Massimo Recalcati, L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento

di Alfio Pelleriti

Massimo Recalati in questo suo saggio affronta uno dei problemi più avvertiti del nostro presente storico, quello della formazione dei bambini e degli adolescenti in questa nostra società in cui il collegamento a Internet è continuo e smartphone e social spesso hanno la meglio sugli educatori naturali, i genitori, e su quelli istituzionali, gli insegnanti. Sempre più difficile si presenta il rapporto con i figli e con gli alunni poiché questi ultimi vivono in un loro presente da cui è escluso spesso il senso del dovere, non hanno chiaro lo scopo per il quale dovrebbero profondere il loro impegno diuturno, non trovano motivazioni sufficienti per dare credito agli adulti pur rappresentando essi delle autorità. L’autore pone i dati del problema e ne fa un’analisi illuminante, mettendo insieme l’approccio sociologico e quello culturale per valutare la crisi del sistema scolastico occidentale. Recalcati non può non mettere in evidenza il momento storico in cui si è determinata una vera e propria svolta sociale e culturale nel sistema scuola, quella degli anni del ’68 e del ’77, con la contestazione del sistema tradizionale nel quale la scuola riproponeva la peculiarità della organizzazione familiare di quegli anni che si perpetuava da secoli, improntato al sistema del patriarcato. Così come il padre-marito reggeva le sorti della famiglia, nella scuola l’insegnante rappresentava e perpetuava la tradizione dei valori della comunità. Era quella la “Scuola-Edipo”, dice Recalcati, dove il padre e il maestro reggevano le sorti delle due istituzioni fondamentali della nazione. L’autorità del padre nella scuola si trasferiva al maestro cui era affidata l’educazione e la formazione dei figli. A loro veniva riconosciuto tale fondamentale compito: indirizzare l’energia libidica del complesso edipico dei figli-alunni non consumata ma sublimata a scuola verso l’esterno, con le competenze acquisite, così che si sarebbe trovato il modo di affermazione personale nel settore produttivo, delle professioni, della creatività.

Con la svolta storica del movimento di contestazione, lo schema della Scuola-Edipo viene messo in discussione in nome della critica delle istituzioni sociali e politiche, nella richiesta dei giovani di autonomia nella determinazione dei propri destini. Il discente con le sue peculiarità individuali, con le problematiche che lo contraddistinguono si sposta dal centro dell’azione educativa e lo schema della “perpetuazione” culturale viene messo in crisi in nome di uno sviluppo che fa riferimento a valori universali, per un sapere meno codificato che possa superare il formalismo della scuola tradizionale.

Massimo Recalcati

A tale fase segue la scuola del nostro presente storico, la Scuola-Narciso: è lo stadio della crisi istituzionale della scuola, dove il sapere si trasmette sempre identico a se stesso e in maniera rapida, automatica, attraverso l’uso della tecnologia informatica; il ruolo del docente perde qualsiasi riferimento a simboli divenendo una figura dissacrata, priva di autorità, completamente burocratizzata, il cui compito consiste nel veicolare un sapere identico a se stesso, in un contesto socio-culturale dove la parola perde ogni riferimento alle sue conseguenze, divenendo “solo parola”. La Scuola-Narciso non connette più la parola alla vita; non esiste più critica in tale modello “iper cognitivista”. Dice Recalcati: “La scuola ipercognitivista-narcisista reagisce alla Scuola ideologica-edipica.” Da tali premesse derivano l’indisciplina, la svogliatezza, l’incostanza nell’impegno, la mancanza di rispetto per gli insegnanti e il ricorso costante al “plagio”. Nella Scuola-Narciso non c’è spazio per la valorizzazione del soggetto e l’unico valore perseguito è quello produttivo-aziendalistico. I programmi diventano sempre più snelli ed iperconnessi alla rete Internet che fornisce un sapere disponibile immediatamente, senza sforzo, senza perder tempo con la ricerca, e dunque non si avverte la necessità dei libri e della ricerca personale.

La terza possibilità per la scuola che auspica Recalcati per le generazioni che verranno è la Scuola-Telemaco, che consiste in un ritorno alla parola, alla possibilità della ricerca e ad una riscoperta del desiderio. Nella Scuola di Telemaco c’è ancora un ruolo per l’insegnante-padre, quello di ricostituire la forza della parola e quindi dell’amore per il sapere. Il maestro diventerebbe non più il padrone ma il testimone della parola che vivifica il sapere aprendo a nuovi, più grandi orizzonti.

Ma non è forse in relazione all’avvento di una società libera e non massificata, che ci si può aprire alla “radura” del Sapere, allo spazio vuoto da riempire, all’Altro che dà senso alla vita, che scopriamo il senso profondo della vita e il fondamento della nuova missione della scuola? Oggi viviamo in una situazione drammatica, in cui la TV e il collegamento perpetuo alla rete toglie sapore alla vita dei giovani, che diventano sempre più cinici, aggressivi, anodini, senza riferimenti valoriali. Ancora di più allora occorre che la scuola si presenti come il porto sicuro dove si riscoprano la necessità e il gusto dell’esercizio della parola, dell’ascolto interessato, della lettura e della scrittura.

A. S. 2002/03 con Vincenzo Cerami. Liceo psico-pedag. Paternò

La scuola, dice Recalcati, è il luogo del transfert positivo, dove l’allievo può dedicarsi alla ricerca del sapere attratto dalla guida, dal maestro che avvia al vero amore e alla Legge del desiderio. “Così come l’analista non è lì per il suo bene (del paziente), ma perché egli ami… egli trasforma il paziente, oggetto della cura, in analizzante, soggetto della cura; lo mette in movimento verso la verità del proprio desiderio. Questo significa ribaltare il soggetto da eromenos ad erastes.”[1] Si realizza in tale visione un transfert positivo che porta ad un’apertura verso il nuovo, verso una formazione critica che rende autonomi e consapevoli. In tal senso il transfert è l’esperienza di un nuovo amore.

Siamo in questo caso lontani dall’universo universitario che tende a rendere il sapere morto, asettico, che vuole eliminare ogni tipo di transfert. In tale ottica educare significa condurre l’allievo a fare esperienza partendo dalle proprie radici, dall’apertura a mondi diversi, allontanandosi dal proprio Io; egli si servirà delle cose che conosce per giungere alla luce, alla “radura”, come affermava Heidegger. Tale apertura al mondo dovrebbe stare alla base di ogni didattica.

Problemi nell’apprendimento: è possibile la convivenza tra desiderio e legge? Tra l’obbligo e la libertà che sta a fondamento dell’autentico sapere? Dice Recalcati che non bisogna demonizzare la scuola dell’obbligo, poiché essa è il luogo dove il soggetto fa esperienze formative fuori dalla famiglia e incontrerà altri mondi; lì si incontreranno maestri e discenti durante “l’ora di lezione”, nel luogo Altro rispetto a quello della famiglia, al nido al quale i bambini cercano di rimanere legati, sempre che abbiano la fortuna di trovarsi in un ambiente sereno e accogliente, amabile e disponibile. È il momento nel quale l’istruzione deve coniugarsi con la formazione; lì, in quel luogo, con la lettura dei libri, scopriranno le esperienze di altri; dove si relazioneranno con gli altri usando la parola come strumento di comunicazione, di espressione di emozioni, scoprendo sentimenti forti come l’amicizia e l’amore. Ma soprattutto a scuola il ragazzo potrà incontrare il maestro che lo aiuterà a scoprire il mondo; i valori fondamentali dell’essere-nel-mondo; e potrà incontrare l’adulto che lo condurrà alla scoperta della luce del sapere, alla “radura”, perché, finalmente autonomo, l’allievo possa intraprendere la strada che conduce al Vero, al Giusto, al Bello. È il momento in cui “gli oggetti del sapere vengono trasfigurati in oggetti erotici, prendono il posto di oggetti pulsionali in un processo di sublimazione.”[2]

Gli oggetti del sapere, cioè, vengono vissuti come corpi sessuali, con la stessa attrazione erotica. Questa diventa la vera, autentica meta dell’educazione, e su di essa si misura la professionalità dell’insegnante, dice Recalcati. Se non c’è in lui l’amore verso l’oggetto del sapere, non potrà suscitare lo stesso interesse nei ragazzi; se non avrà un suo stile personale l’insegnante viene meno al suo dovere etico e professionale.

Sullo stile del maestro merita d’essere riportata la citazione dell’autore tratta da Daniel Pennac: “Se voglio sperare nella loro piena presenza, devo aiutarli a calarsi nella mia lezione. Come riuscirci? È qualcosa che si impara, soprattutto sul campo, col tempo. Una sola certezza, la presenza dei miei allievi dipende strettamente dalla mia: dal mio essere presente all’intera classe e a ogni individuo in particolare, dalla mia presenza alla mia materia, dalla mia presenza fisica, intellettuale e mentale, per i cinquantacinque minuti in cui durerà la mia lezione…è percepibile la presenza del professore calato appieno nella propria classe. Gli studenti lo sentono sin dal primo minuto dell’anno… si è visto dal suo modo di guardare, di salutare gli studenti, di sedersi, di prendere possesso della cattedra. La classe esiste subito davanti ai suoi occhi[3]

La scuola performativa che tende a trasmettere solo competenze rischia di venir meno al compito supremo della formazione; si sente sempre più spesso affermare che la Scuola vera è quella del merito, cioè quella capace di sfornare individui che sappiano inserirsi nel mondo produttivo, in un meccanismo economico che salta a piè pari gli aspetti etico-sociali, morali, valoriali. Codesta è di nuovo la Scuola-Narciso dove i libri non dicono più nulla, essendo considerati corpi morti, sostituiti da schede di valutazione, file da trasmettere per riempire di nozioni utili a creare ottimi ingranaggi al meccanismo produttivo.

Soltanto la presenza autorevole e amorevole del maestro durante l’ora di lezione ne garantisce pregnanza ed efficacia perché i discenti siano istruiti e insieme formati, ed è ancora la voce dell’insegnante “che dà spessore, carne, corpo pulsionale alla parola rendendo il sapere già acquisito ogni volta nuovo, rinnovato, risorto a nuova vita.

Il mistero dell’insegnamento consiste nel fatto che in classe l’insegnante, pur proponendo contenuti noti, li muta, li rende altra cosa; non c’è un metodo nell’apprendimento dei suoi alunni. Egli si dà, spinto dalla sua pulsione erotica, a quegli esseri che sono figli, fratelli, nipoti, ai quali trasmettere la gioia dell’essere nel mondo. “E’ il miracolo dell’insegnamento: mostrare che quel sapere che ritenevamo morto è vivo, è erotico, si muove, respira. In questo modo il maestro, sempre, mentre insegna impara.”[4]

Inevitabilmente il lavoro di Recalcati mi ha continuamente condotto ai miei anni d’insegnamento e, capitolo dopo capitolo, ho scoperto con compiacimento che quanto ho dato nello svolgimento della mia professione credo sia andato nella direzione indicata da Recalcati. Un insegnante infatti non può avere mai la certezza di aver fatto bene il suo lavoro. Il dubbio lo accompagna sempre, tranne in alcuni momenti, quando vive insieme ai ragazzi le stesse emozioni, poiché ciò che trasmetti loro sono contenuti che si ripetono ma che ogni volta vengono comunicati con parole nuove, quelle che servono ai ragazzi di quella classe; e ogni volta quei momenti in cui credi di dare loro il massimo sono in realtà momenti in cui ricevi; e la passione che metti nello svolgimento del tuo lavoro ti viene restituita in un gioco che esalta, perché le emozioni dei ragazzi diventano le tue emozioni, e quegli alunni diventano corpi da voler bene, amici per sempre che non potrai mai dimenticare.


[1] Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi edizioni, Milano 2025, pag. 49

[2] Ibidem, pag. 86

[3] Ibidem, pp. 100-101 tratto da Daniel Pennac, Diario di scuola, p.103

[4] Ibidem, pag.115


Una risposta a "Massimo Recalcati, L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento"

  1. Bene ha fatto il prof. Pelleriti a recensire il libro di Recalcati, soprattutto in un momento di esplosione straordinaria di violenza minorile che segnala la crisi profonda dell’educazione e delle responsabilità sociali sui minori. Credo che il libro vada letto anzitutto dai genitori, se ne hanno voglia, perchè si dà per scontato che educatori e insegnanti debbano debitamente meditarlo, se non l’hanno già fatto. La famiglia anzitutto nelle sue multiformi espressioni attuali, tradizionale, monogenitoriale, di fatto, ecc, è infatti il primo luogo educativo in cui non il solo giovane affronta l’avventura della vita ma anche il genitore si cimenta con la capacità di amare e fare amare il sapere come cultura e forza costruttiva dell’uomo uti singulus et uti socius.

    L’educatore e l’insegnante, l’istituzione scolastica, subentreranno per slargare e illuminare nei più vasti mondi del Sapere le elaborazioni culturali del giovane muovendo dalla sua personale e significativa esperienza di vita, sempre spinta e nutrita dal desiderio di Verità e dall’amore del Bene. Ma subentreranno anche per supportare e orientare gli stessi genitori, rieducandoli, ove necessario, a riconciliarsi con la vera cultura, che non è quella dominante attuale del mercato e della moda.

    Internet. gli smartphon, i social, la strada, ma anche la scuola-azienda si incentrano sulla solitudine e l’astrazione nozionistica e passivizzante, acritica e narcisistica, mai perciò potranno promuovere personalità libere, creative e socialmente aperte. Se la parola viva, la ricerca effettiva e impegnativa non il copia e incolla, il desiderio di sapere significativo e appagante, non avranno posto d’onore nella formazione delle giovani generazioni, uomo e società si autodistruggeranno. Ecco perchè, secondo me, il libro di Recalcati, proposto da Pelleriti può riattualizzarsi come viatico ad un nuovo patto educativo tra genitori ed educatori.

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