di Alfio Pelleriti

Sono trascorsi dieci anni dalla pubblicazione di “Un torinese ad Albavilla ed altre storie”, una mia raccolta di racconti brevi sulla “sicilitudine”, su quella realtà della provincia siciliana che spesso poggia su atteggiamenti ipocriti, su pregiudizi, sull’indifferenza rispetto alle problematiche socio-politiche, ai temi etici o culturali. Un tema non nuovo alla produzione letteraria isolana ma affrontato mirabilmente dai grandi scrittori siciliani, da Consolo a Sciascia, da Brancati a Bufalino, da Camilleri ad Alfio Caruso, da Giuseppe Fava a Giuseppina Torregrossa. Voglio ricordare questo mio lavoro con la pubblicazione di uno di quei racconti.
Il caffè, la piazza, il tempo
Un vento gelido sceso dai fianchi della montagna spazzava le ultime tracce della presenza delle bancarelle che avevano allietato la via principale di Albavilla con i mille colori delle chincaglierie. I muri delle case portavano ancora l’eco del vocio della folla che si era mossa allegra ondeggiando tra le multicolori luminarie. Permaneva ancora il caldo profumo delle caldarroste che si era unito per due settimane con l’abbrustolito odore delle mandorle, cuore dolce e fragrante del torrone.
Piazza Roma, nonostante il rintoccare cadenzato delle campane della Basilica annunciasse che mancavano quindici minuti a mezzogiorno, era deserta. Volteggiavano pericolosamente le grosse lampade appese ai lampioni umbertini, mentre un bastardino smagrito, con la coda tra le gambe, l’attraversava veloce in cerca d’un angolo che lo riparasse dalla spietata tramontana. Quel freddo intenso ed improvviso, inusuale per metà ottobre in Sicilia, aveva riempito i saloni dei sodalizi e dei bar e tanti si affrettavano a conquistare le migliori postazioni d’osservazione dietro i vetri da cui guardavano verso la piazza spauriti da quella rara mancanza di uomini e cose.
L’Eden Bar lavorava a pieno ritmo. La macchina del caffè andava a tutto vapore e quell’inconfondibile aroma dei chicchi appena macinati permeava l’ampio salone, contribuendo a rendere più tolleranti e malleabili anche le teste più dure. Gli argomenti più vari s’incrociavano in un bailamme di voci, di suoni ora acuti ora bassi. Al banco la nera bevanda si sorseggiava con lentezza e gestualità rituale dopo averla ordinata perentoriamente: “un caffè! Lungo!” “Un caffè, ristretto!” “Un caffè! corretto!” o semplicemente “Un caffè!”. E gli avventori, giovani e anziani, si sentivano in quei minuti che stavano al banco dei veri signori, serviti e riveriti, riconciliati col mondo, perfino più buoni. Difendevano quella loro posizione che rasserenava e a tratti esaltava poggiando bene i gomiti sul marmo a delimitare lo spazio che per quel tempo breve apparteneva solo a loro. Quando poi bisognava lasciare il posto ad altri che impazienti attendevano alle spalle, prendevano tutti la direzione della cassa per i rituali convenevoli: “pago io!” dicevano tutti; si spintonavano per arrivare primi e pagare; facevano a gara per mettere mano alla borsa rimanendo però a debita distanza dal cassiere, aspettando che il più generoso uscisse finalmente i soldi per pagare il conto.
A mezzogiorno in punto, dopo aver assistito alla Messa ed aver ricevuto la benedizione del prevosto, i primi intabarrati fedeli comparvero sulla scalinata della Chiesa Madre, stringendosi al collo la sciarpa e prendendo direzioni diverse per rincasare a passo svelto, salutando i conoscenti con cenni della testa o con veloci sguardi amichevoli. Per gli avventori dell’Eden bar quello era uno spettacolo da non perdere: si affollavano ai vetri compiaciuti della loro privilegiata e calda posizione, godendo sadicamente nel pensare alle gelide sferzate della tramontana che trapassavano i pur spessi cappotti di quella schiera in rotta.
All’interno, tra i vapori della macchina che lavorava a pieno regime, un gruppo di piccoli proprietari di agrumeti malediceva il governo che non faceva nulla per il Sud e per le loro arance, sempre meno richieste e sempre più insidiate dalla concorrenza spagnola e marocchina. E quelli che erano stati spavaldi e superbi produttori, proprietari di floridi agrumeti, si chiedevano come sopravvivere alle severe leggi del mercato. Era tramontata l’ultima speranza accesasi qualche anno prima, quando si erano sperticate le mani applaudendo il paladino del liberismo, colui che doveva eliminare i lacci e i laccioli della burocrazia statalista. Dopo cinque anni di quel “buono e longevo” governo i loro rossi e succosi frutti erano appesi ancora sugli alberi in attesa di una buona offerta di commercianti, come loro “liberisti” convinti, ma sempre più avidi e poco proclivi a capire le ragioni delle loro lamentele.

In un angolo in fondo al salone, avvolti da una nuvola densa di fumo, stavano “gli artisti”: pittori, scrittori, poeti, tronfi e pettoruti, orgogliosi e in eterna competizione tra loro, pronti a partecipare a qualsiasi concorso municipale per guadagnarsi una targa o un attestato in finta pergamena. Si sentivano una spanna sopra gli altri e ciascuno ripeteva a se stesso che non aveva pari al mondo, con l’eccezione di qualche grande del passato. Erano sorretti dalla passione del dilettante, spinti dalla voglia di dimostrare la propria abilità ma incapaci di esprimere una personale visione del mondo, poiché lontani dalle sofferenze del loro presente e insensibili alle grandi tragedie del passato. Erano intenti a registrare il reale perché pensavano che in ciò consistesse la creazione artistica: imitare la natura, riprodurla così com’è. Cercavano di fotografare il reale senza rischiare di interpretarlo, senza andare oltre le regole, ma rispettandole pedissequamente. Non prediligevano un colore piuttosto che un altro; non giocavano con la prospettiva, con i campi e con i piani; non mettevano in evidenza spigolosità e caos piuttosto che le pacifiche e ordinate linearità del bozzetto. Anche loro, avvolti nella nebbia dei vapori aromatici dell’aristocratica nera bevanda, costituivano il loro capannello da cui, di tanto in tanto, si alzavano ardite affermazioni e improvvidi giudizi:
“Chi? Picasso? Per carità! Non mi dite che quella è arte! Per carità!” affermava con supponente sapienza e con atteggiamento schifato uno degli “artisti”.
“Giusto! L’arte, caro mio, si deve capire! Deve essere chiara. Vuoi presentare, ad esempio, un campo di grano, il mare, una montagna innevata? Ebbene, usa i colori giusti! Fai capire che li sai usare i pennelli! Fai capire che quello è il mare, o la montagna o un uomo in bicicletta! Non fare scarabocchi!” sentenziò un altro che avrebbe voluto dirgliela in faccia a surrealisti e impressionisti la sua verità su come va realizzata un’opera d’arte.
“Ordine, insomma! L’arte è ordine, armonia, precisione del segno”, aggiunse infine un terzo, chiudendo il cerchio di quelle ardite ipercritiche riflessioni.
Fuori da quel piccolo coro di pettoruti artisti un giovane che non era né pittore né poeta, timidamente proponeva un suo diverso punto di vista sul tema di cui già da duemila anni si erano occupati fior di filosofi ed intellettuali. – “per me la creazione artistica è una libera interpretazione della realtà e ciascun artista si avvale della sua abilità, del suo personale vissuto e del suo spessore culturale. L’artista deve essere capace di emozionarsi, di provare sentimenti e deve essere straordinariamente bravo nella tecnica formale per esprimere tale sensibilità. L’artista è tale se sa andare oltre le regole per cercare essenze, per produrre il Bello che spesso dischiude verità nascoste.” Si girarono tutti a guardarlo con aria di sufficienza senza accettare il dialogo. A loro non interessava continuare quel discorso sull’arte che era approdato alla filosofia, volevano solo tacitarlo come si può zittire un neofita che vorrebbe dar lezioni al maestro: “ma che ne sai tu di arte? Uno prima di parlare dovrebbe dimostrare che le sa fare le cose! Facile parlare!” Volevano schiacciare con occhiatacce stizzite chi aveva osato affermare qualcosa di diverso rispetto all’opinione condivisa da artisti, seppur di provincia.
E poi altri gruppetti: studenti che imitavano i loro insegnanti ridendo soddisfatti dei loro difetti; contadini che si lamentavano del tempo e della inspiegabile prolungata siccità; e in un angolo, “Turi ‘u pazzu” che parlava da solo imprecando contro il sindaco che non gli aveva ancora dato la pensione che giornalmente andava a chiedergli senza perdersi d’animo, instancabile nella sua solida convinzione.
E poi c’era Orazio Rapisarda, insegnante di matematica e cultore di filosofia, che aveva istruito per quarant’anni generazioni di giovani nel vicino liceo classico sempre con distacco aristocratico, con immotivata superbia nei confronti di ragazzi che avrebbe voluto vedere con la schiena china intenti a zappare, piuttosto che seduti sui banchi di scuola, col rischio che qualcuno di loro potesse diventare un medico, un avvocato, un ingegnere. Lui, che era figlio di calzolaio, odiava i figli del popolo, come se dovesse spartire con altri un bottino che era riuscito a conquistarsi da solo. E così, negli anni, aveva nutrito un sordido rancore verso tutti i suoi studenti e la scuola era diventata per lui un tormento. Non sopportava più i colleghi, il preside, i bidelli e divenne sempre più scorbutico ed irascibile. Si era convinto che fossero tutti dei nemici che tramavano contro di lui. Ogni giorno era come avviarsi all’ennesima battaglia e i colpi da sferrare contro i suoi nemici dovevano essere formidabili, tali da annientarli o ferirli profondamente. Se il suo collega con cui si intratteneva non aveva fatto studi umanistici, ecco che infiocchettava ogni sua affermazione con dotte citazioni latine. Se il bidello lo salutava educato e rispettoso, lui fingeva una distrazione per non rispondergli; quando poi entrava in classe non salutava, guadagnava veloce la cattedra e cominciava a scrutare nervoso e stizzito quella “orda di barbari” che non avrebbe mancato di colpire con battute velenose e commenti mordaci. Anche le battaglie più ardimentose, tuttavia, alla fine stancano e così andare in pensione fu per lui una liberazione.
Cominciò a frequentare più assiduamente il Circolo dove giocava a carte e assisteva a lunghe sfide a bigliardo. Si alzava ogni giorno col pensiero fisso di prepararsi per condurre in porto uno scopone scientifico che potesse sbalordire gli astanti. Al tavolo da gioco mal sopportava i commenti sulle sue giocate che riteneva sempre azzeccate e intelligenti e rispondeva smodatamente e rancoroso a chi accennava a muovergli delle critiche.
“Ma per favore! Ma vi pare che ho tempo da perdere io? Ma a ccussì si joca? Fici stricari a carta, ah… che significa? niente? Proprio l’asso di bastuni, con tante carte, proprio chissa havi a jucari!?”

“Propriamente” – rispondeva risentito il compagno di gioco – “propriu chissa, prufissuri! E quannu stricati, fatilu vidiri, non vi ammucciati! Sulu vui u sapiti chi faciti!”
Poi alle venti in punto si accomodava in sala video per seguire, insieme ad altri pensionati di lungo corso, il telegiornale, alla fine del quale si accomiatava per rincasare. Lì nel salone indossava con fatica il cappotto, si copriva collo e bocca coll’immancabile sciarpa e senza salutare i soci che, disdegnando il gioco delle carte, preferivano discutere seduti comodamente in poltrona, si avviava altezzoso e sprezzante puntando la porta d’uscita in fondo alla sala.
Giunto nella sua casa, troppo grande per lui che era solo e dimenticato da parenti e amici, era attanagliato da un’angoscia possente che gli toglieva a tratti il respiro e i pensieri gli martellavano il cervello. Era come se una corona di ferro gli stringesse la testa e da quella morsa non poteva scappare. Tutto gli sembrava inutile ed insignificante e una noia dolorosa gli impediva di concentrarsi anche per pochi secondi. Non aveva sonno ma non poteva leggere, non poteva vedere un film in TV e men che meno seguire un dibattito. Soffriva la solitudine ma era troppo inetto per cercare una donna con cui dividere il suo tempo, con cui parlare, sorridere, commentare i fatti del giorno, raccontare di ansie, di sogni irrealizzati; una donna con cui scoprire finalmente l’amore e la gioia del donarsi. No, lui non li aveva mai coltivati tali pensieri. Apparteneva a quella categoria di uomini che hanno in gran spregio i propri simili, li temono, li odiano e li evitano e, dunque, stare da solo era per lui la situazione più conveniente.
Da qualche mese aveva incubi ad occhi aperti e ogni scricchiolio gli rivelava una presenza diabolica e ostile e un’ansia spasmodica spesso gli stringeva la gola fino a fargli sentire i sintomi del soffocamento mentre gocce di gelido sudore gli imperlavano la fronte. Era il momento in cui aveva la netta sensazione che quella sua camera, l’intera casa, perfino gli oggetti, divenissero, poco a poco, più estesi. Sì, la dimensione spaziale smarriva le sue leggi e tutto si allargava a dismisura e quella casa gli sembrava ad un tratto vasta, enorme, senza difese. Lui, invece, perdeva vieppiù le forze, mentre un vivido terrore gli permetteva soltanto di aprire la bocca nel vano tentativo di gridare e le pupille apparivano più piccole, immerse in quel vasto biancore di due occhi sbarrati.
Poi una mattina la grande piazza fu svegliata dal consueto torpore da un grido di un monello che, impudentemente, voleva l’attenzione di tutti. Correva da un lampione all’altro, percorrendo i quattro angoli della piazza, perchè doveva annunciare ciò che aveva visto. Voleva tentare anche lui di scuotere quella torma d’uomini dormienti da secoli, intenti a consumare il rito quotidiano del caffè.
“Si ‘mmazzau, si ‘mmazzau Rapisarda, u prufissuri … Cca’ scupetta si ‘mmazzau!” gridava con quanto fiato aveva in gola, indicando col braccio teso e all’indietro la casa del professore.
Per alcuni secondi si bloccò ogni voce, si sedarono le liti, s’affievolì la gioia smodata di un tifoso che rievocava le prodezze del suo condottiero in calzoncini e scarpe chiodate. Tutti richiamarono alla mente l’immagine di Orazio Rapisarda, il professore. Qualcuno lo ricordò al tavolo da gioco mentre diceva al compagno “lisciu!”; un altro mentre tuonava contro il governo per la sua misera pensione; qualcun altro faceva un rapido calcolo per ricavare il numero di anni che aveva vissuto. Poi tutto riprese col suo consueto ritmo, dopo che il più freddo e cinico avventore dell’Eden bar apostrofò il ragazzo addetto alla macchina con un secco “Oh, tardu si fici! Ti vuoi ‘nnacari cu’ ssu caffè!?”
Quante storie, quante vite erano passate davanti a quel banco! Quanti sogni nascevano in fondo a quelle tazzine fumanti e odorose. Cosa importava poi se il rito si consumava uguale a se stesso ogni giorno alla stessa ora: i sogni come le speranze non si possono dominare; hanno una loro vita anche se è stato l’uomo che li ha fatti nascere. Ed essi trovavano vigore lì, all’Eden bar, poiché sapevano che lì le chimere potevano cambiar sembianze e diventar progetti. Bastava soltanto che qualcuno ascoltasse chi li aveva partoriti e d’incanto essi si mutavano in certezze e il cuore del sognatore palpitava e trovava linfa e vigore.