La magia del cinema a Biancavilla

Tratto da Alfio Pelleriti, “Quei romantici anni Cinqunta” – Biancavilla tra storia e cultura

Caduto il fascismo con la tragica esperienza della seconda guerra mondiale, tutti giocavano ad oltrepassare il presente, sostituendo la razionalità con l’immaginazione; la realtà con la fantasia. Il cinema fu allora lo strumento che consolidò questo bisogno di straniamento, e i divi americani diventarono modelli di comportamento per i giovani e tutti affollarono le sale cinematografiche con una partecipazione emotiva forte e intensa, abbandonando la sala dell’opera dei pupi al suo destino. Altri eroi erano i modelli da seguire non certo Orlando e Rinaldo. Al cinema si soffriva con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, si rideva con Totò e Gianni e Pinotto, con Peppino De Filippo, con Nino Taranto e Renato Rascel, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, si rifletteva con i film di De Sica, di Rossellini, di Visconti, si sognava con Tyrone Power.

A Biancavilla, nelle fredde sere invernali, tra le altre forme degli oggetti illuminati appena dalla pallida luce giallastra dei radi lampioni, brillava un’insegna sull’architrave di quello ch’era stato un saponificio e che il sig. Saccone, esule ebreo sfuggito alla repressione nazifascista, aveva trasformato in fabbrica d’immagini, il Cinema “Stella”, il nome dell’elegantissima e bellissima moglie[1].

Don Salvatore

 “Cinema Stella “si continuò a chiamare anche quando Saccone, alla fine degli anni ’50, decise di cedere la proprietà al signor Condorelli, facoltoso imprenditore di Misterbianco, che affidò la gestione del cinema a Don Salvatore, detto “U sceriffu”, perchè ricordava vagamente gli sceriffi hollywoodiani con quel suo aspetto un po’ burbero, un po’ sornione, d’uomo che ti dava l’impressione di leggerti nel pensiero prima che parlassi.

Fu per me il “traghettatore” che dalla realtà del quotidiano mi consentiva di aprirmi ad un mondo altro, favolistico, immaginifico a cui attingere per poter capire meglio la vita, me stesso e gli altri. Lui era il custode di verità che non potevano rivelarmi i genitori, né il parroco, né gli amici. Ogni volta che allungavo alla cassa le cento lire per il biglietto d’ingresso avevo l’impressione di lasciare la dimensione del quotidiano e della normalità per entrare in un mondo diverso e migliore che aveva i contorni colorati di una realtà più giusta e più vera, abitata da uomini coraggiosi che lottavano contro i malvagi e i prepotenti.

Già da piccolino mi attirava quell’insegna e quel via vai di gente all’ingresso, poiché per due anni abitai nella casa del nonno materno che si trovava proprio di fronte al cinema. Col volto poggiato sul vetro della finestra che dava sul piazzale antistante il cinema, mi piaceva osservare quell’immensa apertura che inghiottiva uomini intabarrati attirati da chissà quali meravigliosi spettacoli. Operatore al proiettore era allora don Vincenzo Toscano, che entrava e usciva dalla cabina, lì dove, con gesti misurati e sapienti, tenutario di chissà quali segreti e arti magiche, riusciva a regalare ad increduli spettatori drammi, gioie e sofferenze di donne splendide, di uomini forti e impavidi.

In quel luogo, eroi di celluloide mettevano in moto un caleidoscopio d’emozioni e adulti e giovani, ragazzi e qualche volta ragazze, sperimentavano la catarsi. Si versavano lacrime sincere di commozione, solidali col povero Nazzari di “Catene”; si condivideva la gioia e l’entusiasmo del prestante Renato Salvadori di “Poveri ma belli”. Si rideva fino alle lacrime con Stanlio e Ollio, con Totò e Peppino, e si sorrideva, piangendo di commozione, con Charlot. Si, il “Cinema Stella” e il “Cine Trinacria” di don Gaetano Origlio erano i luoghi del sogno, dell’esaltazione  e delle speranze.

Il cinema era, insomma, un’agenzia formativa si direbbe oggi. In quel luogo magico tanti sopperivano alla loro inesistente istruzione, andando a visitare luoghi lontani, ad incontrare personaggi storici o mitologici; a conoscere problematiche sociali di un dopoguerra ancora drammatico e misero per molti.

“Via col vento”

Con frenesia ci si preparava, mettendo l’abito buono, per andare a guadagnare una sedia in una buona fila, pregustando il momento in cui si sarebbero spente le luci e storditi da dolci melodie o da ritmi veloci e incalzanti, le immagini ti avrebbero messo le ali per iniziare un viaggio senza limiti di tempo e di spazio. Dopo le imposizioni fasciste di proiettare pellicole italiane, nel dopoguerra le case di distribuzione americane misero a disposizione dei cinema film di grande successo come “Via col vento”, “Quo vadis”, “La tunica”, i western di John Ford, così che mille occhi sgranati e attenti partecipavano ad inseguimenti, a scontri tra il Decimo cavalleggeri e i Sioux, alle avventure di Zorro o alle gagliarde nuotate di Tarzan.

A volte l’incanto improvvisamente si spezzava: il ritmo della proiezione si alterava, il quadro vibrava e la sala rimaneva al buio, ma non in silenzio perché una vigorosa bordata di fischi, di urla e di improperi si indirizzavano verso la cabina di proiezione e ognuno gridava il suo rimprovero a don Vincenzo, il proiezionista: “Vicenzu, ti ddummiscisti?” “Eh, botta di vilenu!” “Ma nun c’è na vota can nun si rumpi ssa m… di pillicula!”

Nella sala buia, quando si proiettava un buon film e tutti i posti erano occupati, si aveva la percezione di vivere insieme un’esperienza importante e formativa. Si seguiva il racconto in silenzio, a nervi tesi, con una forte partecipazione emotiva, pronti alla commozione e alle lacrime. Tutti in ansia per la sorte del protagonista. Afferrati i braccioli della poltrona e tenendoli ben stretti, i muscoli del collo tesi, gli occhi sgranati, eri anche tu in quella landa deserta dell’altopiano ai piedi delle Montagne Rocciose in Texas, insieme a John Weyne in cerca dei Comanche che avevano distrutto la sua fattoria, nel film capolavoro di John Ford “Sentieri selvaggi”[2]. Sobbalzavi quando Steve Reeves, nei panni di Ercole, veniva attaccato dal terribile leone Nemeo e l’eroe lottava impavido, a mani nude, riuscendo ad ucciderlo strozzandolo[3]. Fremevi ancora, durante la visione di “Quo vadis?”[4], per la sorte di Marco Vinicio, console romano durante l’impero di Nerone, e di Licia, salvata nell’arena grazie all’intervento di Ursus. E all’uscita, dopo la visione del film, ci si misurava con interminabili discussioni e ognuno dava la sua personale interpretazione su questa o quella sequenza e si scoprivano i valori della solidarietà, della giustizia, della democrazia.

 I cinema a Biancavilla, soprattutto in estate, erano molto frequentati, a volte anche dalle donne, almeno da quelle che possedevano un carattere forte tanto da imporsi ai fratelli o ai padri che si piegavano a quelle simpatiche e decise insistenze.

Il signor Gaetano Origlio, personaggio carismatico e riferimento necessario per lo spettacolo biancavillese, aveva allestito un’arena, accostata al muraglione che delimitava la linea ferrata nei pressi della stazione. La sera che spettacolo dal balcone di casa! Lo schermo l’avevamo lì davanti a noi e anche il suono arrivava forte e chiaro. Molti erano però quelli che cercavano di carpire le immagini, affollando terrazze e balconi o arrampicandosi sul muro che dava sui binari. Anche per tale ragione, presto, l’arena chiuse.

Don Gaetano Origlio e il figlio Pippo

Ma le risorse economiche del signor Origlio erano concentrate soprattutto sul Cinema Trinacria, costruito nel 1946 come sala da ballo e iscritto all’ACIS nel 1959, diventando cinema dopo aver fatto costruire la tribuna. Si pagava per accedervi qualcosa in più rispetto alla sala ma ne valeva la pena. Lo schermo era lì davanti a te, tutto intero, grandissimo, senza le fastidiose teste degli spettatori che ti stavano davanti. Si seguiva la storia rilassati e quando di lì a poco si girarono i film in cinemascope, allora divenne uno spettacolo superbo assistere ad un film d’autore. Naturalmente si aprì una forte rivalità col Cinema Stella, ma quelli erano gli anni d’oro per il cinema e c’era spazio per tutti.

Il Trinacria ebbe come operatori in cabina Francesco Origlio, Tano Barbagallo, detto “mulinaru”, Orazio Origlio e Pippo Origlio, che diverrà poi il proprietario del cinema e che, negli anni più difficili per le sale cinematografiche, cercò di resistere allo strapotere della televisione, consentendo ai Biancavillesi di assistere alla creazione più straordinaria che l’uomo possa realizzare: lo spettacolo cinematografico, il film.

Anni romantici quelli, velati di storia e di sudore, segnati dal passato ma votati al futuro. Erano anche gli anni dei primi jeans e dei bikini, dei tacchi a spillo, agli albori di un consumismo che sarebbe arrivato di lì a breve, con il boom economico degli anni Sessanta.

E il nostro cinema correva e si affermava nel mondo ottenendo tantissimi riconoscimenti grazie ad autentici maestri: da Monicelli a Germi e a De Filippo, da De Sica a Lizzani, da Fellini a Visconti, per continuare con Steno, Risi, Camerini. Fu un periodo segnato da una vitalità infinita di idee e di sceneggiature davvero ben curate. L’Italia cercava di rialzarsi dopo il disastro della guerra, ma si muoveva a piccoli passi nella produzione manifatturiera, in agricoltura; doveva fare molto nelle infrastrutture, ma grande era già il suo cinema. Parlava soprattutto napoletano, con un Totò al massimo della forma; ma anche romano con un Sordi che proponeva vizi e difetti tipici dell’italiano medio, individualista, un po’ sbruffone, spesso imbroglione e uso alle astuzie più miserevoli per fare carriera, caratteristiche stigmatizzate con film straordinari rimasti negli annali della nostra cinematografia. E poi ancora tanto cinema neorealista, per non dimenticare da quale dramma si fosse usciti e per indicare la strada per uscirne del tutto. Anni romantici quelli, velati di storia e di sudore, segnati dal passato ma votati al futuro.


[1] In piena crisi del cinema, negli anni Novanta, il cinema verrà acquistato da un imprenditore: sarà ristrutturato e adibito a supermercato, con le sue scaffalature piene di ogni prodotto alimentare, con l’angolo della macelleria e degli insaccati, con prodotti per la pulizia della casa e altre mercanzie che avrebbero occupato gli spazi che erano stati riservati una volta alle poltrone, allo schermo e al proscenio per gli spettacoli di varietà e alla cabina di proiezione.

[2]  “Sentieri selvaggi”, prod. USA 1956; regia John Ford; attori: Jonhn Wayne,

Natalie Wood, Jeffrey Hunter

[3] “Le fatiche di Ercole”, Italia 1958; regia di Pietro Francisci;; attori: Steve Reeves, Sylva Koscina, Gianna Maria Canale; doppiatore di S. Reeves Emilio Cigoli.

[4] “Quo vadis?” USA 1951; regia di Marvyn Le Roy; atoori: Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov.


2 risposte a "La magia del cinema a Biancavilla"

  1. Bellissimo commento. Sono contento per l’accoglienza riservata al mio testo, ai miei ricordi, che sono poi i ricordi di tutti coloro che hanno vissuto quegli anni. Grazie Anna

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  2. Ho letto con attenzione il testo sul blog e non ho potuto fare a meno di viaggiare con la memoria, perché è questo che mi ha fatto fare questo bellissimo testo che ha scritto il Prof . Pelleriti.Un viaggio nel tempo tra le poltrone del Cinema di Biancavilla questo è Il testo di Alfio Pelleriti è molto più di una semplice descrizione del Cinema di Biancavilla come struttura: è un viaggio nella memoria, un affresco vivido di un’epoca in cui il grande schermo era un rito collettivo, un’emozione condivisa che segnava le giornate e le vite delle persone.I miei ricordi cominciano però alla fine degli sessanta, gli altri precedenti ero troppo piccola per averne vivida memoria. Ma leggendo questo meraviglioso testo del Prof.Pelleriti, mi sono ritrovata immersa, trascinata nei ricordi della mia infanzia, quando quel cinema rappresentava un luogo magico, capace di incantare e far sognare, e anche se non li ho vissuti, così tanto direttamente, è come se li ho visti tutti, talmente sono state descritti bene.Pelleriti, con la sua straordinaria capacità descrittiva, ha ricostruito un mondo fatto di luci soffuse, di sedie in legno scricchiolanti, di attese trepidanti prima dell’inizio del film. Ha restituito il sapore di quelle serate in cui il buio della sala veniva squarciato dalla luce tremolante del proiettore, e il pubblico, assorto, veniva trascinato in storie che facevano ridere, piangere e sognare. Leggendo il suo racconto, non solo ho rivissuto alcuni momenti trascorsi in leggerezza in quel cinema, assieme alla famiglia, qualche domenica, ma ho anche sentito vicini i racconti di mio padre, entusiasta quando la maggior parte da solo, dopo la visione di un film, tornava a casa. Ricordo ancora come descriveva le scene, i personaggi, le musiche, con una passione contagiosa che, a distanza di anni, mi fa comprendere quanto fosse importante per lui quel piccolo tempio per trascorrere un paio di orette in totale spensieratezza, tale da trasferirlo in luoghi dove non era mai stato…era questo che i film gli trasmettevano.Alcune immagini evocate da Pelleriti mi hanno fatto venire in mente anche dettagli che avevo quasi dimenticato: l’odore della carta dei biglietti strappati all’ingresso, la voce dell’addetto alla cassa e certe volte anche quella di sua moglie mentre scandivano i prezzi dei posti a sedere, il brusio del pubblico prima che le luci si spegnessero. E poi c’era l’intervallo, quel momento in cui si poteva sentire il vociare della gente che commentava il film anche durante la proiezione, mentre a metà qualcuno si affrettava a prendere una gassosa o un sacchetto di semi di zucca da sgranocchiare nella seconda parte.Ma i miei ricordi vanno oltre la sala del cinema. Come dimenticare la figura della signora che vendeva il ghiaccio li vicino? Con il suo grembiule sempre un po’ umido per il continuo contatto con quei blocchetti gelati, si aggirava nei pressi del cinema, pronta a soddisfare le esigenze di chi voleva un po’ di freschezza nelle calde serate estive, nessuno si lamentava della sua lentezza, ricordo che aveva un problema a un piede, ma forse mi sbaglio, ma non posso dimenticare la sua gentilezza e il suo sorriso, non ricordo il nome però. La sua presenza era una certezza, un piccolo rituale legato a quel mondo cinematografico che oggi sembra così lontano.E poi c’era lui, il custode tutto fare del cinema, un uomo dal volto severo ma dal cuore generoso. Non si occupava solo di controllare la sala, ma era anche il punto di riferimento per chi voleva una gassosa fresca, conservata di là dietro la cassa immerse nel ghiaccio. E per chi sapeva come chiedere, sotto banco si potevano trovare anche sigarette, vendute con discrezione a chi, con uno sguardo complice, le chiedeva sottovoce. Era un mondo fatto di piccoli gesti, di abitudini semplici, di una comunità che si ritrovava tra quelle mura non solo per vedere un film, ma per vivere un’esperienza collettiva.Pelleriti ha saputo restituire l’anima di quel cinema, non solo attraverso la precisione storica, ma con la sensibilità di chi ha vissuto intensamente quegli anni. Il suo testo non è solo un tributo al Cinema di Biancavilla, come strutture ma anche un omaggio a tutti coloro che hanno vissuto la magia del grande schermo in un’epoca in cui il cinema era un’esperienza totale, un evento che si attendeva con ansia e si ricordava per giorni.Grazie a questa lettura, ho avuto la sensazione di tornare bambina, di risentire la voce di mio padre che raccontava, di rivedere quegli scenari che fanno parte della mia memoria e di quella di un’intera generazione. Un racconto prezioso, che merita di essere letto e custodito come una piccola, grande testimonianza di un tempo che continua a vivere nei nostri ricordiGrazie 🙏 Prof.

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