di Alfio Pelleriti
PRIMA PARTE

Dopo tanti anni sono tornato al teatro Verga di Catania. Da solo stavolta, senza Franca. Il regista De Fusco ha operato un’ottima riduzione del ponderoso capolavoro tolstoiano “Guerra e pace”. La piacevole riduzione teatrale è servita da stimolo per prendere i due volumi del romanzo nell’edizione Rizzoli che aspettavano da tempo nella mia libreria e iniziare il viaggio per accostarmi alla visione del mondo di uno dei più grandi scrittori della letteratura mondiale. Il romanzo costituisce un grande affresco sulla realtà russa tra il 1805 e il 1812 in particolare, estendendosi fino al 1820. È un’opera non solo letteraria ma costituisce anche un’attenta analisi storica degli eventi che interessarono l’Europa e le sue relazioni con l’Oriente, la Russia di Alessandro I in particolare. Non solo romanzo, dunque, con tanti personaggi le cui caratteristiche psicologiche sono analizzate e descritte con dovizie di particolari, ma anche sociologia, filosofia, riflessioni teologiche vi si trovano. Tolstoj scrive il suo capolavoro tra il 1863 e il 1869 e si rivelerà da subito un romanzo di successo internazionale.
Le prime duecento pagine aprono al mondo un po’ frivolo dei salotti aristocratici di Mosca e di Pietroburgo nei primi anni del XIX secolo, dove si muovono, tra trine e merletti, personaggi che appartengono alle famiglie protagoniste del romanzo, i Rostov, i Bolkonskij, i Bezuchov, che discutono piacevolmente, spesso in francese. Descrive lo scrittore, fin nei minimi particolari, l’ambiente dove si svolgerà la storia: ora un giovane ora un vecchio, un principe o un popolano, una grande sala elegantemente arredata o una semplice stanza, un volto gioioso o arso dal dubbio. E sono certo che a Luchino Visconti sarebbe piaciuto non poco lo stile del romanzo, poiché Tolstoj sembra lavorare per le riprese di un film, di un grande film, che possa presentare non solo delle storie ma soprattutto l’anima di un popolo attraverso l’atmosfera tipica di un’epoca storica. In questo suo progetto non si ammettono sintesi; si procede, invece, con puntigliosa analisi, e pazienza se, uno dopo l’altro, i lettori, crollano sfiniti, poiché lui ai resilienti parla, a coloro che sanno alla sua storia dedicare tempo ed energie, stupiti dal creatore di monumenti che possono sfidare il tempo e le caduche mode. Tolstoj sembra scrivere per potere andare oltre il limite, perfino oltre i classici e pretende, dunque, lettori che si sappiano immolare innanzi al genio che vuol segnare un solco profondo, incancellabile, nella storia della letteratura.
Vado avanti deciso, dunque: il principe Andrej parte per le zone di guerra perché possa dare il suo contributo per fermare Napoleone, e seguono capitoli su capitoli su reggimenti in formazione, sui loro equipaggiamenti. E intanto vado avanti tra una batteria che arretra e un battaglione che avanza, nei due fronti contrapposti, durante la guerra, iniziata nel 1803 dalla Terza coalizione antifrancese che vide alleate Regno Unito, Austria e Russia contro Napoleone, e che si concluderà nel 1805 con la vittoria di quest’ultimo ad Austerlitz.

Man mano che ci si inoltra nel romanzo e si entra nella poderosa struttura della vicenda, si coglie l’esigenza dell’autore di dare una rappresentazione della società russa del primo Ottocento attraverso un’analisi minuziosa e attenta sia agli aspetti politico-sociali di quella realtà sia alle caratteristiche psicologiche dei protagonisti della vicenda, non tralasciando, nel suo straordinario affresco narrativo, tutto il variegato cascame dei conformismi sociali, delle abitudini personali e delle convinzioni che ogni personaggio s’è costruito durante la propria formazione. Il lettore dunque si muove in un grande mare di pensieri inconsistenti, di comportamenti spesso infantili e superficiali che mirano soltanto al soddisfacimento del proprio Ego, ma si incontrano anche personaggi dal profilo psicologico complesso, che danno adito a comportamenti virtuosi e scelte esistenziali coraggiose. E pian piano, in un quadro generale stracolmo di elementi realistici, si stagliano delle pennellate geniali che individuano vizi e virtù umani: ecco venir fuori il gretto calcolo economico del principe Vasilij nell’organizzare i matrimoni dei figli; ecco la facile illusione di Mar’ja di poter trovare l’anima gemella in Anatol, giovane supponente e arrivista, incapace di sentire o capire nobili pulsioni e sinceri affetti; ecco il vecchio principe Bolkonskij, capace di intuire gli intendimenti più reconditi degli uomini, uomo saggio, seppure ancorato ad una visione aristocratica del mondo, per cui suppone che a dirigere le sorti degli uomini debbano essere i pochi uomini potenti, ricchi e coraggiosi, ai quali si dovrebbe concedere anche d’essere spietati nel governare le masse. E il lettore è chiamato a saper discernere in un tutto che avvolge come la sabbia del deserto alzata dall’ardente ghibli, la realtà vera, quella che permane nel tempo e nello spazio e che delinea da sempre i confini dell’umanità; quella dimensione che diventa insieme conoscenza, saggezza, libertà, responsabilità, coraggio, fortezza, in cui si distinguono gli uomini veri dai fantasmi, dai gregari che ridono e piangono a comando, privi di sentimenti, chiusi alla spiritualità che sola indica il bene e il senso della vita.
Tolstoj, che mi ha tenuto sulle spine inducendomi allo sbuffo, rivela ad un tratto un’umanità rara, e come tutti i geniali scrittori sa cogliere ciò che è importante nella vita di un uomo o di una donna, di un padre o di una madre. La contessa Rostov riceve la lettera del figlio Nikolaj ferito e promosso ufficiale e d’un tratto un fremito la scuote e tutta la vita del figlio la coglie in un attimo, dai suoi primi vagiti, ai primi giochi, alle prime parole, alla sua rapida crescita e insieme, quella parte di se stessa ora è un uomo, un soldato, e tutti i sentimenti si fanno avanti e si manifestano in una commozione che le toglie il respiro e che poi, scemando, trovano il loro sfogo in lacrime copiose con le quali si dava spazio ad una felicità incontenibile che né il marito né gli altri suoi figli potevano capire.

Man mano che procedo nella lettura cominciano a stagliarsi le caratteristiche che fanno di una storia un capolavoro. Il romanzo si sviluppa e dipana attraverso un sapiente gioco di campi e di piani e di dettagli, presentando una grande storia dove c’è posto per un’umanità varia con tante comparse e pochi eroi e tra questi il protagonista, Andrej Bolkonskij. C’è posto nel romanzo per le “riprese” in campo totale, per cogliere i grandi spazi in cui le cime innevate toccano il cielo e alle nuvole impediscono il passaggio e vi si coglie appena il procedere lento dei vari reparti degli eserciti russo e austriaco e di quello francese inneggiante con labari e bandiere al vento dopo la vittoria di Austerlitz. Il lettore riesce a sentire il i cupi incalzanti cannoneggiamenti delle opposte artiglierie, il fremito dei cavalli al galoppo e spesso il loro stramazzare in una buca o per un colpo fortuito che arresta la vita del cavaliere che lascia, in una corsa senza meta, l’animale. Infuria la battaglia e i dettagli sono sul soldato che cade sanguinante o sulla mano di Andrej che viene colpito ed è a terra, ma tiene ancora stretta l’asta della bandiera con la quale aveva esortato la guarnigione a non arretrare; e poi si passa in primo piano sul suo volto, estasiato mentre osserva l’azzurro cielo che sussurra al suo cuore quale sia il senso della vita; poi in dettaglio si presenta il suo volto sereno che accenna ad un sorriso compiaciuto simile a quello del ricercatore che finalmente ha trovato la soluzione al suo problema e gli si dipana chiaro, semplice, ciò che prima era un oscuro mistero.
Ecco come, poco per volta, un grande narratore, riesce a cogliere la rosa nel deserto e presentarla, meravigliosa e superba, al lettore. Il principe Andrej avverte la nullità e l’insensatezza di ciò che gli accade accanto e percepisce la vanagloria degli uomini che decidono della vita e della morte dei loro simili: “Come sarebbe bello sapere come rivolgersi per chiedere aiuto in questa vita, e sarei felice io se potessi dire in questo momento: ‘Signore abbi pietà di me!’…ma che cos’è quella forza, indefinibile, imperscrutabile, che non posso esprimere a parole: è il gran tutto – oppure è essa quel Dio che, ecco è stato cucito qui, in questo piccolo scapolare, dalla mano della principessa Mar’ja?” (1)
Il vecchio principe Vasilj, padre di Andrej, riceve una lettera dal comandante Kutuzov con la quale comunica il ferimento del figlio a conclusione di un’azione eroica. Evidente il dolore del vecchio padre e della sorella Mar’ja: “la giovane principessa dimenticando ogni timore del padre, gli s’era fatto accosto, gli aveva preso la mano, e lo aveva attratto a sé, – Mon père – gli diceva – non mi sfuggite, piangiamo insieme.”[2] E insieme alle loro lacrime si uniscono le mie. Ma ecco improvvisa la sorpresa: sul viale si avvistano dei lumi di una carrozza, si accosta e quando s’apre la porta, scende Andrej che tutti già avevano pianto. È un colpo di scena che mi fa sobbalzare come quando da giovane seguivo l’azione dell’eroe sullo schermo del cinema Stella e, come tutti, stavo teso e partecipe. A questo colpo di scena ne segue un altro e ancora un altro e un vorticoso turbinio di emozioni avvolge in un’unica atmosfera personaggi, narratore, lettore e insieme la vita tutta col suo lento, procedere. “Di lì a due ore il principe Andrej, con passo silenzioso, si recava allo studio del padre. Il vecchio sapeva già tutto. Stava ritto proprio dietro alla porta e, non appena questa s’aprì, senza dir nulla, con le sue vecchie, dure mani, abbracciò, come una morsa, il collo del figlio, e ruppe in singhiozzi come un bambino.”[3] Che magnifiche pagine, che magnifiche pagine! È prosa certo, ma è simile ad un inno alla gioia. E lo sono anche quelle dedicate al ballo tra Denisov e Natasa, che se costituissero una sceneggiatura per girare un film, il regista così potrebbe deciderne le riprese: una sequenza in campo lungo che si alterna a piani americani e primi piani sui volti estasiati dei due giovani.
[2] Ibidem, pag. 431
[3] Ibidem, pag. 439
[1] Lev Tolstoj, Guerra e pace, Edizioni Rizzoli, Milano 2009, Vol I, pag.393