Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Grey, il romanzo dell’inconscio “assoluto”

di Alfio Pelleriti

La psiche umana è estremamente complessa e filosofi, psicologi, neurologi, psicoanalisti l’hanno abbondantemente acclarato, ed è forse anche a causa dell’impossibilità di poter definire esaustivamente il pensiero e le modalità che soprassiedono al lavoro mentale che alcuni artisti e scrittori, tra cui Oscar Wilde, non sembrano interessati ad unirsi al coro di chi, nel suo tempo, manifestava grande euforia per il positivismo, supponendo di poter capire il mondo, gestirlo e sfruttarlo. Certi artisti invece non mostravano compiacimento alcuno per tali progressi, anzi il loro desiderio era quello di trovare le zone oscure della psiche umana per muovercisi dentro allentando ogni vincolo etico e morale, arrivando fino alle pulsioni nichiliste, aggressive, materialistiche e radicalmente individualiste, fino ad elevare un osanna alla guerra, considerata “sola igiene del mondo”, scrivendo dei peani per inneggiare a supposte virtù guerriere che si sarebbero potute ammirare grazie ai moderni armamenti di cui si stavano dotando gli eserciti: cannoni a lunga gittata, carri armati, mitragliatrici, gas asfissianti, lanciafiamme, aerei da combattimento, navi corazzate e sommergibili. Niente pietà dunque per i nemici dei nuovi eroi, la cui unica regola sarebbe stata quella di andare oltre il limite, morale, etico, religioso che fosse.

L’antico e il moderno si incontravano in tale nuova sensibilità, in un unico desiderio: mettere l’Io individuale al centro dell’attività creativa e della vita concreta e muoversi intorno ad un Ego ipertrofico che non intende rimuovere nulla delle sue pulsioni; che stringe alleanze con la sua dimensione inconscia e apre a tale enorme contenitore da cui può attingere aggressività, perversioni, edonismo, senza più remore morali, ideologiche, umanitarie. Niente altari o divinità; nessuna visione del mondo che possa includere gli altri, ma spazio unicamente a coloro che sanno trasformare la loro vita in arte. È la teorizzazione e la pratica del narcisismo convinto, senza regole, divinizzato e cantato, senza pudori e senza alcun filtro, aperto all’anarchia gaudente e piattamente edonistica. È il tempo di D’Annunzio, del poeta “vate” che gioca con le parole trasformandole in equilibrismi concettuali e in una lingua vuota, pirotecnica, retorica fino al barocco. E anche Oscar Wilde si unisce a tale visione disincantata e iperrealista della vita; anche lui sfida il Cielo con affermazioni che non lasciano spazio a forme di umanesimo, laico o cristiano; anche lui si rotola nelle ricercatezze linguistiche e languidamente ma perentoriamente afferma il materialismo più disperato.

Oscar Wilde

Wilde, col concetto di bellezza come unico valore esistenziale, non rimanda a nessuna estasi trascendentale, né apre a riflessioni che portino a Dio, né si chiede se si possa cogliere nel cuore dell’uomo la spiritualità che eleva rispetto a ciò che passa e trasfigura, che è fragile e destinato a morire. No, egli precisa con ogni parola, in ogni sequenza della sua storia, che non esiste nulla al di fuori dell’istante, da cogliere e assaporare per mezzo dei sensi. Questo libro sembra proprio un inno a Satana; rappresenta l’apoteosi del narcisismo, ma indica anche entro quali confini si muove il male, che costringe chi vi è invischiato a rimanere prigioniero delle apparenze, delle vacuità, delle luci false e fatue delle bellezze effimere, perché senza radici, costretto a vivere nel terrore del tempo che scorre ineluttabile fino alla morte, fino al disfacimento e alla trasformazione in polvere. Dice Lord Henry al giovane Dorian. “Godete la più splendida gioventù, e la gioventù è l’unica cosa al mondo che valga la pena d’essere posseduta… e la bellezza è una specie di genio che non ha bisogno di spiegazione. È una delle cose grandi del mondo… ha un divino diritto alla regalità. Quelli che la possiedono sono Principi.”[1]

Il lettore può trovare nel romanzo critiche feroci al marxismo, all’idealismo, al romanticismo, alla ricerca filosofica e teologica, sulla stessa lunghezza d’onda della “volontà di potenza” di Nietzsche, in una concezione volta anch’essa al nichilismo e alla liberazione delle pulsioni più basse, più orride, più aggressive: “Solo la gente meschina”, dice lord Henry, “non giudica secondo le apparenze. Il vero mistero del mondo è quello che si vede, non l’invisibile… quando la nostra gioventù se ne sarà andata, avrete perduto anche la vostra bellezza… ogni mese che passa s’avvicina a qualche cosa di orrendo… cercate continuamente nuove sensazioni. Un nuovo edonismo! Di questo ha bisogno il nostro secolo.”[2]

Sembra di sentire i canti degli squadristi fascisti, quelli della prima ora, che col manganello in mano, l’olio di ricino nell’altra, fez col teschio e pistola alla cintola, facevano echeggiare nelle piazze rinascimentali d’Italia “giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza!” Mentre altri loro camerati morivano congelati nelle lande ghiacciate delle pianure infinite della Russia, tra i monti della Grecia, in Iugoslavia o in Nord Africa. E man mano che si procede nella lettura, l’autore declina la sua weltanschauung, per cui si scopre che per Lord Henry “nessuna donna è un genio” e che “le donne non hanno nulla da dire perché sono un sesso decorativo”; che le persone che amano una sola volta sono “superficiali” e che la fedeltà col matrimonio è assimilabile al “letargo” o alla “mancanza d’immaginazione”. Del resto lord Henry nel romanzo veste i panni del demonio e non può che darsi a tali affermazioni con le quali ammalia il giovane Dorian e il debole Basil, il pittore. La sua tattica è quella di eliminare agli altri la speranza, la stessa dimensione del futuro, così come affermava nello stesso periodo storico il “vate” D’Annunzio o il filosofo Nietzsche con il suo “eterno ritorno”. “Il nostro futuro è simile al nostro passato, e che il passato commesso una prima volta con ripugnanza lo ripetiamo mille volte con gioia.[3] Cinica e in coerenza con la sua personalità quanto afferma Henry sul matrimonio: “Io non sono favorevole al matrimonio. Secondo me il suo grave difetto è quello di rendere la gente altruista.”[4] E ancora, visto che il giovane Dorian non l’aveva ancora capito il vero senso della vita, Henry, da perfetto dada eccentrico, ne dà la definizione: “Il piacere: l’unica cosa che valga la pena di cercare la teoria… Essere buoni vuol dire essere in armonia con se stessi… costringerci ad essere in armonia con gli altri vuol dire farci entrare in disaccordo con noi stessi.”[5] E poi, giusto a metà della favola/romanzo, ecco improvviso il dramma: Dorian non ama più Sybil Vane, una giovanissima attrice, di cui s’era perdutamente innamorato; la lascia perché lei, vinta dall’immenso, totale amore per lui, non riesce più a “mentire” sull’impiantito del teatro, vuole rimanere sempre “fedele” al suo Dorian: “Che cosa possono sapere essi di un amore come il nostro? Portami via, Dorian; portami via con te, dove possiamo essere completamente soli,[6]hai ucciso il mio amore!” le risponde Dorian, annunciandole che non la vuole più vedere e che non avrebbe mai più pronunciato il suo nome. La situazione precipita e Dorian lascia la fanciulla che vanamente cerca di fermarlo dichiarandogli il suo amore grande, incontenibile. Dorian si chiude in casa e lì succede l’inverosimile: l’immagine del suo volto riprodotta nel suo ritratto appare diversa. Ha una ruga, quasi una smorfia di dolore, sembra riprodurre nel viso quell’orrido suo moto dell’anima provato nei confronti di Sybil. Si convince d’avere sbagliato, è pentito e decide di tornare da lei e di sposarla. Ma è troppo tardi: il suo mentore, lord Henry gli annuncia che Sybil è morta, suicida. Nel dialogo che segue tra i due ancora una volta emergono due posizioni contrastanti, quella del male e quella del bene. L’eterno conflitto si ripete, ma a dominare è ancora una volta Henry, prestigiatore della comunicazione, ancora una volta fa passare la sua visione materialistica, vuotamente estetizzante della vita. Il suo nichilismo abbacinante e demoniaco ha la meglio su Dorian.

Passano gli anni e Dorian arriva a venticinque anni e poi a trentasette e la sua vita procede tra il cinismo, la lussuria, il terrore di perdersi come la sua immagine che ormai tiene nascosta, ma dalla quale non può separarsi.

Ogni sua turpitudine la rende ancora più laida e lui, Dorian, conserva invece il suo corpo intatto, sempre identico a se stesso, nonostante dentro egli si senta attraversato da sentimenti contrastanti che dalla gioia, repentinamente, mutano in vivido terrore. “Sedeva di fronte al ritratto, a volte odiandolo fino alla nausea; e altre volte inebriato da quell’orgoglioso fantasma condannato a portare il peso che avrebbe dovuto gravare sopra di lui.”[7] Intanto in molti lo evitano e non è più richiesto nei salotti buoni dell’aristocrazia londinese; la malvagità in lui è così dominante che comincerà a provare piacere nel praticare il male. E Basyl, il pittore, che cerca di convincerlo a tornare alla vita precedente, pagherà con la vita l’amore per il suo modello. Sarà ucciso proprio da colui che voleva salvare, tradito da chi aveva curato e amato. Infine Dorian Grey muore dopo aver colpito se stesso nell’orrido dipinto, volendo trovare con quel gesto estremo la pace perduta. A quel punto il quadro ritorna nella forma datagli dal pittore e lui, Dorian, il coltello conficcato nel cuore, diventa un vecchio, stempiato, il viso attraversato da rughe profonde, le labbra sottili e piegate in una smorfia dolente.

L’amaro in bocca che ho provato alla lettura delle prime pagine e rimasto costante capitolo dopo capitolo, aumenta, giunto alla conclusione della storia, trasformandosi in un senso di vuoto, di fastidio, di angoscia. Mefistofelico è l’aggettivo che viene subito alla mente per questo romanzo “noir”, “dark”, con il quale si mettono in evidenza le possibili declinazioni del male; è come se l’autore abbia voluto scoperchiare il pozzo oscuro dell’inconscio umano, l’inconscio “assoluto”, direbbe Jung, lì dove stanno dormienti le pulsioni peggiori che si sono stratificate nel periodare storico dell’uomo fin dalle ere preistoriche.

È questo un romanzo che insegna qualcosa? Sottolinea un ideale? Indica una strada possibile per capire il senso della vita? “No!”, è la risposta ad ognuna di tali domande. È solo un romanzo che turba, che annichila, che mette in risalto quanto di malvagio possa albergare nel cuore dell’uomo e avendolo mostrato, tace poi, lasciando il mondo senza speranza, senza colore che non sia il grigio freddo d’un’alba senza sole, incistata in una nebbia spessa e umida che raggela le ossa. È un mondo senza ideali e senza Dio, dove domina il “cupio dissolvi” di Wilde e la violenza demoniaca dell’individualismo narcisistico. Leggendo “Il ritratto di Dorian Grey” si resta attoniti, confusi, scontenti, come quando ci si risveglia all’improvviso da un orrido incubo.

Note biografiche:

Nasce a Dublino il 16/10/1854 e muore a Parigi il 30/11/1900. Fu scrittore, drammaturgo, giornalista, saggista e critico letterario. La famiglia si trasferì, lui ancor bambino, in Inghilterra, a Londra. Fu esponente di rilievo del decadentismo estetizzante britannico. Omosessuale, ebbe tantissimi rapporti con uomini e, accusato di circuire adolescenti, fu processato e condannato a due anni di lavori forzati, perdendo anche la possibilità di incontrare i due figli.

Morì in Francia, a Parigi, dopo essersi convertito, in punto di morte, al cattolicesimo.


[1] Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Grey, edizioni Oscar Mondadori, Milano, 1985, pagg.56-57

[2] Ibidem, pag. 57

[3] Ibidem, pag. 96

[4] Cit., pag. 112

[5] Cit., pag. 116

[6] Cit., pag. 125

[7] Ibidem, pag. 182


Una risposta a "Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Grey, il romanzo dell’inconscio “assoluto”"

  1. Riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento di Salvatore Neri.

    Anche questo è l’uomo. Ma non solo questo: è molto di più. Basterebbe alzare lo sguardo oltre, o abbassarlo più in profondità, per intravedere la luce e l’origine di quella Bellezza che incanta e abbaglia essendo essa la più sensibile delle idee, come diceva il vecchio Platone. Basterebbe non lasciarsi paralizzare e travolgere a partire dai sensi fino all’ anima, in preda al più cieco individualismo senza speranza votato all’ autodistruzione. Ma anche questo è l’uomo e, forse, non può fare a meno di esserlo se non guardandosi appieno in faccia, accettandosi, accogliendosi, riconoscendosi tale fin nelle profondità e nei lati più oscuri, per discendere e poi risalire, come chi può lavarsi solo dopo essersi insozzato. Né Wilde, né D’Annunzio, né Nietzsche riuscirono o vollero attingere alla Fonte di ogni bellezza e rimasero vittime di sé stessi e della propria sensualità, del proprio individualismo egocentrico e miope, pur creando opere tanto irresistibili per fascino, suggestione e potenza quanto dolorose e prive di speranza, foriere di angoscia e di nichilismo assoluto. Furono figli del loro tempo, dal quale non riuscirono a liberarsi con autonomia e superiorità di spirito. Ma ai giorni nostri che cosa succede? Ci sono forse uomini e donne di Governo, che operano ad altro livello che non nell’ attività letteraria, e con maggiori e più gravose responsabilità sul destino dei Popoli, che aprono le braccia e le porte alla solidarietà, agli ultimi, alla forza dello Spirito? O non piuttosto costoro vivono di trame meschine volte all’ arricchimento e allo sfruttamento, seminando menzogne, superficialità, sofferenze e morte? L’Autore del Gigante egoista avrebbe dovuto abbattere il proprio muro di solitudine e aprire il cuore agli altri, non solo il proprio giardino, per tirarsi fuori dalle secche micidiali del solipsismo e ritornare in pace e serenità nel benefico vincolo della fraternità, spezzato il quale c’è solo la morte. Scrittori come Wilde sono lo specchio estremo e abbacinante dell’epoca in cui vivono come, ad altro titolo, uomini della qualità di Trump, Musk, Orban, Milei, Bolsonaro, altri e altre consociate della stessa marca sono figli di questo orribile mondo in cui stiamo vivendo, impastato di individualismo egocentrico e narcisista proteso a spegnere la vita e lo Spirito. Dobbiamo essere grati, ancora una volta, al prof. Pelleriti che ci ha offerto l’occasione di riflettere su così focali aspetti del mondo in cui viviamo.

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