Antonio Scurati, M – L’ora del destino

di Alfio Pelleriti

Il quarto volume di Antonio Scurati su Benito Mussolini riguarda le vicende che lo interessarono dal 1939 al luglio del 1943 e che drammaticamente coinvolsero il popolo italiano negli anni della seconda guerra mondiale voluta caparbiamente dal dittatore nonostante la inadeguatezza degli armamenti e dell’equipaggiamento dei soldati, l’insufficienza dei mezzi di trasporto e la mancanza di preparazione complessiva dei reparti. Scurati conferma anche in questo suo lavoro le doti di grande narratore riuscendo a trasmettere al lettore la sua passione nel rivisitare le vicende che interessarono il fondatore del fascismo, senza tuttavia fare mancare la serietà e l’attenzione che richiede la ricerca storica. Anche in questo volume, e forse più che negli altri, emerge la straordinaria capacità di Scurati nell’evidenziare le caratteristiche personologiche dei personaggi che man mano entrano in scena: di costoro ne esamina, dopo essersi documentato fin nei minimi particolari, le debolezze, i limiti, le turbe psicologiche, come attento e abile psicoanalista, traducendo poi il tutto in elementi narratologici che si incastrano a comporre un mosaico che al lettore appare perfetto, appagante, razionale, realistico e insieme drammatico.

Ancora una volta in queste pagine de “L’ora del destino”, il lettore incontra un uomo che, attraverso l’uso della parola piegata alla retorica e alla propaganda, era entrato nel cuore e nella mente di un popolo ridotto a massa acefala, conducendolo ad approvare delle scelte tipiche delle personalità narcisistiche, che avrebbero condotto tantissimi italiani al sacrificio estremo. Dal deserto della Libia all’Etiopia, dalla Somalia fino alle lande ghiacciate del Don, i militari italiani, male equipaggiati e armati ancora con il vetusto moschetto del 1891, con carri armati incapaci di perforare la corazzata dello Sherman americano, lasciarono sul campo di battaglia centinaia di migliaia di morti. In tutti i fronti del conflitto gli Italiani vissero una tremenda tragedia voluta fortemente, ottusamente dal dittatore di Predappio, per soddisfare il suo patologico narcisismo e il suo inappagato appetito predatorio mirante alla costituzione di un anacronistico impero.

Siamo all’epilogo della tragedia iniziata nel 1922 con la “marcia su Roma”, le cui tappe fondamentali possono essere riportate al 1924, col delitto Matteotti; al 1925/26 con le “leggi fascistissime” che liquidavano tutte le libertà democratiche e instauravano una dittatura feroce; al 1936, quando si decise di unire i destini dell’Italia a quelli della Germania nazista con l’Asse Roma-Berlino e poi col successivo “Patto d’acciaio” del maggio 1939, per culminare poi il 10 giugno 1940 con la dichiarazione di guerra a fianco della Germania di Hitler, e, successivamente, alla fine del 1941, contro gli Stati Uniti d’America. Altra tappa importante e terribile fu quella del 1938, con la promulgazione delle vergognose leggi razziali. Tutte tappe che condussero ad un epilogo tragico, di cui Scurati offre tutti i particolari perché possa rivelarsi stagliato, netto, chiaro, tridimensionale, perfettamente realistico.

Antonio Scurati

E fu una tragedia costellata di caduti fin dall’entrata in guerra contro la Francia, già arresasi ai tedeschi: “642 morti, 2632 feriti, 2151 congelati, 616 dispersi[1]. Quel 1940 fu un incubo anche per i soldati italiani operanti nel Nord Africa, dove il generale Rodolfo Graziani impose la presenza italiana con centinaia di migliaia di vittime civili eliminate anche con l’uso dell’iprite, il gas asfissiante tristemente noto nelle trincee della prima guerra mondiale, con bombardamenti, con esecuzioni sommarie. Il massacratore Graziani fu fermato dai reparti inglesi che tolsero all’Italia Etiopia, Africa orientale, Cirenaica e Tripolitania, nonostante la resistenza di Irwin Rommel, “la volpe del deserto”[2]. Tali sconfitte e l’impreparazione complessiva dei reparti, non dissuasero Mussolini dall’aprire altri fronti: era convinto di poter conquistare facilmente la Grecia supponendo non ci fosse alcun ostacolo a piegare quella nazione. La realtà avrebbe palesato invece un’accanita resistenza dei Greci constata dagli alpini della Julia: “Il bosco attorno brucia, giù nella conca i fanti sono maciullati dalle granate, alle loro spalle i bersaglieri abbandonano i mezzi impantanati, …si calpestano i morti, si combatte per una grama salvezza personale…Sparano, poi con la stessa mano si fanno il segno della croce.”[3] La situazione non era diversa in Montenegro nella primavera del 1942. Dal diario di un alpino del battaglione Aosta: “Non sembravamo certo dei conquistatori, ma piuttosto bande armate che portano a spasso per il mondo la loro miseria… Facciamo ridere. Nient’altro… e abbiamo sempre fame.”[4] Nel lavoro di Scurati si mettono bene in evidenza le gravi colpe, non solo di Mussolini che non volle aprire gli occhi sulla mancanza dei mezzi indispensabili alle forze armate italiane per poter combattere una guerra moderna, mandando a sicura morte i soldati, ma si mostra anche l’insipienza dei comandanti dello stato maggiore sui vari fronti: dal generale Mario Roatta, capo di stato maggiore dell’esercito, al generale Rodolfo Graziani. Anche Hitler provò a convincere Mussolini di non schierare i soldati italiani sul fronte orientale contro l’URSS, inutilmente. “Lui Benito Mussolini, duce del fascismo non ammette di poter uscire di scena. Ecco perché i soldati italiani devono andare a combattere nelle steppe russe. Per la grandezza dell’Italia e del suo Duce. Venissero pure stroncati, quei soldati, dalla belva sovietica… neanche la più pallida preoccupazione adombra la sua gioia. Non una sola notazione critica sull’armamento insufficiente…il Duce non è in grado di dare una valutazione tecnica dell’equipaggiamento dei suoi eserciti. Quest’uomo è orgoglioso, spavaldo, bellicoso capo di una nazione in armi ma non conosce le armi.[5]

Nel saggio si evidenzia inoltre che molti ufficiali si adegueranno alla guerra sporca degli alleati tedeschi e in particolare alle loro formazioni specializzate nelle esecuzioni sommarie, senza tralasciare i civili, donne, bambini e anziani compresi. Così avvenne sul fronte africano, così in Iugoslavia: “i tedeschi incendiano, gli Italiani sui Balcani imitano i tedeschi e incendiano pure loro… I comandanti dei Granatieri di Sardegna ritengono che bruciando i villaggi spunteranno i paesani…La paura li renderà Italiani, italiani e fascisti.[6] E così scrive un capitano sul fronte balcanico alla moglie il 14 luglio 1942: “mi sento un boia. A furia di vedere barbarie incattivisco – non ho pietà nemmeno io adesso – comincio a restare impassibile dinanzi alla rovina.[7]

E sul fronte dalmata, per esempio ad Arbe, quella realtà concentrazionaria inumana si ripeteva: “Eravamo scheletri ambulanti senza acqua, pieni di zecche e di pidocchi, delle larve piene di piaghe purulente che puzzavano di sterco. A soffrire era la dignità umana… Chi riusciva a sopravvivere un giorno più degli altri era vivo e chi non ce la faceva lo portavano giù verso le fosse comuni… Mia figlia Milenka è morta in Arbe; era soltanto pelle e ossa; il 31 dicembre è morto anche mio padre, con altri dodici uomini. Liberateci da questo campo, dal Golgota della nostra vita (lettera di un internato nel campo di concentramento di Gonars 17/01/1943).”[8] Questo il risultato del buon soldato italiano che era incapace d’essere spietato come lo era il soldato nazista! E sulla mancanza di ogni rispetto umano in una guerra che prevedeva l’eliminazione di intere popolazioni e di genocidi in nome della declamata superiorità della razza ariana e italica ancora qualche citazione che ne esemplifica la barbarie: “nelle prime settimane dell’operazione Barbarossa i soldati della guerra di Hitler sterminarono decine e decine di migliaia di prigionieri, assassinati in esecuzioni sommarie.”[9]Sessantamila ebrei di Kiev non vedono più il cielo… vengono sospinti a forza di latrati bestiali e di braccia che sferravano colpi alla testa, alle costole, nell’inguine verso il burrone di di Babij Jer.”[10]

Abbiamo lanciato i neonati in aria e gli abbiamo sparato mentre descrivevano un ampio arco in volo, prima che finissero nel fosso e in acqua” – (da una lettera inviata alla moglie da Walter Mattner – Ottobre 1941)[11]

Intanto tra il 9 e il 10 luglio 1943 una mastodontica flotta d’invasione attaccava la Sicilia e le nostre unità si scioglievano spesso senza sparare un colpo e dopo la caduta dell’isola cominciarono i bombardamenti massicci sulle città italiane, compresa Roma. Mussolini reagì accusando ufficiali, soldati e tutto il popolo italiano ma fu incapace di salvare il salvabile con una pace separata rimanendo succube di Hitler.

In quella piena disfatta il capo branco fu messo all’angolo dai sodali della prima ora che erano già pronti ad azzannarlo avendone constato la debolezza. Si preparò la seduta del Gran Consiglio e ad iniziare l’attacco al capo sarà il più fidato dei gregari, fascista della prima ora, Dino Grandi, insieme al vecchio quadrunviro De Bono, il genero Galeazzo Ciano, il moderato Giuseppe Bottai. “Poi il tono si fa aspro, l’aggressione è diretta, feroce, implacabile.” E così, dopo vent’anni il fascismo cadde, alle 2,30 del 25 luglio 1943. Dopo un colloquio con il re, Mussolini sarà arrestato e condotto con un’autoambulanza presso una caserma dei carabinieri.


[1] Antonio Scurati, M – L’ora del destino, Bompiani edizioni, Milano 2024, pag. 32

[2] Su Rommel dice Scurati: “nell’estate del 1942 nessuno tra i generali di Hitler è più famoso di lui, nessuno più di lui incarna l’idea tanto vagheggiata quanto fasulla della nobiltà della guerra. Nessuno è più detestato dai colleghi. I suoi superiori lo vorrebbero morto, i suoi soldati sono pronti a morire per lui. e del resto lui ricambia amando le truppe e disprezzando i gradi superiori, da qualsiasi parte stiano.” In op. cit. pag.426

[3] Ibidem, pag. 129

[4] Ibidem, pag. 372

[5] Ibidem, pp. 279-281

[6] Ibidem, pag. 447

[7] Ibidem, pag. 450

[8] Ibidem, pp. 526-527

[9] Ibidem, pag.287

[10] Ibidem, pag. 309

[11] Ibidem, pag. 312


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