Un film prodotto, diretto e interpretato da Luca Barbareschi
di Alfio Pelleriti

Credo che ogni forma d’arte con i suoi canoni, con le sue regole comunicative, debba essere rispettata, così il cinema come il teatro, e dunque, credo che il soggetto di “The penitent” si sarebbe prestato più al teatro che al cinema, poiché ciò che caratterizza questo film è la staticità, la mancanza di azione e l’abbondanza di dialoghi, spesso poco chiari, pleonastici, noiosi. Gli esterni, con campi lunghi sui grattacieli di New York, sono serviti soltanto per passare da un dialogo all’altro: quello tra il protagonista, lo psichiatra ebreo, dott. Carlos David Hirsh, interpretato da Luca Barbareschi e la moglie, Kath Hirsh, o quello col suo amico avvocato, o col magistrato inquirente che lo interroga su un fatto di cronaca avvenuto in un college in cui un giovane ex studente ha ucciso otto ragazzi. L’assassino, appartenente alla comunità LGBT, è un paziente del dottor Hirsh, che viene dunque interpellato dal pubblico ministero che gli chiede di collaborare per far luce sul grave fatto. Il dottore che in passato aveva dato ogni aiuto alle autorità per risolvere casi simili, deponendo anche in tribunale quale teste a difesa degli imputati, stavolta non intende collaborare, né vuole consegnare i suoi appunti che riguardano il giovane omicida.
Lo psichiatra invoca principi religiosi, la Torah, l’etica professionale, il giuramento di Ippocrate; mette in campo la propria coscienza morale per sostenere la bontà della sua scelta, anche a costo di inimicarsi amici, autorità e soprattutto mettendo a rischio la tenuta del rapporto coniugale. Infine l’ultima sequenza chiarisce che non si tratta di coerenza morale o religiosa, né di crisi esistenziale, ma semplicemente quel medico, il dottor Hirsh, era venuto meno a qualsiasi valore etico, religioso e professionale quando, avendo raccolto la confessione del ragazzo sulla sua intenzione di fare una strage, non era intervenuto tentando in qualche modo di fermarlo, ma aveva taciuto, e poi, senza ombra di alcun pentimento, aveva mentito con tutti per salvare se stesso. Né la moglie, era stata un’eroina tragica che soffre innanzi alla profonda angoscia esistenziale del suo amato coniuge. No, lei aveva tentato il suicidio perché l’amante aveva troncato il rapporto con lei per non essere coinvolto in una vicenda pericolosa che avrebbe messo a rischio la sua onorabilità e quella della sua famiglia. Niente eroi dunque in questa storia ma uomini e donne pusillanimi, non adatti alle grandi tragedie, semmai ad una farsa da presentare magari in un piccolo paese della profonda provincia italiana.

Elementare il linguaggio filmico adottato: niente gioco di campi e di piani, ma abbondanza di campi medi e riprese alternate nei dialoghi tra i personaggi della storia; una colonna sonora quasi assente, con l’esclusione di qualche nota tenuta per qualche secondo a sottolineare l’atmosfera grigia della vicenda; una interpretazione di Barbareschi fredda, improbabile, che non riesce a coinvolgere, dal primo all’ultimo fotogramma; dei dialoghi che diventano arzigogoli linguistici, che distraggono, annoiano e non consentono di trovare una via logica per uscire fuori da un indistricabile labirinto, da una fiumana di parole che non spinge alla riflessione o ad interrogativi su possibili scelte esistenziali, ma si risolve soltanto in banalità egocentriche dei due protagonisti della storia.