di Alfio Pelleriti

Alla mia seconda lettura del capolavoro di Dostoevskij, trovo il romanzo ancora più interessante e stupefacente. Sembra di muoversi, fin dalle prime pagine, in un genere di narrativa originalissimo, dove lo studio della personalità dei personaggi si unisce a problematiche di tipo filosofico e teologico. Lo scrittore, come un sapiente regista, fa muovere i componenti della famiglia Karamazov facendo emergere problematiche esistenziali sull’uomo, sull’organizzazione sociale, sull’escatologia religiosa, sulla dimensione etica e morale dei comportamenti assunti dai protagonisti. Questi rappresentano ciascuno una tipologia umana: il padre, Fedor Pavlovic, è un uomo senza remore morali, egocentrico ed edonista patologico; il figlio, Dimitri (Mitia), irascibile e pronto sempre all’uso delle maniere forti anche contro il padre; Ivan, enigmatico e dal carattere introverso, sempre alla ricerca di soluzioni razionali ai misteri della vita, dissacratore fino alla blasfemia dei valori religiosi e tormentato da interrogativi sui destini ultimi dell’uomo; Aleksej (Alesa), giovane buono e generoso, aperto alla solidarietà e al messaggio cristiano, discepolo dello starec Zosima; e infine, Smerdiakov, il servo e lacchè di casa, figlio naturale di Fëdor Pavlovic.
Sia Fedor Karamazov che Dimitri (Mitia), il primogenito, rispondono ad una forte pulsione vitalistica che li porta ad una vita sregolata, piena di eccessi, cercatori infaticabili di forti emozioni, soprattutto dietro alle donne. Ivan sembra rappresentare il punto di vista dello scrittore: l’intellettuale votato ad una visione pessimistica della vita.

Un posto di rilievo ha nel romanzo il tema religioso, il rapporto dell’uomo con Dio in particolare, e intorno a tale tema Dostoevskij pone domande essenziali a cui rispondono tutti i personaggi della storia, sia quelli più vicini al messaggio evangelico, come Alesa, che quelli più lontani, come Fedor Pavlovic Karamazov o il figlio Dimitrij. Il culmine di tale focus si raggiunge nel quinto libro del ponderoso romanzo, al quinto capitolo, intitolato “Il Grande Inquisitore”. Costui è il capo della Chiesa nella Siviglia della fine del ‘500, e non è disposto ad accettare la seconda venuta di Cristo sulla Terra con tutta la sua carica “eversiva”. Il momento rivoluzionario del cristianesimo era stato cristallizzato nell’istituzione temporale della Chiesa che esercitava il potere e pretendeva obbedienza senza concedere libertà o riscatti per gli umiliati e gli offesi. Nell’episodio si evidenzia una sfiducia nell’uomo e nella sua capacità di fare scelte coraggiose che possano portare a sistemi valoriali eticamente e religiosamente elevati. Il focus del capitolo ruota sull’esistenza o meno di Dio, e a tale questione lo scrittore risponde affidando ad Alesa il compito di presentare come unica scelta liberatoria per gli uomini il messaggio evangelico: fede e amore risultano fortemente connessi in tutto il romanzo e su tale aspetto è chiaro lo starec Zosima volendo lasciare un testamento spirituale ai suoi confratelli: “Sforzatevi di amare il vostro prossimo attivamente e ininterrottamente. Nella misura in cui avanzerete nell’amore, acquisterete anche la convinzione dell’esistenza di Dio, e quella dell’immortalità dell’anima. E se poi giungerete al completo rinnegamento di voi stessi nell’amore del prossimo, allora la vostra fede diverrà incrollabile, e nessun dubbio potrà più neppure insinuarsi nell’anima vostra.”[2]
Mai, con nessun altro romanzo, ero entrato così in empatia con i personaggi, mai m’ero sentito così piccolo innanzi al genio dello scrittore. È difficile perfino mettere una dopo l’altra le emozioni vissute in certi capitoli. È straordinaria la perizia narrativa di Dostoevskij che è riuscito a fare incastrare in una sola vicenda, quella di una famiglia, i destini di tanti altri personaggi che hanno avuto modo di presentarsi al lettore con le loro peculiarità psicologiche, con il loro essere, con le loro convinzioni e con le loro debolezze. Di tutti loro si apprezza l’umanità, cioè la capacità di lasciare un messaggio positivo pur con i loro limiti, nonostante le loro sofferenze. Perfino Dimitrij, il parricida, non risulta essere il “totalmente cattivo”. Anche lui presenta la sua umanità, poiché risulterà il più sventurato, poiché proprio il suo peccato grave, la sua istintività ferina, nascondevano un bisogno estremo d’amare e di essere amato. Così Ivan, l’agnostico, il gelido Ivan, disvela una debolezza profonda e un bisogno estremo di scoprire la luce e il conforto della fede in Dio.

Non ho trovato alcun personaggio negativo in questa storia, forse perché a vegliare su tutti lo scrittore ha posto Alesa, il mistico, colui che rivela sempre, in ogni circostanza, un cuore sensibile, riscaldato dall’amore per i fratelli e dalla fede in Dio. Alesa rappresenta il martire cristiano che si china ad asciugare le lacrime dei fratelli derelitti e dolenti; egli è colui che accoglie e che dà speranza, che sostiene chi sta per cadere e soccorre chi è già caduto. È Alesa l’eroe del romanzo e nelle sue parole si riscontra il testamento spirituale dell’autore. È lontano “l’uomo del sottosuolo” che vaga nel mondo senza alcun riferimento valoriale che possa fargli apprezzare la vita senza cadere nella disperazione. Né si trova traccia del senso di vuoto esistenziale del protagonista di “Delitto e castigo”, di quel Raskolnikov che non trova la forza per affrontare la vita e viverla nella sua complessità e con le sue contraddizioni; e si superano anche lo smarrito scetticismo e il pessimismo estremo, nicciano, dei “Demoni” o de “L’idiota”, nel voler dare ai lettori un messaggio di speranza.
Rimanendo in tale ottica interpretativa, vorrei segnalare dei personaggi che, seppur secondari, contribuiscono a creare un’atmosfera densa di sentimento e che porta ad una commozione profonda che si riesce a placare solo col pianto. Ad esempio è il caso di Lizaveta Smerdjascaja, figlia di Gregorij, servo di casa Karamazov: bruttina, vestiva solo con un camicione e andava in giro scalza anche d’inverno per la città. Tutti avevano dell’affetto per lei e volentieri le davano dei soldini e dei vestiti e lei subito li portava in chiesa o alle carceri, per alleviare le sofferenze dei poveri e dei reclusi. Un giorno si disse in giro che Fedor Pavlovic Karamazov aveva approfittato della sua bonomia, avendo avuto un rapporto con lei e il risultato fu d’essere rimasta incinta. Nacque un maschietto e la madre morì subito dopo, così il piccolino rimase con Grigorij. Per tutti sarà Smerdiakov, il giovane servo e secondo cameriere di casa Karamazov.

Si potrebbe affermare che nelle carni dei suoi personaggi, si sviluppano e affrontano gli eterni problemi dell’uomo. Basterebbe soltanto la pagina con la quale si apre il libro quarto per dire finalmente una parola definitiva sulla religiosità di Dostoevskij, e cioè la pagina con la quale lo starec Zosima lascia ai confratelli il suo testamento spirituale, che è un inno all’amore di Cristo e in Cristo, nella quale nessuno dei piccoli del mondo viene dimenticato, e non si lascia spazio all’individualismo o a personalismi vari, in un abbraccio universale, solidaristico, all’umanità tutta e a tutte le creature.[3] Altro episodio degno di sottolineatura è quello che vede protagonista Alesa, a cui capita d’incontrare dei bambini che all’uscita da scuola cercano di colpire con sassi un loro coetaneo. Alesa cerca di fermarli ma viene colpito proprio dal ragazzino che voleva aiutare, che, alle parole di conforto di Alesa, risponde aggredendolo e mordendogli un dito.[4] Il bimbo si chiama Il’jusa e vive in un’isba un po’ malsana con la famiglia che qualche anno prima godeva d’una sua dignità e ora sopravvive tra fame, freddo e malattie. È la famiglia del capitano Snegirev, che è stato degradato, dopo aver organizzato una truffa con Dimitrij; egli si sente impotente di fronte al dolore che il figlioletto prova a causa della sua povertà che lo rende fragile in una società dove il potere e la ricchezza determinano la vita degli uomini. Tuttavia l’amore paterno e filiale compiono il miracolo: anche se con le lacrime agli occhi e con i morsi della fame, sono felici di stare insieme e darsi coraggio: “stavano seduti lì e sussultavano, abbracciati l’uno all’altro: ‘Papino, papino caro!’ “Iliusa, Iliusa mio adorato!’ Nessuno in quei momenti ci vide, signor mio: Iddio solo ci vide!”[5] Il quinto libro, si diceva, presenta come protagonisti Ivan e Alesa. Il primo sostiene tesi agnostiche e comunque molto critiche su coloro che sono pronti a definirsi cristiani senza cogliere alcuna contraddizione nei loro comportamenti che sono in evidente opposizione a quei principi: ad esempio picchiare i bambini.[6] Sulla questione dell’amore verso Dio e verso l’umanità allo scopo della salvezza eterna, la tesi di Ivan sostiene che si può amare il proprio simile da lontano, perché quando ce l’hai davanti il tuo prossimo, i tratti del suo viso, l’odore della sua bocca, la sua postura, il suo linguaggio, ti porteranno ad allontanartene. Ivan rappresenta dunque il vero dramma dell’uomo aperto alle idealità e ai valori umanitari, che non può chiudere gli occhi sulle realtà che confliggono con la Parola di Gesù.[7]

Lo scrittore dunque è sempre presente, avendo scelto una modalità narrativa che è quella “diretta”, rivolgendosi spesso al lettore, conversando con lui, anticipando qualche elemento del racconto, chiedendogli d’essere indulgente con i suoi personaggi, pregandolo di non trinciare su di loro giudizi avventati. Con tale tecnica dà ulteriore realismo alla storia, come se lui fosse lì sulla scena che sta descrivendo come un cronista che insieme al lettore sta vivendo i drammi di quegli uomini. Questa sua tecnica rende vibrante, calda, appassionante la vicenda e chi legge non si cura delle tante pagine di cui si compone il romanzo, e va avanti seguendo i turbamenti di Alesa dopo la morte della sua guida spirituale, lo starec Zosima.
Avviandomi alla lettura della parte finale del romanzo, mi convinco che soltanto un genio della narrativa mondiale poteva così strutturarlo. È un romanzo che attraverso i cinque componenti di una famiglia presenta l’anima d’un popolo intero, e i dodici libri che lo compongono presentano altrettante vicende che man mano si intersecano, si giustificano e, alla fine, si illuminano l’un l’altra.
Domina nel romanzo un concetto che è insieme un valore filosofico e religioso: la compassione. Dostoevskij presenta veri e propri drammi umani e li sminuzza, li scandaglia e li offre al lettore per presentargli la natura umana, senza inutili romanticismi, senza nascondimenti, ma con coraggioso realismo. Me lo immagino con le lacrime agli occhi mentre scrive delle ripetute cadute di Dimitrij o delle debolezze e dei peccati di Fedor Pavlovic, il vecchio individualista ed edonista, privo di timore di Dio. Alesa è l’angelo che si muove per cercare di sollevare dal fango del peccato coloro che vi sono sprofondati, è il guerriero indomito che non arretra e paziente insiste a portare il suo messaggio d’amore che salva e porta gioia. Tra questi a salvarsi c’è Katerina Ivanovna che aiuta la famiglia del capitano Snegirev, e in particolare il piccolo Iljusa. E tra i salvati c’è anche il ragazzo, irruento ma buono, Kolja Krasotkin; e c’è anche il parricida Dimitrij; lo scettico, smarrito, pessimista Ivan e l’odiato e disprezzato da tutti Smerdiakov.
Tante sarebbero le pagine da segnalare e le citazioni da riportare, ma una in particolare merita d’essere ricordata, quella dell’incontro tra Kolia e Iliusa malato e morente.[8] Leggendo la sequenza non si può fare a meno di piangere come con le scene madri dei film capolavoro, come quelle di “Via col vento”, di “La gatta sul tetto che scotta”, di “la vita è bella”, di “Il grande dittatore”, di “Nuovo Cinema Paradiso”, di “Sacco e Vanzetti, di “Il pianista”, di “Scindler’list”. Del resto come in un film si muovono i suoi personaggi: ad esempio il quattordicenne Kolja sul letto del suo amico Iljusa: tesi entrambi, dolenti, commossi, mentre il “duro” Kolja cerca a suo modo di incoraggiare l’amico ammalato e il “regista” Dostoevskij piange a sua volta mentre li guida e li fa parlare sulla scena e lo “spettatore” piange con loro assaporando la vera arte, che disvela il senso profondo della vita.
Sigmund Freud, Saggio sul parricidio
Se per quanto riguarda il talento artistico di Fedor Dostoevskij, Freud afferma che esso è “inanalizzabile” poiché troppo grande, troppo alto e inarrivabile, rispetto alla produzione letteraria consegnata nei millenni all’umanità, qualcosa invece avanza rispetto alla sua psicologia, alle sue pulsioni inconsce che possono aver condizionato le scelte dei soggetti dei suoi romanzi e le stesse impostazioni strutturali date alle narrazioni delle vicende che li riguardano.
Per il medico viennese, intanto, è innegabile che nella personalità di Dostoevskij c’è una forte componente di sadismo, una pulsione distruttiva che spesso dirige verso la sua stessa persona, trasformandosi in masochismo. Freud sostiene che lo scrittore, oltre ad avere una complessità pulsionale della personalità, sia anche affetto da nevrosi. In particolare molti “esperti” affermano che soffrisse di epilessia e lui stesso si definiva epilettico. In realtà, dice Freud, è molto più probabile che la sua fosse una forma di “isteroepilessia”, cioè dell’esteriorizzazione della sintomatologia della sua nevrosi, cioè di una forma di isteria, una “epilessia affettiva”, che non dipende da una malattia del cervello, ma da una manifestazione di un disturbo della vita psichica. Suppone Freud che a scatenarla fu probabilmente l’assassinio del padre, evento accaduto quando lo scrittore aveva diciotto anni. Tale fatto dà adito all’interpretazione psicoanalitica dell’uccisione del padre nel romanzo “I fratelli Karamazov”, dove si elabora la vicenda biografica dell’autore.
Prima della comparsa dei sintomi epilettici sono da registrare altri sintomi avvenuti negli anni della giovinezza di Dostoevskij. Essi fanno riferimento ad un’angoscia di morte che lo portavano ad una sonnolenza letargica. Tali sintomi si verificano in chi vuole identificarsi con un morto o in chi è vivo ma del quale si desidera la morte (in questo caso ha il valore di una punizione). La pulsione alla eliminazione del padre è attraversata dal bambino che vive il complesso edipico, che gli causa non solo sensi di colpa ma la paura per l’eventuale punizione che il padre può riservargli. Il bambino per aggirare l’angoscia dell’evirazione, tenderà ad imitare il padre per ingraziarselo e sfuggire così alla punizione. Infine nel saggio di Freud sul parricidio si coglie la tesi che in realtà viene esplicitato nel romanzo in particolare da Ivan in un dialogo col fratello Alesa, quando afferma che tutti i fratelli, tranne Alesa, sono corresponsabili della morte del padre, poiché tutti ne hanno desiderato la morte.
[1] È facile pensare ad una identificazione dell’autore con Ivan pensando al se stesso del periodo degli anni Sessanta quando la pulsione masochistica era dominante e si esternava col gioco, che si trasformava in una volontaria caduta nell’abisso.
[2] Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Einaudi editore, Torino 2005, pag. 75
[3] Ibidem, pag. 218
[4] Ibidem, pag. 238
[5] Ibidem, pag. 276
[6] Il riferimento si trova a pag. 328.
[7] Da leggere più volte poi come avviene con le belle poesie le pagine dedicate dallo scrittore allo starec Zosima, su come vive la fede in Cristo e il messaggio evangelico, e in particolare le pagine 422-426.
[8] Ibidem, pagg. 710 e ss.
Riceviamo e pubblichiamo volentieri il commento di Anna Gurgone
Alekse Karamazov, per me è il cuore puro in un mondo corrotto, l’anima luminosa che, pur immersa nel fango delle passioni umane, non si sporca mai del tutto. È giovane, ma già porta sulle spalle il peso di domande antiche come il mondo. Non è uno sciocco, non è cieco: vede il male, ne sente l’odore, lo sfiora da vicino, eppure non ne è risucchiato. ( Lo invidio ma la mia è una invidia ” buona…mi chiedo se se potremmo essere come lui)
Alexsij è l’uomo della fede, ma la sua non è una fede ingenua, di quelle che si aggrappano a Dio per paura. No, la sua è una fede combattuta, che sa dubitare, che conosce la tentazione del nichilismo di Ivan, il furore passionale di Dmitrij, la disperazione muta di Smerdjakov. Ma non cede. Non cede nemmeno, secondo la mia opinione, non cede nemmeno al comportamento malsano di suo padre.. La sua grandezza non sta nell’assenza di dubbi, ma nella capacità di restare saldo nonostante essi.
Dostoevskij ce lo mostra come un giovane monaco, allievo e devoto. Ma la sua santità non è di quelle lontane e irraggiungibili, fatte di ascetismo e isolamento: Alexsij è un santo che vive tra gli uomini, che li ama nella loro miseria, che non si allontana nemmeno quando il peccato divora tutto attorno a lui. Anche quando suo padre viene assassinato, anche quando la famiglia è travolta dall’odio e dalla violenza, Alexsia resta, rimane nella sua fermezza di fede.
Forse è proprio per questo che mi sento vicino a lui: perché, come lui, lotto con Dio, non intesa di non volere la sua guida, anzi, ma gli pongo e mi pongo domande,e questo continuamente…forse a volte gli urli contro., ma perché ragiono da umana…Ma poi torno sempre sui miei passi Perché dentro di me brucia quella scintilla che il dubbio non riesce a spegnere del tutto. La fede di Alexsij ( scusi se sbaglio a scrivere il suo nome, di volta in volta) dicevo lui non è una certezza granitica, ma un ritorno continuo, un movimento dell’anima che, pur smarrita, cerca sempre la luce.
E Dostoevskij, attraverso lui, ci dice che la santità non è perfezione, ma amore. Alexsij non è l’uomo senza peccato, ma l’uomo che sceglie il bene, ogni giorno, anche quando tutto attorno a lui grida il contrario. È la voce che sussurra speranza nel caos del mondo.
Quanto sarebbe bello se in ognuno di noi ci fosse il comportamento di Alexsij… Mi sembra difficile nella realtà ma io ci spero…
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