver partecipato a questa rivisitazione di un’esperienza lontana nel tempo ma tanto importante per i bambini ti ogni epoca, di tutte le generazioni, ma per la nostra ancora di più, perchè segnava l’ingresso in una comunità diversa dal nostro nido, dalla nostra famiglia.
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la mia prima elementare è stata un po’ diverso. Premetto che sono nata 8/9/52 e quell’anno non ho voluto la torta con le candeline perché non volevo andare a scuola e compiere gli anni significava doverci andare per forza! Anche io avevo i banchi di legno con il predellino ed essendo alta mi ritrovai nell’ultima fila.La mia maestra era molto zoppa, mentre le altre erano maestre “normali”. Però si è rilevata molto brava , si faceva rispettare anche se dolce e premurosa.Dopo un paio di mesi se mia mamma rispondeva alle amiche che la mia maestra era la Valsania, sai quella zoppa, io intervenivo e con tono autoritario dicevo “ non è zoppa la mia maestra!”
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