Aldo Cazzullo, Francesco

di Alfio Pelleriti

Il giornalista e scrittore Aldo Cazzullo presenta la vita di Francesco, del poverello d’Assisi, col suo stile di sempre: un linguaggio chiaro e semplice, sia nel lessico che nella costruzione sintattica e nelle argomentazioni. Ed è una scelta stilistica adatta per la presentazione del Santo che chiamava “sorella” la povertà e la morte, “fratello” il sole e il vento; il Santo che non voleva che i frati tenessero con loro denaro e che accogliessero sempre i poveri provvedendo alle loro necessità anche rinunciando al poco che avevano, fosse anche la loro tunica.

È lo stesso stile che il giornalista adopera nella fortunata trasmissione televisiva “Una giornata particolare” che ha ottenuto un largo successo di pubblico, poiché Cazzullo presenta non solo le informazioni sull’evento in questione, ma anche le sue emozioni, guardando dritto alla telecamera, cercando il nostro sguardo, rendendo la sua comunicazione chiara, interessante, coinvolgente.

Di Francesco l’autore ha sottolineato il grande amore che nutriva per tutte le creature, proprio tutte, compresi i lupi, i vermi, le cicale: comprese, tra i vegetali, le erbe spontanee, quelle che di solito finiscono schiacciate dalle scarpe degli uomini o dalle zampe degli animali; amava la Natura tutta Francesco, il vento e le acque del mare e dei fiumi, i monti e le pianure, i boschi e gli anfratti, e aveva parole dolci per il Sole e la luna e le stelle; per il fuoco e perfino per la morte, come recita il suo Cantico delle Creature, la prima composizione poetica in volgare, cioè in italiano.

E amava tutti gli uomini, anche coloro che venivano dichiarati nemici. Francesco amava Gesù e la sua Parola che gli riscaldava il cuore e gli dava forza, saggezza, perseveranza e pace interiore. Ed era Gesù che lo rendeva Santo e dunque ogni suo gesto, ogni sua parola diventavano aperture amorevoli, compassionevoli verso il suo prossimo più sofferente.

Come tutti i santi, Francesco attirava l’attenzione di molti suoi contemporanei perché andava controcorrente. Il suo tempo era caratterizzato da un esercizio del potere dispotico che si avvaleva di ogni mezzo per raggiungere i suoi obiettivi, e che si imponeva in maniera spesso aggressiva incidendo fortemente sulla vita delle moltitudini. Era il tempo dell’imperatore Federico Barbarossa, di Federico II, dei Papi Innocenzo III e Gregorio IX, di Saladino e di Gengis Khan. La borghesia cominciava a farsi notare e condizionava anch’essa la vita politica delle realtà comunali, insieme alla nobiltà. Francesco non lo cercava il potere, né voleva per la sua comunità gli agi e i piaceri che potevano venire dal denaro, anzi, lo vietava ai suoi confratelli. Egli viveva una vita frugale, povero tra i poveri, e tuttavia possedeva qualcosa che in pochi avevano, il fuoco della fede in Dio. Era una fede vissuta, non formale e neanche “limitata”, a misura delle possibilità umane. Francesco imitava Gesù spogliandosi della sua identità e di ciò che era stato. Rigettava la logica umana per farsi strumento del Vangelo; egli voleva realizzare concretamente la parola di Gesù e dunque si spogliò di ogni bene terreno e si ripulì di ogni sovrastruttura mentale e culturale per diventare servo di Dio, affinchè potesse cogliere il Logos divino nella storia, l’armonia del Tutto, la spiritualità della Creazione e l’amore che attraversa ogni elemento della Natura, che lui amava perché vi sapeva leggere l’impronta divina.

Tutto questo egli visse e questa sua filosofia egli sentì di doverla passare ai suoi confratelli e alle consorelle, a Leone, a Filippo, a Elia, a Chiara e a tutti coloro che lo seguirono fin dalla prima ora. Aprì alle donne invitandole a seguire il suo esempio perché si liberassero dal giogo della famiglia patriarcale che le considerava soltanto oggetti o pedine da gestire come qualsiasi strumento per ottenere vantaggi economici o sociali.

Il progetto di Francesco andava oltre il suo tempo, poiché dell’essenza del cristianesimo si occupava, cioè dell’Amore divino, di quell’energia che si nutre di razionalità e di irrazionalità insieme; che si muove tra la realtà e ciò che la supera e la invera. Francesco volle vivere come Gesù, ne fu convinto e ne divenne “apostolo” fino ad ottenere una risposta divina, un imprimatur sul suo corpo, le stimmate di Cristo. Egli, diventato il “Il giullare di Cristo”, Lo testimoniava con canti, con gesti, con la gioia, con la semplicità e la profondità dei poeti, con l’amore, scegliendo di stare vicino agli ultimi e ai diseredati. Con umiltà e instancabilmente diffuse il Verbo divino, e, si potrebbe dire che la sua catechesi si fondava sulla sua stessa vita; non aveva bisogno di indicare le letture giuste, perché erano i contatti umani e la pratica dell’amore la vera palestra che avrebbe aperto il cuore alla carità e dunque alla salvezza eterna. Era questa la Verità di Francesco, e dunque non voleva “perdere tempo” con i libri, poiché aveva fretta e desiderio di impiegare il tempo nella missione evangelizzatrice di cui il mondo aveva bisogno.

La sua fede era travolgente e piegava anche i potenti, proprio lui così fragile e disarmato, vestito di cenci, ma che possedeva la grazia divina di vedere, toccare e amare Gesù negli ultimi: i poveri, i lebbrosi, i malati e i diseredati. Fu quasi naturale per lui scrivere con la lingua del popolo il Cantico delle Creature, e, aggiunge lo scrittore, “comunicò il Vangelo attraverso la parola, la musica, il mimo, il gesto, consentendo lo sviluppo del teatro e delle rappresentazioni[1]. Fu anche per questa sua necessità di rimanere coerente al Vangelo che Francesco scandalizzò molti, poiché agiva e parlava come un rivoluzionario quando avvicinava gli ultimi e i peccatori. Francesco è stato un profeta e come tale appartiene all’umanità intera, e giustamente, afferma l’autore, “la sua eredità non riguarda soltanto il passato, poiché Francesco, come tutte le grandi anime, è uomo senza tempo, dallo sguardo rivolto al futuro[2].

Divenuto servo di Dio, Francesco non poteva non scegliere la Porziuncola come luogo per vivere e pregare e poi per celebrare la Santa Messa, un piccolo terreno con una casetta, piccola, essenziale, povera. Ruppe ogni rapporto con il padre a cui restituì tutto, perfino i vestiti che indossava, rimanendo nudo sulla pubblica piazza. Fu ripudiato dal padre Bernardone, e non avrebbe avuto più rapporti con lui, riconoscendo in Dio il vero Padre, divenendo così un nuovo Gesù. L’ultima fase della sua vita fu caratterizzata dalla sofferenza del corpo, e da qualche amarezza: obbediva alla nuova Regola voluta da Onorio III che rendeva “meno dura” la vita dei frati, che avrebbero potuto digiunare solo il venerdì; dedicarsi alla lettura dei libri, accettare delle donazioni che avrebbero migliorato le loro condizioni. E Francesco allora si ritirò a Greccio e lì cantava, pregava, componeva poesie e si relazionava con Gesù, ricreando la sua venuta sulla Terra ad abbracciare l’umanità e a ricolmarla di Amore, e così rappresentò con il Presepe l’Avvento, la discesa tra gli uomini di Gesù, di Dio fattosi carne, per portare la Lieta Novella intrisa di misericordia, di perdono e di Amore. “Francesco ha inventato una tradizione della cristianità, in un modo che incanterà generazioni di bambini e di adulti sino alla fine dei tempi[3].

Francesco, dopo una dolorosa malattia, morì ad Assisi, la notte tra il 3 e il 4 ottobre 1226, all’età di quarantaquattro anni.

Il corteo funebre, ci racconta lo scrittore, passò davanti alla chiesa di san Damiano, la chiesa che aveva frequentato da giovane e che aveva accolto Chiara e le sue consorelle clarisse. Qualche tempo prima, sulla Verna, aveva ricevuto le stimmate.

Un’ultima citazione con cui chiudere questo mio intervento sull’interessante saggio di Aldo Cazzullo, per ricordare Papa Francesco, il primo Pontefice che scelse per svolgere quell’altissimo ministero il nome del “Poverello d’Assisi”: “il 4 ottobre 2013 andò ad Assisi. Era la prima volta che scendeva sulla tomba del santo di cui portava il nome, e pianse[4].


[1] Aldo Cazzullo, Francesco, Edizioni HarperCollins, Milano 2025, pag. 18

[2] Ibidem, pag. 25

[3] Ibidem , pag. 147

[4] Ibidem, pag. 242


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