di Alfio Pelleriti

Un giovane professore di recitazione, sua madre, un dottore e la sua assistente, e io. Sì, proprio io. L’aveva già deciso la regista e sceneggiatrice di questo magnifico film-poesia. Il tema scelto ha avuto come effetto inevitabile il coinvolgimento nella vicenda di ogni singolo spettatore, che si sarebbe posto, durante la visione del film, accanto ad ognuno dei protagonisti. Se qualcuno storce il naso infastidito e interdetto dalla mia presunzione e dai miei vaneggiamenti, ricordando che il processo di identificazione scatta sempre davanti alle opere che si rappresentano sul set o sul palcoscenico, rispondo che questo film è una rappresentazione speciale, poiché riprende il tema che fu proposto nel primo dopoguerra in Germania prima e dopo in Francia, dall’esistenzialismo filosofico, e che da allora permea il pensiero occidentale, fino ai nostri giorni. Nel film quei temi approfonditi da Heidegger, da Jaspers, da Sartre e da scrittori come Camus, Celine, Pirandello, Svevo, sono tutti presenti: è il tema della “scelta” che si impone a tutti gli individui, nel lavoro, nella dimensione sentimentale, nel lavoro. E a tale tema è legato quello dell’angoscia che scaturisce dal dubbio di avere fatto la scelta sbagliata, e dunque, segue lo scacco e il fallimento esistenziale.

Tale situazione indagata dall’esistenzialismo filosofico e letterario viene esemplificata con il protagonista del film, da Benjamin, che si era separato dalla moglie e dal figlio ancora piccolo, avendo seguito i consigli della madre, possessiva e ossessiva, come tutte le madri egoiste che ritengono i figli loro proprietà da non spartire con nessun’altra donna. Benjamin, insegnante di recitazione, seguito con passione e interesse dagli allievi, a trentanove anni deve fare i conti con un cancro al pancreas ormai giunto al quarto stadio, non lasciandogli ormai alcuna speranza di guarigione. Dovrà solo combattere una battaglia con quel male che gli toglierà energia, che lo farà spegnere lentamente e poi morire. Ad alleviare il suo stato interviene il dottore, responsabile del reparto che, avvalendosi del personale infermieristico e dei volontari, sosterrà psicologicamente Benjamin e gli altri degenti, ricorrendo alla musica, al ballo, ad incontri di gruppo, condividendo con loro forti emozioni fino al pianto, permettendo loro di apprezzare la vita in ogni istante, nonostante tutti sappiano che da quel tunnel non potranno uscire.
Questo è un film sulla morte, su quell’evento drammatico con cui un uomo velocemente deve fare i conti con se stesso, con la sua esistenza, nel momento in cui è solo, poiché gli altri comincerà a percepirli sullo sfondo della parete, e pian piano si allontaneranno, mentre il suo respiro diventerà sempre più pesante e gli occhi poco per volta faticheranno a muoversi da quel punto della parete che gli sta di fronte. E come spesso avviene, anch’io da spettatore ho interagito con i protagonisti della storia, accostando alle vicende di Benjamin episodi della mia vita passata e presente, poiché in quella stanza d’ospedale, in quel reparto di oncologia chirurgica e nell’altro delle cure palliative sono stato e ne ho esperienza. Per tale ragione la commozione è stata forte e ogni sequenza mi ha coinvolto molto.

Del resto nel film sono presenti tutti gli elementi del dramma che toccano il rapporto madre/figlio; quello padre/figlio; il rapporto umano e professionale medico/paziente; le problematiche relative al “fine vita” e l’apporto che i volontari, in rappresentanza della comunità sociale, possono dare a chi di essa non fa più parte, coadiuvando, con i loro quotidiani interventi, l’azione dei medici e degli infermieri tesa a sostenere anche psicologicamente i pazienti. «Cercate di vivere con loro sofferenze, gioie, dolori, paure» – ripete il dottore a chi dovrà prendersi cura degli ammalati – «piangendo con loro se l’emozione diventa irrefrenabile. Parlate con loro invitandoli “a ripulire i cassetti della scrivania”, cioè a risolvere quel problema rimosso, a chiedere perdono a chi è stato fatto un torto, preparandosi così a chiudere in pace la propria vita. E soprattutto – consigliava vivamente il dottore – non mentite con loro, ma dite sempre la verità».

Benjamin non aveva voluto vedere né la moglie e neanche il figlio, i quali vivevano in Australia la loro vita. Tuttavia, appresa la notizia della malattia del padre, il ragazzo decide di andare a trovarlo anche se combattuto da opposti sentimenti che lo spingeranno più volte ad arrivare sulla soglia della porta che dava nella stanza del padre per poi tornare indietro a tormentarsi in albergo. La morte di Benjamin cambierà in positivo tutte le persone che l’avevano conosciuto: i suoi giovani allievi, futuri attori; la madre, che gli chiederà perdono e riceverà a sua volta quello del figlio; e il giovane figlio di Benjamin che finalmente troverà la forza di entrare nella stanza dov’è ricoverato il padre e, accompagnandosi con la chitarra di un volontario ospedaliero, canta per lui un motivo amato da lui e dalla madre quando stavano insieme.
“De son vivant” è un film da non perdere, ed è da proporre a medici, infermieri ed operatori sanitari tutti, e ai volontari che operano nei vari reparti sanitari, perché decisamente a loro si rivolge in primo luogo e a loro può indicare la strada giusta per un approccio proficuo con i pazienti, poiché apre a riflessioni sulle modalità comportamentali da mettere in campo con tutti gli ammalati e soprattutto con quelli terminali.

Il film, prodotto nel 2021, è stato scritto e magistralmente diretto da Emanuelle Bercot, che con levità e sapienza si è avvalsa del linguaggio filmico presentando un tema complesso e drammatico sul quale nell’epoca storica che stiamo attraversando poco si riflette, poiché i valori che da qualche decennio sono invalsi nella società tutta sono quelli legati allo sviluppo tecnologico che supporta l’interesse economicistico e materialistico di gruppi finanziari capaci di condizionare i sentimenti, gli interessi, le scelte della maggioranza della popolazione. La regista ha potuto raggiungere gli alti obiettivi espressivi ed artistici grazie alla bravura e all’impegno profusi dagli attori, da Benoit Magibel nei panni del protagonista Benjamin a Catherine Deneuve, Crystal, sua madre; da Gabriel Sara, Eddé, il dottore responsabile del reparto a Cécile De France, la giovane assistente del dottore, la cui peculiarità umana e professionale è la compassione nei confronti dei pazienti, fino al giovane figlio di Benjamin, Leandre, Oscar Morgan.