di Alfio Pelleriti

La prima impressione che ho avuto dopo aver letto i primi due capitoli di quello che sembra essere un’autobiografia romanzata, è stata quella di un senso di vertigine e di straniamento che mi provoca di solito la letteratura americana. La prosa è perfetta nella sua semplicità; ha il gusto amaro della realtà ed è calibrata per esprimere il mondo in cui Stoner e gli altri personaggi si muovono, con le asperità giuste per renderli infelici. Così Stoner, si illude di poter dare una svolta alla sua vita sposando Edith, la ragazza che incontra all’università, credendo così di avere imboccato la strada migliore per la sua realizzazione e per afferrare anche lui un po’ di felicità. E anche gli amici di Stoner si muovono in un sottile crinale che li separa dal precipizio esistenziale; e così il professore che lo ha spinto a conseguire un dottorato all’interno dell’università per diventare poi professore, sembra subire le asperità della quotidianità non traendo profitto dalle sue innegabili doti professionali; e così Edith, la moglie di Stoner che vive in un suo mondo ancorata al suo debole Ego, totalmente vinta da una realtà per lei enigmatica percependone quindi delle immagini formali, quelle imposte dalle convenzioni sociali.
Tutti i componenti della storia si muovono come se avessero delle colpe da scontare, e dunque si lasciano vivere come se i loro progetti non abbiano alcun peso e perciò facili a svaporare. Non c’è spazio per la gioia, per la speranza, per sentimenti che possano aprire alla realizzazione piena.
Qui nella mia stanza intanto colgo il sole che tramonta nell’indifferenza solida e silente degli Erei che pian piano scompaiono alla vista, sciogliendosi l’azzurro nel grigio che lentamente si cambia in nero, in fondo, all’orizzonte. Ed è passato ancora un giorno in cui ho cercato con affanno di vivere, d’assaporarne il senso, e tuttavia, scompostamente cedendo alle abitudini, al “già fatto”, al “già pensato”, al “già detto”, al “già sentito”. Mi rifugio nei miei libri e la mia anima s’estende cercando d’incontrare quella di Stoner, un uomo semplice e infelice, un vinto che non regge il confronto con gli altri, con gli amici, con i colleghi. Si impegna poveretto, Stoner! Sì, si sacrifica; fa sempre un passo indietro ed è pronto a concedere e a perdonare chi l’offende, soprattutto in famiglia. Edith, la moglie, dopo un lungo periodo di indifferenza per lui, gli si avvicina soltanto quando decide di volere un figlio e dunque si concede e lo usa alla bisogna ma dopo il parto ricomincia con l’indifferenza, come e più di prima.

Nel lavoro Stoner si considera un insegnante mediocre che, ad esempio, pensa sempre di non riuscire a trasmettere nelle sue lezioni quello che vorrebbe, di non trovare le parole giuste per attivare l’attenzione dei suoi studenti. È il problema di tanti docenti, o almeno, di quelli che si pongono il problema della modalità didattica più efficace per poter trasmettere contenuti e valori formativi agli studenti. Da qualche anno è con gli scrittori e con i personaggi dei loro romanzi che spendo buona parte del mio tempo. Così, come mi accade con la visione di certi film, scattano i meccanismi psicologici della proiezione e della identificazione, per cui credo che il mio essere e la mia visione del mondo cambiano, la ricerca del Vero e del Giusto faccia dei piccoli passi in avanti. Tuttavia, come Stoner, spesso mi chiedo perché non riesco a spingermi oltre, perché sono il solito piccolo borghese quando sono fuori con gli altri; perché non ho il coraggio di gridarla quella convinzione che sento vicina alla verità e alla giustizia; perché non cedo alla passione finalmente, e decido di combattere per difendere queste mie piccole verità?
In Stoner mi riconosco, così debole, incapace spesso di contrastare l’”esterno” che stritola le esistenze, che si muovono come delle monadi in cerca di spazi per sopravvivere ma senza alcuna meditata direzione, senza alcun progetto, “monadi” che quando si avvicinano non riescono a comunicare e l’una avverte l’altra come un nemico. Stoner giungerà al punto più basso della sua esistenza: Edith andrà a vivere con la madre dopo il suicidio del padre, lasciandolo solo con Grace, la figlioletta, in quella casa grande e deserta; solo col suo lavoro cui, per fortuna, si dedica con massimo impegno. Ed è rimasto solo Stoner, perché prima il padre e subito dopo la madre muoiono e morirà anche il suo mentore, il professor Archer Sloane, così come lo aveva lasciato l’amico Dave Masters, caduto sui cieli francesi nel primo conflitto mondiale. Proprio quando rimane solo avverte improvvisamente che dentro la sua anima è cambiato qualcosa: “sentiva che finalmente cominciava ad essere un insegnante, ovvero un uomo che semplicemente dice quel che sa, traendo dalla sua professione una dignità che ha poco a che fare con la follia, o la debolezza, o l’inadeguatezza dei suoi comportamenti privati.”[1] E poco sopra Stoner esprime un sentimento che tutti gli insegnanti vorrebbero provare: “durante la lezione, a volte veniva così preso dall’entusiasmo che balbettava, gesticolava e ignorava gli appunti che di solito guidavano le sue spiegazioni… l’amore che aveva sempre nascosto come se fosse illecito e pericoloso, cominciò ad esprimersi dapprima in modo incerto, poi con coraggio sempre maggiore. Infine con orgoglio.”[2] Ma l’emozione, anzi il turbamento mi ha assalito quando la vicenda di Stoner ha messo a fuoco la sua etica professionale e il suo senso di giustizia che fece scattare nella valutazione di un giovane raccomandato da chi dirigeva il dipartimento di facoltà: tre componenti la commissione, come i tre docenti in un esame di un mio studente di terzo anno al liceo, dove ho insegnato gli ultimi dieci anni della mia carriera professionale. Il candidato al conseguimento dell’abilitazione all’insegnamento di letteratura inglese evidenziò vaste e profonde lacune, ma godeva di conoscenze altolocate e i suoi colleghi erano disposti alla magnanimità e alla benevolenza per non creare problemi a se stessi e alla istituzione. Ma Stoner, rispondendo alla sua coscienza morale ne propose la bocciatura, come io proposi quella del mio alunno che si era presentato sicuro di superare l’esame pur avendo fatto “scena muta” alle domande pur semplici dei commissari, sicuro che nessun docente boccia agli esami di settembre. Sì, così va spesso il mondo! ma non per Stoner! Non per me! E da quel giorno Stoner venne pian piano isolato e guardato come un marziano, come un radicale che non sa stare al mondo, come un matto, pur riconoscendo la sua preparazione culturale. Ma pagò con l’isolamento. Come pagai anch’io allo stesso modo.

Se si dovessero mettere in fila i temi più rilevanti del romanzo, metterei intanto la difficoltà delle relazioni e della comunicazione che appare fin dalle prime pagine, nella famiglia di Stoner: il padre spende tutte le sue energie nel coltivare il campo il cui terreno era arido e richiedeva tanto lavoro. Una vita dunque tutta consumata nel poter ricavare con estrema fatica l’indispensabile per la sopravvivenza, con l’inevitabile conseguenza dell’isolamento tra i componenti della famiglia. L’unico problema, infatti, era sopravvivere e le parole nella famiglia di Stoner erano irrilevanti; si parlava quando era indispensabile e usando pochi termini, con pudore quasi, come accade tra sconosciuti. La conseguenza più immediata e tragica consisteva nella difficoltà di esprimere i sentimenti. Così consumerà la fanciullezza e l’adolescenza Stoner. Tuttavia riuscirà a tirarsi fuori dal mondo angusto e muto della profonda provincia per approdare agli studi universitari.
Tuttavia ci saranno, inattesi, i giorni del vivere intensamente per il protagonista, quelli in cui gli uomini riescono a mettere tra parentesi il tempo per concentrarsi sulla loro vita vissuta nell’amore, quei momenti nei quali si vive in empatia assoluta con il partner, fermando lo scorrere del tempo, allungando i confini dello spazio, abbattendo ogni barriera, poiché in quegli incontri due esseri si uniscono, sentono insieme la stessa gioia, sperimentano un incantesimo gioioso e la felicità entra in loro fondendoli in un’unica esistenza. Stoner e la giovane collega, Katerina Cristell, vivono la loro storia d’amore come Paolo e Francesca, come Tristano e Isotta, come Lancillotto e Ginevra, anche se la loro felicità non durerà a lungo, vinta dall’invidia di coloro che fortemente vollero spezzare quell’incantesimo, così che Katerina, un mattino, lasciò l’università e partì senza lasciare alcun biglietto. Stoner capì, soffrì, e ricominciò intensamente con le sue lezioni. Ci mise tutto l’impegno e la passione nel formare i giovani studenti, resistendo agli attacchi di chi lo considerava un alieno. Stoner non era certo il tipo d’accettare compromessi e col tempo, anziché assumere atteggiamenti moderati, proponeva ai suoi studenti sperimentazioni e non gli importava che i colleghi sorridessero di sottecchi al suo passaggio, poiché i suoi valori, la sua etica professionale erano solidi e non mollava.
Certo a casa il rapporto con la moglie non cessava di essere critico e l’incomunicabilità con Edith diventava sempre più marcata, tanto da trasformarsi, in lei, in una vera e propria anaffettività che causerà conseguenze gravi sul rapporto con Stoner e veri e propri disastri nella crescita e nella formazione di Grace, la loro figlia, trascurata dalla madre e considerata solo come bersaglio sostitutivo per dare sfogo alle sue frustrazioni e alle sue pulsioni aggressive. Edith risponderà soltanto a stimoli provenienti dalla sua idea di comunità sociale, dove primeggiavano le mode e i pregiudizi. Stoner subirà tali estreme condizioni in famiglia, ritagliandosi, ad ultima difesa, un ambito dove poter tentare una personale realizzazione, nella scuola. I suoi corsi saranno sempre più affollati e la sua immersione nel lavoro sarà il modo per non impazzire a causa delle sue continue sconfitte nella vita: Edith vivrà nel suo mondo privo di ogni calore umano dove non ci sarà spazio neanche per la figlia, che vivrà in completa anarchia: si darà a bere fino a diventarne dipendente; passerà da un rapporto all’altro fino a rimanere incinta; sposerà il ragazzo senza amarlo e metterà al mondo una bambina senza che scatti in lei affetto materno per l’innocente creatura.

Il romanzo si conclude con la fine della carriera scolastica di Stoner e con la sua dipartita. Voleva rimanere ad insegnare due anni in più oltre la pensione, nonostante l’opposizione di Lomax, il direttore di dipartimento, che aveva altri progetti e pregiudizialmente preferiva sempre l’opzione opposta alla sua. Stoner non cedette all’arroganza del superiore, ma dovette cambiare idea quando cominciò a sentirsi male, ad avvertire una strana, pesante stanchezza e dolori diffusi dallo stomaco alle gambe. Gli fu diagnosticato un cancro allo stomaco. Fu operato ma non riacquistò la salute e ormai si spegneva velocemente. Avrà il tempo per rivedere un’ultima volta Grace e l’amico Flich. Edith rimase fredda e insensibile con lui fino alla fine. Stoner ripensò fuggevolmente ai suoi studenti, ai suoi anni d’insegnamento; ripeté a se stesso che era stato un docente mediocre. Infine ripensò a Cristall mentre si abbandonava alla luce del sole sperando che gli restituisse almeno un po’ della passata energia. Invano. Cadde e il buio lo invase.
[1] John Williams, Stoner, edizione Mondadori, Milano 2025, pag. 114
[2] Ibidem, pag.113