“Diario di scuola” di Daniel Pennac

di Alfio Pelleriti

“Diario di scuola” è un interessante libro sulla scuola e sul ruolo che questa istituzione è chiamata a ricoprire nell’educazione e formazione degli individui delle comunità sociali. L’autore è Daniel Pennac, che è stato un docente per venticinque anni e dunque conosce bene le problematiche inerenti l’universo scuola e ciò gli permette di condurre un’analisi che tende a mettere a fuoco potenzialità e criticità di tale istituzione. L’analisi di Pennac pone al centro il rapporto tra docenti e alunni e in particolare il ruolo che assolvono i primi, stante il fatto che la loro professione ha una rilevante portata etica, morale, politica che incide profondamente sulla qualità della vita delle varie comunità sociali. La questione riguarda infatti la formazione di bambini, preadolescenti, giovani che dovranno diventare protagonisti nella società d’appartenenza segnandone i destini a tutti i livelli, materiali e immateriali.

Il titolo del libro si giustifica per il fatto che l’autore mette al centro la sua personale esperienza di studente, dalle elementari all’università e procede come in un’autoanalisi, condotta con leggerezza e con il ricorso costante all’autoironia, confessando come, proprio lui, uno scrittore di successo e un professore stimato, ha avuto una pessima carriera scolastica e ha vissuto veri e propri traumi per le sue difficoltà d’apprendimento sia in famiglia che a scuola. Racconta con levità e con coraggio i traumi subiti nel corso della sua infanzia e dell’adolescenza per la sua persistente chiusura verso i contenuti scolastici, per la difficoltà nell’instaurare rapporti sereni con i suoi insegnanti e con i compagni di classe. L’autore sottolinea come un bambino o un ragazzo possano erigere delle barriere psicologiche tra sé e l’insegnante quando quest’ultimo svolge il suo compito senza alcuna partecipazione emotiva, senza fare scattare un coinvolgimento intellettuale e sentimentale insieme nel trattare gli argomenti disciplinari.

Tuttavia la levità della narrazione non deve trarre in inganno il lettore: in realtà Pennac descrive gli incubi dentro i quali ha vissuto da bambino e da adolescente; il dramma di essersi sentito solo ad affrontare il mondo degli adulti, che per lui erano alieni, da temere o da combattere. L’autore ci parla degli insuccessi scolastici e della mancanza di autostima che per anni lo hanno bloccato non scattando dentro di lui la motivazione giusta per aprirsi alla comprensione degli argomenti disciplinari. Ma ci spiega anche come sia riuscito a venir fuori da quella realtà tenebrosa grazie ad un insegnante che si è interessato a lui come anche agli altri, come se quegli alunni fossero suoi figli. Era un professore che metteva passione nello svolgimento delle sue lezioni poiché credeva nel mandato etico del suo ruolo; era un docente che si era assunto liberamente la responsabilità morale di curare la formazione di tutti i suoi alunni, senza escludere nessuno. E la sua apertura sincera, amorevolmente appassionata ai ragazzi faceva sì che le sue parole assumessero peso, entrando nella mente e nel cuore degli alunni che vedevano in lui un adulto che li voleva bene, che teneva a loro, che non avrebbe lasciato nessuno indietro poiché sapeva aspettare i più lenti senza danneggiare i più bravi. Quell’insegnante aveva saputo creare una comunità solidale da cui erano banditi i sentimenti negativi dell’invidia e della gelosia, e anche la competizione era tenuta a bada poiché essa avrebbe potuto innescare dinamiche conflittuali. Il clima di serenità, di rispetto reciproco, di amicizia risultavano essere gli unici strumenti da adottare perché potessero scattare la motivazione all’apprendimento ed interventi individualizzati. In tale clima era facile e naturale potenziare le risorse intellettive di ognuno curando lacune disciplinari, rimuovendo ostacoli d’ordine psicologico o relazionale che avrebbero potuto impedire l’apprendimento.

Daniel Pennac

Il metodo del professore, che diventerà poi quello di Pennac, non era quello di mirare in basso con compiti elementari che avrebbero potuto agire da rinforzo negativo sui ragazzi, si proponevano invece lavori creativi, interessanti, che aprivano ad abilità superiori rispetto agli standard comuni. A lui, che rivelava una disaffezione alla scrittura, certificata dalla mancata osservanza di regole ortografiche e grammaticali, diede come compito quello di scrivere un romanzo da consegnare alla fine di un trimestre scrivendo un capitolo a settimana e in forma corretta (l’uso del dizionario diventava inevitabile ma, con l’andar del tempo, piacevole).

Sì, sono pienamente d’accordo con Pennac, e ripensando alla mia personale esperienza di insegnante nella scuola media inferiore e negli istituti superiori, ritengo che un buon insegnante debba fare entrare nella sua vita e nel suo sistema valoriale il compito di educare gli studenti che gli sono stati affidati come un dovere inderogabile, che contribuirà non solo alla crescita culturale ed etica dei ragazzi ma anche alla sua personale realizzazione morale. L’insegnante dovrebbe scegliere con gioia di vivere l’esperienza formativa insieme ai suoi alunni, trasmettendo, insieme ai contenuti disciplinari, la giusta modalità con cui bisogna conoscere, facendo scattare ad esempio il sentimento della compassione, che consente di superare i confini spaziotemporali, per cui la sofferenza patita da popolazioni e da particolari gruppi o individui a causa delle guerre, siano sempre vissute con partecipazione emotiva. Dice Pennac: “E’ immediatamente percepibile, la presenza del professore calato appieno nella propria classe. Gli studenti la sentono sin dal primo minuto dell’anno, lo abbiamo sperimentato tutti: il professore è entrato, è assolutamente qui, si è visto dal suo modo di guardare, di salutare gli studenti, di sedersi, di prendere possesso della cattedra. Non si è disperso per timore delle loro reazioni, non si è chiuso in se stesso, no, è a suo agio, da subito, è presente, distingue ogni volto, la classe esiste subito davanti ai suoi occhi.[1]  E a proposito di citazioni sono tante quelle che si potrebbero segnalare agli insegnanti e ai genitori, perché è a loro che si rivolge Pennac, cercando di spingerli alla resistenza di fronte alle inevitabili difficoltà che si incontrano sul campo. Come non apprezzare ad esempio l’accostamento del docente ad un direttore d’orchestra, quando egli si assume il compito di educare una classe di bambini o di adolescenti, ognuno con la sua storia, ciascuno con le proprie difficoltà, con le sue personali aspettative, con i propri ritmi d’apprendimento: “Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia.”[2] E ancora come non essere d’accordo con lui quando invita gli insegnanti a prestare attenzione ad ogni gesto o parola rivolte ai ragazzi fin dall’inizio della giornata, fin dall’appello: “Un breve istante in cui lo studente deve sentire di esistere ai miei occhi, lui e non un altro. Dal canto mio, cerco per quanto possibile di cogliere il suo umore dal suono che fa il suo ‘presente’. Se la voce è incrinata, bisognerà eventualmente tenerne conto.”[3] Si trovano in questo magnifico “Diario di scuola” tanti suggerimenti che vivificano certe azioni topiche dell’insegnamento, spesso considerati metodi appartenenti alla scuola del passato, ma che rivisitate dallo scrittore assumono significati e valenze importanti, poiché possono trasformarsi in potenti strumenti perché i ragazzi possano capire la loro lingua e poterla adoperare nei vari contesti apprezzandola quando viene usata in maniera creativa da scrittori e poeti. E allora il tanto contestato dettato, o l’ormai desueto compito dell’imparare a memoria testi, assumono un grande valore educativo e didattico: “Facendo imparare a memoria tanti testi ai miei allievi, dalla prima media all’ultimo anno delle superiori li gettavo vivi nel grande fiume della lingua, quello che scorre lungo i secoli per venire a bussare alla nostra porta e ad attraversare la nostra casa…e per tutta la vita saperli lì, costitutivi del suo essere, poterseli recitare all’improvviso, dirli a se stesso per sentire il sapore delle parole.”[4]

“Diario di scuola” dovrebbero leggerlo attentamente tutti gli insegnanti perché aiuta fortemente a capire la deontologia di questa nobile, antica professione che permette di incidere positivamente sulla crescita di bambini ed adolescenti. È altresì un testo, a tratti poetico, che oltre a suggerire ai docenti la chiave giusta per capire se stessi e gli altri, contribuisce fortemente a rendere coesa la società in cui si vive, avendo posto al centro della loro azione professionale l’amore. Sì, l’amore con cui svolgere il proprio servizio, inteso come vicinanza agli alunni più svantaggiati; amore per la disciplina d’insegnamento e compassione verso tutti coloro che non possono nutrirsi del sapere a causa di condizioni esterne non volute ma subite. L’amore tuttavia non può scattare in quei docenti che vorrebbero delle classi in cui tutti gli alunni non presentino alcuna difficoltà ad apprendere, che abbiano la risposta pronta a tutti i problemi, classi in cui non ci siano ragazzi lenti nel capire le consegne o che si chiudono a riccio con i numeri o le formule algebriche, che non vogliono ascoltare le argomentazioni del prof. di filosofia. Allora, in questo caso, dice Pennac, i metodi sono tanti per affrontare il problema, a condizione che non manchi, appunto, un elemento: “Una parola che non puoi pronunciare in una scuola, in un liceo, in una università, o in tutto ciò che le assomiglia…l’amore.”[5]


Il bravo docente
Imparare testi a memoria
Sugli studenti perfetti
I primi della classe
Il metodo giusto
le rondini impazzite

[1] Daniel Pennac, Diario di scuola, Edizioni Feltrinelli, Milano 2023³pag. 116

[2] Ibidem, 117

[3] Ibidem, pag.119

[4] Ibidem, pag. 136

[5] Ibidem pag. 262


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