Prosa elegante, ironia, lungimiranza nel “Candido” di Voltaire

di Alfio Pelleriti

L’edizione del Candido di Voltaire della Biblioteca universale Rizzoli si apre con una puntuale, sagace, splendida introduzione di Italo Calvino che, con poche pennellate, mette in evidenza le caratteristiche del pamphlet dello scrittore e filosofo francese che l’aveva pubblicato nel 1775 in edizione definitiva.

Come non essere d’accordo con Calvino quando afferma che Candido è un classico dell’umanesimo, poiché, con ritmo vorticoso e veloce, guida il lettore in una serie di tragedie consumate da orde di lanzichenecchi, di pirati musulmani, di tribunali dell’inquisizione mai paghi di torturare e di mandare a miglior vita con autodafé, indemoniati, eretici, atei inveterati, giudei e lussuriosi. Nessuna popolazione, regno o governo sono esclusi in codesto viatico che conduce Candide, accompagnato dal buon servo Cacambò, dal saggio ma pessimista Martin, dall’ottimista inveterato, filosofo leibniziano, Pangloss, che crede fermamente di vivere nel migliore dei mondi possibili, grazie ad un’armonia prestabilita, anche quando lo impiccano a Parigi, e ancora con maggior fede quando lo si ritrova vivo e vegeto, anche se schiavo, a Costantinopoli.

Voltaire

Candide, così come fa intendere il suo nome, è un’anima semplice, candida appunto, che è sempre disposto a credere a ciò che gli dichiarano, poiché pensa che le parole hanno un loro senso e valore e dunque, perché non credere alle affermazioni altrui? È un ottimista convinto, nonostante passi attraverso torture e violenze varie, nonostante constati come l’ingiustizia regni sovrana, dall’Europa all’Africa, dall’Asia all’America meridionale, tranne nel paese di El Dorado, dove ha modo di tenere per sé un tesoro in diamanti e denaro, grazie al quale potrà ritrovare la sua amata Cunegonda, rubatagli dai briganti e andata in sposa, dopo varie vicissitudini, all’imperatore di Costantinopoli, e alla fine ritrovata, anche se priva del tutto dell’antica bellezza.

Sì, ha ragione Calvino, Voltaire, con ironia, non sempre sottile, presenta con amarezza una sua visione del mondo alquanto pessimistica, poiché i buoni propositi degli uomini cedono spesso ai tradimenti dei furbi, alla voracità dei potenti, in un mondo dominato dall’individualismo cieco, prepotente, ingiusto. Voltaire presenta un mondo orrido dove non c’è spazio per l’umanismo, né religioso né filosofico. No, egli non crede, come Leibnitz, nell’armonia prestabilita, né tanto meno è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili, come il buon Pangloss. E la sua amarezza è così profonda che gli impedisce di salvare dalla sua spietata critica i classici della letteratura, compresi i grandi tragici greci, gli scrittori latini e medievali; né esclude i poeti e i musicisti. Tutti sono accusati di falsificare la realtà pur di suscitare meraviglia nei lettori: “Gli sciocchi ammirano ogni cosa in un autore stimato. Io non leggo che per me, non mi piace che ciò che fa al caso mio.”

Questo lasciarsi andare di Voltaire alla fantasia nella narrazione, fino alla presentazione di ambienti magici e irreali ricorda lo splendido romanzo “Baudolino” di Umberto Eco, dove si trovano esseri velocissimi pur dotati di una sola gamba; altri con la testa girata all’incontrario o con la testa piatta: “Da codesti miscugli eran nati egiponi, fauni e satiri; che parecchi personaggi dell’antichità ne avevan venduti; ma pensavo che fossero favole…durante la notte gli orecchioni li avevan legati con corde fatte di scorza di alberi.[1] E “Candide” ricorda ancora le avventure del protagonista del romanzo di Vincenzo Consolo in Retablo: lì il protagonista ardeva d’amore per Rosalia, qui per Cunegonda, ma uguale sembra il sarcasmo nel presentarle: “Madamigella, avete settantadue quarti (di nobiltà) e nemmeno un quattrino, non dipende da voi di diventare moglie del più grande signore dell’America meridionale; che proprio tocchi a voi piccarsi d’un’inesplicabile fedeltà? Siete stata violata dai Bulgari; un giudeo e un inquisitore hanno goduto le vostre buone grazie. Se fossi in voi non mi farei scrupolo di sposare il signor governatore e di far la fortuna del signor capitano Candide.”[2]

Sorprende la conclusione del romanzo affidata a Martin, che sembra il personaggio più vicino alla sensibilità dello scrittore, lontana dall’ottimismo diffuso per il secolo dei Lumi, per il tempo delle rivoluzioni politiche, culturali, produttive; dei grandi passi in avanti in termini economici, della formazione di una classe sociale, la borghesia, che avrebbe trainato il progresso culturale del continente europeo con trasformazioni radicali in tutte le attività umane. “Martin concluse che l’uomo è fatto per vivere nelle convulsioni dell’inquietudine o nel letargo della noia. Candide non era d’accordo, ma non affermava nulla. Pangloss ammetteva di avere spesso patito; ma soltanto una volta aveva sostenuto che tutto andava benissimo, lo sosteneva ancora senza tuttavia credervi.[3]


[1] Voltaire, Candido, ovvero dell’ottimismo, Edizioni BUR, Milano 1990, pag.91

[2] Ibidem, pag. 77

[3] Ibidem, pag.179


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