di Alfio Pelleriti

Tra il 1879 e il 1882, il grande scrittore russo scrive “La confessione”, una breve cronaca della sua conversione al cristianesimo. “Breve” ma umanamente intensa, la confessione rivela quale lavoro interiore affrontò Tolstoj per poter dare un senso alla sua vita. Il testo, composto dopo la pubblicazione di Anna Karenina, sembra un’appendice ai due grandi romanzi dell’autore, poiché, in “Guerra e pace” e in Anna Karenina i personaggi sembrano muoversi in una realtà rarefatta che li schiaccia e li deprime portandoli alla negazione della vita – Anna si suicida; Andrej troppo tardi scopre che il gesto eroico in guerra e in generale la risolutezza nella vita non portano alcuna serenità interiore – e vivono e muoiono senza avere scoperto il significato profondo della vita, tranne Levin e Kity che apriranno il loro cuore ai sofferenti, ai poveri e agli ultimi. E sono proprio questi due personaggi che fanno capolino nella Confessione, poiché il senso della vita per Tolstoj sarà proprio la scelta esistenziale di quei due personaggi che scopriranno la gioia interiore e la felicità nel vivere concretamente i valori del cristianesimo, con un sentimento di amore e di misericordia; di dedizione operosa e compassionevole nei confronti dei contadini, dei poveri, dei sofferenti.
La Confessione è un atto d’amore verso i lettori a lui coevi e a coloro che verranno, con i quali lo scrittore proclamava, come già Immanuel Kant, che è la fede in Dio che dà senso alla nostra vita, che ci riempie il cuore di una gioia profonda, che ci libera finalmente da tutte le incrostazioni ideologiche, dai vuoti formalismi, dalle superstizioni, dall’egolatria, dalla ricerca spasmodica del godimento. È la fede vissuta concretamente, con coerenza, con umiltà e carità che può dare senso alla vita. Senza la fede in Dio, senza mettere in pratica i principi evangelici che Gesù ha testimoniato nel suo passaggio terreno prima della sua resurrezione e del suo ritorno al Padre, non si può raggiungere la pienezza di vita e i principi etici e morali resterebbero anch’essi vuoti, leggeri, inconsistenti, eludibili.
“La confessione”, dunque, consente di dare risposte nuove ai due grandi capolavori dello scrittore russo e, per completarne l’analisi, non posso non consigliare la lettura del saggio “Non ti manchi mai la gioia” di Vito Mancuso, proprio sul senso della vita, che sottolinea la positività delle risposte date da Tolstoj al tema, rendendo anche il suo breve saggio strumento efficace per la comprensione del nostro tempo.

Penso che la chiave di volta di tutta l’analisi dei comportamenti umani per fuggire dall’angoscia del vivere si trova nel momento in cui lo scrittore punta la sua attenzione sull’apertura agli altri attraverso il sentimento della compassione. Dice Tolstoj: “cercavo il senso della mia vita senza chiedermi mai quale significato le attribuissero tutti quei miliardi di uomini che erano vissuti e ancora vivevano nel mondo… la conoscenza razionale, per bocca dei saggi e degli scienziati, nega il senso della vita, mentre masse sterminate di uomini riconoscono questo senso in una conoscenza non razionale. E questa conoscenza irrazionale è la fede stessa, che io allora non potevo non respingere: era Dio uno e trino.”[1]
Ecco, la scoperta di Tolstoj era ed è ancora la fede in Dio, che fornisce la spiegazione ultima sul senso della vita; è l’analisi del finito attraverso il rapporto con l’Infinito, del razionale attraverso l’irrazionale, del “logico” che ha un limite invalicabile con l’illogico dell’Illimitato. Soltanto Dio fornisce consistenza alla vita e permette all’uomo di salvarsi dall’effimero, dall’inconsistenza del divertissement, dalla ricerca spasmodica di soddisfare i sensi. Tolstoj, dunque, completava, con il suo breve ma fondamentale saggio, il lavoro di scrittore svolto fino a quel momento e si apriva ad una visione più consapevole dell’Essere nel mondo che manifesterà nelle opere che pubblicherà più avanti.
Quando scopri Dio, afferma lo scrittore, non puoi più fare a meno di Lui, e quando il dubbio ti assale soffri e la vita ti diventa insensata, orribile. Dio allora è la vita stessa, poiché diventa sale e nutrimento, paradigma essenziale per il tuo comportamento. “Conoscere Dio significa poter vivere. Dio è la vita…E più forte che mai sentii che tutto si illuminava in me e intorno a me e quella luce non mi abbandonò più.”[2]
Sulla postfazione del prof. Gianlorenzo Pacini.
Ancora una volta leggere le note critiche degli accademici mi provoca reazioni che difficilmente riesco a dominare, poiché vi trovo supponenza e una facilità estrema nel tranciare giudizi apodittici su autori intramontabili per la loro modernità nel sentire e sottolineare problemi esistenziali; nello stile espressivo che è arte pura e che lascia stupefatti e sazi di una gioia profonda dopo la lettura o la rilettura delle loro opere. Ecco, è la gioia, la commozione spontanea, quasi infantile e romantica che non si coglie invece in tali analisi severe e puntute degli esperti, poiché esse risultano asettiche e fredde, scientiste ed epifaniche, che pretendono di dividere con un colpo secco il “primo” dal “secondo” Tolstoj, lo scrittore che precede la conversione e quello che segue ad essa.
Sostiene Pacini che due scrittori diversissimi si esprimono nei due periodi: nel primo dominava addirittura un “panismo” diffuso, una permanenza voluta e appagante sulla realtà; nell’altra fase si riscontra invece un gretto atteggiamento moralistico: “cercò di definire puntualmente le azioni necessarie alla salvezza dell’anima e merita pienamente l’accusa di grettezza e di miopia.”[3] Sarebbe vano, dunque, vivere cercando di essere coerente con i principi religiosi in cui si crede? Ed è vana la stessa ricerca, spesso disperata e disperante, di andare oltre il nostro individualismo che porta ogni uomo a tentare di imboccare scorciatoie, di fingersi incapace di realizzare pienamente i dettami evangelici, continuando a seguire quanto suggerisce l’istinto e la pulsione edonistica? Afferma il curatore dell’edizione Feltrinelli del saggio di Tolstoj di avere riscontrato nei suoi capolavori, in “Guerra e pace” e in “Anna Karenina” “elementi demoniaci e gretti”, personaggi “statici” come possono esserlo degli archetipi umani. E il drammatico conflitto interiore di Natasa, vissuto attraverso tutte le gradazioni delle emozioni, dalla gioia alla sofferenza, dalla disperazione alla compassione per il suo Andrej condannato da una ferita inguaribile? E Mar’ja sarebbe una figura di secondo piano, anche lei inespressiva e bigotta solo perché trova consolazione nella preghiera alla solitudine e al peso di servire un padre egoista e prevaricatore? La ricerca del senso della vita che aleggia in tutto il romanzo, attraverso le vicende dei suoi personaggi rappresenta plasticamente la volontà di non cedere alle esigenze dell’Ego e alla vanità del mondo; costituisce un’apertura all’amore, alla comprensione per i “vinti”, per i poveri e i servi.
Già nei suoi capolavori Tolstoj aveva iniziato la ricerca di Dio e l’affannosa ricerca di dare un senso alla vita e nei personaggi di Pierre e di Kity troviamo già quella Verità che avrebbe poi connotato la sua vita; e la scoperta di Dio voleva già trasmettere ai suoi lettori, poiché quando scopri che in te, nella tua anima, c’è l’impronta di Dio, la sua presenza, allora avverti il bisogno di comunicare tale immensa gioia agli altri. La fede, infatti, è una ricchezza che non va custodita nei forzieri, né si può rimanere silenti con chi ti vive accanto, ma senti il bisogno di comunicare, di informare, di gridare che Dio c’è, che esiste, che lo puoi scoprire ora, nella tua vita, e la sua presenza ti può dare Luce e Calore e può dare finalmente senso alla tua vita.
La compassione, del resto, non è un approdo intellettualistico, caro professor Pacini, ma è un’onda che ti travolge e che ti trasmuta in qualcosa che va oltre la materialità, la comprensione intellettuale, la capacità sintetica della ragione. La fede stimola in te la dimensione spirituale, e dunque, di fronte a quell’onda che ti travolge e trascina, tu non opponi resistenza, ma tu stesso diventi parte di quella energia, “onda” anche tu che pensa solo a portare ristoro nei deserti di quei cuori induriti e supponenti che tengono in tasca e al calduccio la propria piccola verità, intrisa di normalità, piena dei “si dice” e dei “si fa” della folla e dei pensieri dominanti.
[1] Lev Tolstoj, La confessione, Feltrinelli editore, Milano 2025, pag. 60
[2] Ibidem, pag. 84
[3] Ibidem, pag. 118