Mangiatori o cercatori di funghi?

di Alfio Pelleriti

Di solito se avverto il desiderio di mangiare dei funghi, mi reco subito nel negozio di ortofrutta e ne compro a sufficienza per soddisfare tale desiderio. Appagatolo con un pranzo abbondante, mi ritengo soddisfatto dalla quantità e qualità delle portate. Ovvio!  Perfino banale. Tuttavia sento che quel desiderio ha avuto una breve durata, quella intercorsa tra lo stimolo della fame, la preparazione delle pietanze e il pasto. Niente di più che una risposta rapida ad uno stimolo biologico e l’occasione per rispondere probabilmente ad altre dipendenze da alcuni alimenti, compreso l’alcool. Ho semplicemente soddisfatto la pulsione di possedere qualcosa mangiandola.

Sarebbe diversa l’analisi se quel desiderio di un pranzo a base di funghi avesse comportato una serie di azioni del soggetto: egli si sarebbe potuto preparare a lasciare la sua casa per recarsi in collina a cercarli e ciò gli avrebbe consentito di soddisfare un altro desiderio altrettanto importante se non superiore al primo, cioè la possibilità di entrare in contatto con l’ambiente naturale, col paesaggio a lui vicino, partecipando al respiro vitale di alberi, piante, fiori, animali. La ricerca dei funghi sarebbe stato solo un pretesto per muoversi liberamente nel bosco, e lì, come in altre occasioni, avrebbe colto l’armonia della natura cogliendone la bellezza, il profumo, condividendo quel palpitare di enti che insieme crescono, gioiscono, muoiono.

Sì, avrebbe cercato i funghi, ma intanto avrebbe assaporato una gioia e un’emozione indefinibili che in quel contesto lo rendono ogni volta attento e sensibile ai colori, alle forme, ai tanti movimenti che avverte nel sottobosco.

Avrebbe certo trovato i funghi desiderati, compiacendosene e li avrebbe raccolti, ma senza fretta: prima li avrebbe ammirati; delicatamente, quasi scusandosi, li avrebbe presi, odorati, puliti e riposti nella cesta.

Sarebbe poi tornato a casa soddisfatto per aver vissuto un’esperienza di libertà e di condivisione dello stato di creatura con altre creature. Sarebbe stato contento, anzi felice, perché avrebbe sperimentato una legge di natura, che è anche dentro di noi creature: la legge del desiderio, quella che indica la via della sostanza non della forma, la via dell’essere non dell’avere.

Al cercatore di funghi non occorre rimpinzarsi con diverse pietanze né tracannare vino robusto, poiché il piacere egli non lo trova nella quantità del cibo introiettato, né nella varietà ed elaborazione culinaria, ma in una soddisfazione interiore che passa attraverso  il “fuori di sé”, con l’apertura al mondo e la percezione di una vita complessa e meravigliosa che si può scoprire in ogni gesto, in ogni accadimento cui assistiamo, se sappiamo soltanto abituarci ad elevarci rispetto alla nostra natura biologica, attingendo a quella emozionale, intellettiva e soprattutto a quella spirituale. Allora in ogni ente potremmo leggere un aspetto trascendentale, che solo ci dà il senso della vita.

Chi cerca di soddisfare la voce della coscienza che gli indica di elevare lo sguardo al cielo e in maniera formale la tacita recitando meccanicamente delle preghiere, andando a messa la domenica per consuetudine, assumendo la Santa Eucarestia distrattamente e magari elargendo qualche volta un po’ di denaro in beneficienza si comporta come quell’uomo che soddisfa il piacere di gustare cibi prelibati senza badare a spese, per soddisfare la propria egoità, seguendo la pulsione dell’avere.  La religiosità formale non accede alla dimensione spirituale poiché la ritualità lascia identici a se stessi; soddisfa soltanto il nostro Ego accarezzandolo e sussurrandogli che si è diversi dagli altri; che si è buoni e meritevoli del premio divino.

Gesù è venuto tra gli uomini a portare un messaggio d’Amore e l’amore, perché sia vero, non può essere vissuto nelle nostre tiepide case. Amare significa “apertura” all’Altro e al mondo, significa “convertirsi”, cioè aprire gli occhi e vivere la vita in profondità, senza fermarsi alla superficie. Spesso citiamo la Parola di Dio con un tocco di arroganza, con malcelata superbia a volte; e invece, quando parliamo di Dio dovremmo dimenticare noi stessi e andare nel bosco a cercare “i funghi”, a cercare i fratelli che soffrono, che vivono ai margini della società, i fratelli che vivono la drammaticità del carcere, i fratelli ammalati; i nostri fratelli poveri ed emarginati. A loro dovremmo parlare di Gesù, con loro dovremmo pregare, regalando loro un sorriso, una carezza, una parola di speranza.

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