Incombe una distopia orwelliana sul mondo

Alfio Pelleriti

Si potrebbe dire che da un bel sogno siamo passati ad un incubo: ottant’anni di pace abbiamo avuto in Europa con l’eccezione della guerra in Kosovo e nella ex Iugoslavia; ora assistiamo a capovolgimenti repentini della logica che sottostava ai rapporti tra gli Stati occidentali. I rapporti d’amicizia instauratisi tra Europa e Stati Uniti stanno da un giorno all’altro sfaldandosi fin quasi a crollare. Il fenomeno Trump, presidente della più grande potenza militare, che già dal primo mandato si era rivelato un pericolo per le istituzioni democratiche, oggi sta letteralmente demolendo con quotidiani colpi di maglio i principi fondativi della Costituzione americana alla basse del liberalismo politico e del liberismo economico della nazione. Donald Trump usa il ricatto, le minacce e le ritorsioni economiche nei confronti degli Stati sovrani dell’Europa, del Sud America, dei paesi asiatici; manifesta chiaramente intenti imperialistici su territori e popoli indipendenti, affermando, senza pudore né reticenze, di volerseli annettere, occupandoli con la forza o comprandoseli.

Anche all’interno del suo Paese Trump ha trasformato la libera e democratica America in uno Stato distopico dove si capovolge completamente ogni logica in nome del mantenimento di una sicurezza pubblica da garantire con metodi violenti e illiberali, oppressivi e razzisti. Un reparto speciale come l’ICE (Immigration end Customs Enforcement – Controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione), una polizia che si connota come una vera e propria milizia, agisce spesso senza rispettare le leggi in vigore che tutelano i diritti dei cittadini, reprime il dissenso e la libertà di manifestare aggredendo e uccidendo impunemente, protetta dagli attuali governanti americani.

L’ICE è una polizia politica fedele al capo e dunque a lui solo risponde né ai governatori degli Stati in cui opera né ai sindaci delle città, né ad altri corpi di polizia, né ai magistrati. Sembra essere precipitati nel clima tipico delle camicie brune delle SA tedesche o delle camicie nere in Italia negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Contro la poltiglia ideologica MAGA (Make America Great Again – in italiano “Rendiamo l’America di nuovo grande”) e del sovranismo, espressioni che sottintendono comportamenti e atteggiamenti tipici del fascismo, occorre correre ai ripari e attivarsi prima che codesti partiti, in forte affermazione in Europa e nel resto del mondo, prendano il sopravvento ed entrino come un terribile virus nelle teste e nelle coscienze dei giovani, così come accadde da noi in Italia col fascismo e col nazismo in Germania. Bisognerebbe agire al più presto stimolando ragazzi e giovani alla lettura, alla frequentazione di spettacoli teatrali, all’ascolto della buona musica, interessandoli ad approfondimenti inerenti la storia, la geopolitica, la filosofia, la sociologia, la letteratura, l’arte in generale. Dovremmo evitare che all’improvviso ci si possa trovare in una situazione orwelliana nella nostra Europa tradendo le aspettative di Kant, di Sartre, di Jaspers, di Wittgenstein, di Russell, di Voltaire e di Rousseau, di Tolstoj, di Dostoevskij, di Montale, di Pasolini, per non citare i grandi geni dell’Umanesimo e del Rinascimento. Bisogna far presto prima che il virus dell’Ur-fascismo, per usare l’espressione di Umberto Eco, entri all’interno delle famiglie creando quella situazione allucinante che Orwell ha raccontato nel suo romanzo “1984”: «Ovviamente non era possibile abolire la famiglia anzi la gente veniva incoraggiata ad amare i figli come si usava un tempo, però si faceva in modo di mettere i figli contro i genitori, insegnando loro a spiarli e a denunciarne le deviazioni dall’ortodossia. In tal modo la famiglia era diventata a tutti gli effetti un’estensione della Psicopolizia[1]


In Iran, invece, siamo già in piena distopia: la polizia politica, i pasdaran della rivoluzione (milizia sciita), autentici terroristi, macchine da guerra dall’aspetto umano e dal cuore di pietra, che in soli tre giorni sono stati capaci di assassinare 16.000 manifestanti (dati dichiarati dal capo supremo Khamenei); gli osservatori parlano di almeno 25.000 vittime della repressione barbara in questo Stato precipitato indietro nel tempo nell’Alto medioevo. Neanche il già citato Orwell avrebbe immaginato che la sua “Psicopolizia” potesse essere superata quanto ad ottusa e cieca violenza, dopo il fatidico 1984 in cui immaginava al potere il Tiranno, il Grande Fratello che spiava e controllava i cittadini dalle culle alle bare. Scrive Orwell: «Magari ci avessero ucciso subito! Ovviamente vi aspettavate di essere uccisi. Prima di morire però si doveva passare per il rituale della confessione: lo strisciare sul pavimento implorando pietà, lo schianto delle ossa rotte, i denti spaccati, i ciuffi di capelli intrisi di sangue. Perché si doveva sopportare tutto ciò, quando la fine era sempre quella? Perché non era possibile accorciare la propria vita di qualche giorno, di qualche settimana? Nessuno sfuggiva alla caccia, nessuno era capace di non confessare. Non c’era scampo per chi si era macchiato di psicoreato. E allora, perché mai il futuro doveva avere in serbo tutto quell’orrore, che non cambiava nulla?»[2].

Sembriamo insomma essere precipitati indietro nel tempo quando la barbarie caratterizzava i rapporti tra i popoli e la legge del più forte si imponeva col terrore oppure si ha l’impressione di trovarsi nelle atmosfere cupe ed inquietanti del cinema “dark”, dove la cattiveria e il male spadroneggiano e segnano le esistenze degli individui, costretti a vivere nell’angoscia e nella paura permanenti. Sembra assurdo che un presidente degli Stati Uniti possa comportarsi come Joker a Gotham City, ma le recenti minacce all’autonomia della Groenlandia ci confermano che siamo entrati in un autentico incubo da racconto horror.

A proposito di atmosfere cupe, che ricordano la violenza gratuita, cercata per soddisfare pulsioni primordiali che risalgono dall’inconscio più profondo e premono sulla coscienza per farsi accettare e trasformarsi poi in adeguati, conseguenti comportamenti, vorrei citare la drammatica uccisione dello studente di origini egiziane avvenuta a La Spezia.

Tutti abbiamo appreso la notizia dell’accoltellamento di Abanoud Youssef, il ragazzo di 18 anni, italiano di origini egiziane, avvenuto all’interno dell’Istituto professionale “Einaudi – D. Chiodo” di La Spezia per mano di un altro studente della scuola, di 19 anni, Zouhair Atif, marocchino. Nonostante il pronto intervento dei medici, Abanoud non è sopravvissuto al fendente infertogli al petto e in serata la sua giovane vita si è spenta. La sua colpa è stata quella di avere scambiato con una giovane coetanea, frequentata dall’omicida, delle foto che li ritraeva da bambini insieme. Questo pensiero gentile verso la compagna d’infanzia è stato interpretato dal suo carnefice come una grave offesa da lavare con il sangue, e portatosi un coltello, anzi la “lama”, come usano definirlo in gergo, l’ha ucciso. Sì, Abanoud non vive più, non sarà più presente a scuola con i suoi compagni, non sognerà più di formarsi una famiglia come suo padre. Abanoud è morto.

Potremmo concludere che questa è una notizia che non dovrebbe sorprenderci in modo particolare, poiché di tali fatti, accoltellamenti, risse, sparatorie, aggressioni per futili motivi o addirittura senza alcun motivo, sono ormai piene le cronache giornalistiche. E infatti molti tra coloro che hanno appreso la notizia, in attesa delle altre dedicate all’imminente domenica sportiva e calcistica in particolare, l’hanno commentata dopo aver controllato l’identità dei protagonisti del fatto di sangue. E accertatisi che si tratta di “stranieri” si sono lasciati andare ad un giudizio che non impegna e che si è sicuri che può essere accettato dai più, e cioè che il mondo sta andando a ramengo e che “si stava bene quando si stava peggio”, che gli immigrati costituiscono un problema per la sicurezza della nostra comunità e che sarebbe necessario finalmente usare le maniere forti: la certezza della pena, l’aumento degli anni di detenzione da infliggere per i reati contro la persona, e soprattutto, che il carcere sia duro e impietoso.

Insieme a tali commenti, velocemente esternati non si sa se dalla mente o dalla pancia e poi dal petto usciti, ve ne sono altri più elaborati, ma che sono anch’essi in cerca d’un capro espiatorio cui scaricare tutta la responsabilità di ciò che accade in questa nostra comunità umana. In tali apodittici giudizi si addita la scuola come l’istituzione che dovrebbe farsi carico dell’educazione di questa generazione di ragazzi e che evidentemente viene meno ai suoi doveri fondamentali.

È vero, la scuola è una delle agenzie educative che ha il compito di sussumersi il compito di formare ed istruire gli alunni di ogni ordine e grado, insieme però alle famiglie e alle parrocchie, e si dovrebbero aggiungere i politici che esercitano funzioni di governo nelle varie amministrazioni centrali e periferiche del territorio nazionale. È da precisare tuttavia che nella scuola i docenti chiamati ad istruire e a formare menti e cuori dei discenti non dovrebbero trasmettere soltanto fredde nozioni, informazioni che attengono i loro specifici ambiti, demandando all’insegnante di storia ed educazione civica, o al docente di filosofia o di religione, interventi che mirino ad educare i fanciulli, i ragazzi, i giovani. No, non di un sapere pietrificato c’è bisogno, freddo, bastante a se stesso, neutro e neutrale, ma di un sapere che sappia interessare le menti e i cuori, che interessi la sfera psichica di ogni allievo in un rapporto empatico tra docenti e allievi per cui avvenga che tutte le discipline siano contestualizzate nel presente storico e preparino gli alunni ad affrontare i problemi e le sfide che presenta l’attuale società. Dovrebbe essere dunque una trasmissione del sapere volta a far capire la realtà e che faccia nascere e consolidarsi nei ragazzi i valori universali: la giustizia, il rispetto reciproco, l’altruismo e la pratica del bene, l’attenzione per i più deboli. Insomma, si dovrebbe mirare a fare emergere a scuola la necessità e la possibilità di migliorare la qualità dell’esistenza, potenziando non solo le abilità fondamentali per la conoscenza dei saperi disciplinari, ma soprattutto la dimensione spirituale che porta all’accettazione della diversità e alla convivenza pacifica, ad apprezzare il bello, il bene, la lealtà, la libertà.   


[1] G. Orwell, 1984, edizione Oscar Mondadori, Milano 1989, pag. 140

[2] Ibidem, pagg.107-108


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