Generazione Ben-Hur

di Laura Ingiulla

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo dell’amica Laura Ingiulla:

 Ascoltando i racconti di chi è nato nel dopoguerra c’è qualcosa che li accomuna: i ricordi del cinema di paese. Erano tempi in cui il cinema era così pieno che gli ultimi posti sul corridoio erano occupati da gente che si portava la sedia da casa per assistere alla proiezione, inoltre si poteva fumare e spesso per alcuni era un momento per ritrovarsi con gli amici. La cosa più emozionante di quei racconti era il divertimento dei ricordi di chi, coinvolto dalla scena ricca di suspense del film, iniziava a parlare, addirittura urlava all’indirizzo dell’attore come se questi potesse cogliere il suggerimento dello spettatore. Un vero e proprio dialogo che oggi sarebbe inconcepibile in una sala. Era il cinema che negli anni ‘60 accoglieva tutti, proprio come viene raccontato nella prima parte del film “Nuovo Cinema Paradiso”.

La magia del suono del proiettore e la luce che proiettava sullo schermo un carosello di immagini davano un sapore particolare alla fruizione del film.

Tra i tanti film capolavori del passato ce n’è uno che affascinò soprattutto i ragazzi di quel periodo: “Ben-Hur” (1959). Pare che non ci sia persona cresciuta tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 che non l’abbia visto. È anche vero che la produzione cinematografica del periodo era decisamente ridotta, se viene paragonata a quella dei giorni nostri, ma quando un film usciva con i giusti effetti speciali, sceneggiatura coinvolgente ed emozionante, che riguardasse un’avventura o episodi della tradizione sacra, o fatti di grande umiltà e giustizia, ne veniva fuori un capolavoro. “Ben-Hur” fu uno di questi film, una storia avvincente tratta dall’ omonimo romanzo di Lewis Wallace (1880). I ragazzi di quel tempo che lo videro al cinema, crescendo si portarono dietro le emozioni di quel film, e rimasero nella loro memoria la colonna sonora, dialoghi di scene particolarmente drammatiche, le interpretazioni degli attori protagonisti.

 “È un film che dà tanto” rispondono la maggior parte delle persone oggi mature che all’ epoca sognarono con il colossal.

C’è qualcosa in Ben-Hur che emoziona nel profondo e ogni volta che se ne parla si ripensa con nostalgia a quando lo proiettarono al cinema. I giovani cresciuti in quell’epoca conobbero la fatica di un’Italia che si stava riprendendo dalla guerra e dalla sistematica oppressione; furono gli anni in cui la povertà era diffusa: pochi soldi per le esigenze essenziali, compreso il cibo; i lunghi viaggi con il treno in cerca di lavoro, l’ambizione di un titolo di studio come riscatto sociale. Ogni azione di quella vita quotidiana era accompagnata dal ricordo di una scena del film.

Così gli appassionati del cinema d’azione non potevano non ricordare la sequenza della grande corsa delle quadrighe al Circo Massimo; chi nutriva una solida fede religiosa citava come scena più toccante quella del Messia che porge una ciotola d’acqua a Giuda Ben-Hur in segno di sostegno; chi credeva nell’amicizia non poteva non entusiasmarsi quando il protagonista instaurava un rapporto di fiducia con Baldassare. Infine come non ricordare le scene davvero poetiche tra Giuda ed Ester? Insomma in quel film viene soddisfatta ogni aspettativa, vengono sottolineati valori morali universali, comuni del resto a diversi generi cinematografici.

 Con l’espressione “Generazione Ben-Hur” si possono dunque definire tutti coloro che, cresciuti in quel periodo, hanno tratto coraggio e utili stimoli per affrontare la vita con lo spirito di sacrificio e di forza del principe Giuda Ben-Hur.


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