Lev Tolstoj, “Guerra e pace”, il grande capolavoro.

Alfio Pelleriti

TERZA PARTE: considerazioni finali

È straordinario come Tolstoj sappia parlare alla mente e al cuore dei lettori di ogni epoca storica. Le sue riflessioni sono senza tempo e dopo duecento anni sono ancora validissime. La descrizione dello sconvolgimento esistenziale di Natasa è profonda e analizza ogni piega della sua anima, ma anche poetica appare la sua resurrezione grazie alla fede in Dio. Lei rifugge la vita spensierata del passato; sente l’amarezza di non aver fatto le giuste scelte, avvertendo un forte senso di colpa che manifesta con lacrime copiose. Il rapporto costante con Dio è la medicina, quella più efficace, quella che la riporta alla vita: “Dio mio nulla voglio, nulla desidero: insegnami Tu che cosa debbo fare, come debbo usare la mia volontà! E prendimi con Te, prendimi con Te![2]

Nell’estate torrida del 1812, intanto, in Europa gli eventi precipitano: Napoleone è deciso ad avanzare con i suoi 800 mila uomini, città dopo città, fino a Mosca; l’imperatore Alessandro vorrebbe resistere, ma non può e dunque i Russi si ritirano, lasciandosi dietro città distrutte, incendi e una popolazione terrorizzata. Gli eventi presentati dagli storici, sia nelle sintesi dei manuali scolastici sia nelle ponderate analisi della saggistica accademica incidono poco sui sentimenti di chi legge, stimolando unicamente intelletto e ragione, ma la grande narrativa porta invece il lettore a viverli quegli eventi drammatici, poiché ad essere sollecitata è l’anima. Lo scrittore descrive il patimento dei Russi innanzi alla loro casa che brucia; il pianto delle vedove e dei padri e delle madri per la morte dei figli; l’annullamento totale di tutti i pensieri tranne quello istintivo di sopravvivere alla tempesta della guerra e all’orrore ch’essa porta con sé. Solo con le riflessioni di Tolstoj, grazie ai suoi diretti interventi che commentano quei drammatici avvenimenti, si riesce a capire quanta sofferenza possa portare l’orgoglio, la superbia e l’umana vanagloria dei potenti all’umanità intera. E ancora una volta seguo il principe Andrej, e faccio mie le sue parole; sono con lui a Lysy Gory, nella sua casa lasciata a Mar’ja e al vecchio padre, a suo figlio e alla servitù. Sono io Andrej e, quando non visto dai suoi soldati, è vinto dalla commozione e piange, piango con lui. E’ solo adesso, è solo in mezzo alla tempesta della guerra che imperversa e annichilisce, annienta e distrugge. Allibito, anche lui segue gli eventi avvertendo che una forza invisibile e potente li guida, lasciando agli uomini l’illusione d’esser loro i protagonisti. Inarrivabile conoscitore dell’animo umano è Tolstoj. Penso che a nessuno può essere accostato poiché egli coglie i sentimenti più profondi che albergano nel cuore degli uomini in certe drammatiche circostanze, come avviene, ad esempio, quando il vecchio principe, colpito da una ischemia, ripercorre in pochi istanti la sua vita, e alla figlia che tante volte aveva maltrattato chiede di perdonarlo piangendo. Di lì a poco il vecchio burbero principe muore e lei, Mar’ja, accorsa, lo bacia sulla guancia ritraendosi subito da quel corpo esanime che le presentava d’un tratto tutto il mistero della vita. Sì, suo padre era morto e quel corpo presentava soltanto quell’unica amara, drammatica, enigmatica realtà. E di morte parlerà Andrej a Pierre che, volontario, era partito da Mosca per raggiungere il fronte, lì sulla pianura di Borodino, poco prima della tremenda battaglia che aprirà la strada a Napoleone verso Mosca e dunque alla sua disfatta. Siamo al 25 agosto 1812 e Pierre si incontra con Andrej in uno stato emotivo segnato, come può esserlo quello di un uomo che ha dovuto subire tante prove pesanti, ultima la morte del padre e poco prima la disillusione per l’amata Natasa. Ora Pierre trova in Andrej un uomo che non ha più speranza nei suoi simili e con realismo e coraggio lo scrittore affida al suo protagonista il momento cruciale di tutto il romanzo, quello in cui si dice chiaramente che cos’è la guerra e perché tanti uomini sembrano giocare con la morte, con la distruzione, con la violenza gratuita, con l’ingiustizia praticata da governanti ottusi e privi d’ogni codice morale o religioso. Qui la citazione è d’obbligo e lascio dunque la parola ad Andrej/Tolstoj: “La guerra non è un divertimento, ma è la cosa più esecrabile che ci sia nella vita e di questo bisogna rendersi conto, non già giocare a fare la guerra…Quali sono le caratteristiche morali della condizione militare? Lo scopo della guerra è l’omicidio; i mezzi della guerra sono lo spionaggio, il tradimento e i tentativi di fomentarla, la rovina delle popolazioni civili, le depredazioni a loro danno, il latrocinio per sostenere le truppe, l’inganno e la menzogna chiamati col nome di astuzie belliche; le caratteristiche morali della condizione militare sono la mancanza di libertà, (ossia la disciplina), l’ignoranza, la crudeltà, la dissolutezza, l’inclinazione al bere.[3]

In quella battaglia di Borodino caddero ottantamila giovani vite e ancora lo scrittore continua con le descrizioni minute, precise di come si muovono le truppe, gli squadroni, le divisioni delle due contrapposte armate, sulle espressioni stravolte degli artiglieri, sui soldati feriti che gridano aspettando il loro turno per avere amputata una gamba o un braccio o che si estraggano ad Andrej schegge d’ossa del costato conficcate nelle carni trasformatesi in poltiglia sanguinolenta. E seguendo ogni passaggio, si inserisce la voce fuori campo dell’autore che riflette sui comportamenti di quegli uomini che non riescono a tirarsi indietro da quel contesto assurdo di uno scontro illogico, ingiusto, misterioso nella sua fatale crudeltà. Sono pagine drammatiche e straordinariamente toccanti, che emozionano e insieme spingono alla riflessione sulle scelte degli uomini, spesso insensate, quando esse non aderiscono ai valori morali ed escludono ogni riferimento a quelli religiosi, tranne quando un generale senza più traccia di umanità, porta i soldati allo scontro mortale al grido blasfemo di “Dio lo vuole!” o “Dio è con noi!”.

La vicenda ha toccato alte vette drammatiche: Mosca abbandonata e poi invasa dall’esercito francese; Pierre che vaga per la città coltivando il progetto di un attentato a Napoleone; i Rostov abbandonano la loro casa e durante il tragitto decidono di prestare aiuto a soldati feriti russi, tra cui vi trovano Andrej, che finalmente, dal profondo del cuore dice “ti amo” alla sua Natasa, col cuore gonfio di un amore profondo, chiaro, spirituale, che incontra lo stesso sentimento in lei, che piange di felicità pura, intensa, totale. Ogni episodio, raccontato con maestria, porta il lettore lì, nella scena dove si svolge l’azione, accanto a Pierre che riscopre la fratellanza e la gioia di vivere dopo aver passato una notte insieme ad un sempliciotto compagno di cella; oppure si vive il commovente incontro tra la principessina Mar’ja e Natasa. Senza parlare si guardano, si abbracciano, piangono e capiscono che un amore forte, indistruttibile le unisce. La mia è certo una semplice riflessione cui spinge la lettura d’un libro, ma ritengo costituisca un’esperienza straordinaria con la quale vivo intensamente, cioè capisco, sento pietà, provo gioia insieme a donne, a uomini, a giovani e anziani, e i loro sentimenti li vivo fortemente con sentita empatia, e mi cambiano interiormente permettendomi di confermare idee e convinzioni maturate; correggendone altre. È così che un grande scrittore riesce a condurre per mano il lettore e lo aiuta a percorrere con fiducia la faticosa, spesso impervia strada della vita.

Tante volte ho accostato “Guerra e pace” ai grandi film, ai capolavori dei grandi registi, ma in quei film difficilmente gli eroi morivano. E noi, spettatori ingenui degli anni Sessanta, non volevamo che gli eroi morissero, poiché loro rappresentavano i grandi e immortali valori e dunque non potevano perire, e un po’ amareggiati che la storia fosse giunta alla fine, tornavamo a casa soddisfatti. Ma qui, adesso, il principe Andrej sta morendo e non basteranno le mie lacrime a cambiare il suo destino. Morirà accanto alla sua amata Natasa e alla sorella Mar’ja, dopo aver visto il figlioletto Nikoluska. Ormai pian piano lascia la vita e innanzi ai volti più cari, resta in uno stato sospeso (non è gioia la sua né dolore) che si assume quando si lascia una dimensione per un’altra e se ne è consapevoli e non c’è disperazione né dolore, ma si sta tra la curiosità e la speranza di trovare finalmente la pace e la serenità nel volto della Vergine e nelle braccia del Messia, tra un luccicore di stelle. È la stessa esperienza quella di Andrej davanti a Mar’ja, che aveva mio padre salutandomi dal suo letto d’ospedale quella sera quando lo lasciai, poco prima che, nella notte, se ne andasse.

Le due donne, Natasa e Mar’ja erano destinate a rimanere unite anche a causa di un altro tremendo dolore, oltre al già grave colpo subito con la morte di Andrej. Morirà infatti anche Patia il giovanissimo fratello di Natasa, e Mar’ja rinvierà la partenza per rimanere accanto all’amica. Tali momenti, così drammatici, sono descritti con tale partecipazione dallo scrittore che toccano il cuore del lettore, bussano alla sua mente e alla sua storia personale e lo spingono a considerare l’amore delle due amiche accostandolo alle proprie esperienze di vita, e ogni loro parola diventa sapida, viva, lucente di verità- “La principessa Mar’ja si prese cura di Natasa come d’un bambino che si sente male…- Mar’ja – disse timida, attirando a sé quella mano, – Mar’ja, tesoro mio. Quanto bene ti voglio! Dobbiamo essere proprio tanto amiche, tanto amiche![4]

Crisi di Pierre
Natasa e Mar’ja
La morte di Andrej

[1] Op. cit. Vol. 2, pag. 89

[2] Ibidem, pag. 87

[3] Ibidem, pag. 236

[4] Ibidem, pag. 624


Lascia un commento