di Alfio Pelleriti

Nel Giorno della memoria che ogni anno ricorda l’Olocausto del popolo ebraico vittima della sanguinaria dittatura nazista, pubblichiamo un commento al racconto breve “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, che presenta, con una prosa elegante e a tratti poetica, l’impossibilità di trascorrere in maniera pacifica e gioiosa gli anni dell’adolescenza quando il contesto socio politico diventa aggressivo e avvelenato da ideologie estremistiche e violente, tali da non permettere la nascita dell’amicizia tra ragazzi, cioè di quel sentimento che contribuisce fortemente alla formazione della personalità individuale e della coscienza morale ed etica dei giovani. Il racconto di Uhlman presenta il clima avvelenato in cui fu costretto a vivere il popolo tedesco e gli adolescenti in particolare con l’avvento del nazismo nel 1933.
Il genocidio della popolazione ebraica, programmato in Germania da Hitler fin dal 1935, al quale aderì l’Italia con la promulgazione delle Leggi razziali nel 1938, volute da Benito Mussolini per compiacere il potente alleato, inchiodano i due dittatori e coloro che li collaborarono alle loro responsabilità morali, etiche, storiche. È giusto ricordare in questo nostro 2025, quegli anni in cui prevalsero pulsioni ferali, violente, barbariche, affinché si possa evidenziare che un popolo che perde la memoria del passato rischia di ricadere ancora nell’abisso del male. Sì, è proprio il caso in questa oscura apertura d’anno ricordare che quando si cede sui principi fondamentali su cui si regge la vita democratica di una comunità allora si rischia molto, sia collettivamente che individualmente.
“L’amico ritrovato” narra la storia di un’amicizia tra due adolescenti, quella di Hans e di Konradin. La loro era un’amicizia come tante altre, se non fosse nata in un periodo storico particolare, gli anni Trenta del Novecento in Germania. Lì dove un mediocre, anonimo pittore riuscì a coagulare la rabbia e l’insoddisfazione diffuse tra la popolazione nei confronti del governo repubblicano (Repubblica di Weimar) causate dalla crisi economica del 1929, aggravata dalle sanzioni particolarmente dure inflitte alla Germania dopo la sconfitta degli Imperi centrali nella prima guerra mondiale. Avvenne dunque che quell’uomo, alquanto insignificante, che non riscuoteva alcun credito con le sue tele, attrasse l’attenzione di una cospicua parte dell’elettorato con i suoi comizi particolarmente aggressivi e densi di retorica nazionalistica, strappando applausi e consensi, così che Adolf Hitler, l’astro nascente della politica tedesca e leader del Partito Nazionalsocialista, nel 1933 ottenne alle elezioni la maggioranza dei voti, formò il nuovo governo e abolì di fatto tutte le garanzie democratiche, trasformando il popolo in massa, in folla, in orda cieca e acritica, amorale e ubbidiente, fino al sacrificio estremo cui li condannerà quel piccolo uomo diventato Führer del Terzo Reich, capo e fondatore del nazismo.
Hans e Konradin frequentavano lo stesso liceo a Stoccarda e divennero amici anche se appartenenti a famiglie di estrazione sociale diversa: l’una piccolo borghese, l’altra aristocratica. E capirono di avere interessi in comune e una sensibilità tale che li portava a provare gioia nello stare insieme. Era un’amicizia sentita, cercata, poetica, sublime, poiché “i giovani tra i sedici e i diciotto anni uniscono in sé un’incoerenza diffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata…per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita.”[1]

Hans non era più lo stesso dopo aver fatto entrare Konradin nella sua vita; si impegnava al massimo a scuola, trovava il coraggio di intervenire con osservazioni personali sugli argomenti trattati dai docenti; sentiva dentro di sé un’energia e una gioia mai avvertite prima. Non si sentiva solo poiché c’era il suo amico che per lui era diventato come un fratello, più di un fratello. “Ridevo, parlavo da solo, avevo voglia di piangere, di cantare e trovai ben difficile non rivelare ai miei genitori la mia felicità, non dire loro che la mia vita era cambiata.”[2]
La loro amicizia cresceva, si consolidava, si nutriva di tanti discorsi con i quali gli adolescenti cercano di trovare risposte ai grandi interrogativi che pone loro la vita: perché Dio non interviene quando il male si accanisce sull’umanità mietendo vittime innocenti? Perché muoiono i bambini per malattie incurabili o a causa delle guerre o per mano di uomini invasati dall’odio? E come tutti gli adolescenti erano attratti dalle ragazze che percepivano come esseri speciali cui indirizzare i loro sogni, timorosi di avvicinarle ma capaci di venerarle come delle divinità. Anche Hans e Konradin si sedevano sul muretto a discutere di questi grandi temi, come avremmo fatto noi adolescenti degli anni Sessanta cercando di dare un senso alla nostra vita, avvertendo che non si poteva sprecare neanche un attimo di quel fantastico viaggio intrapreso per apprezzare il miracolo dell’essere nel mondo.
Passavano i mesi, veloci, e intanto Konradin si recava in casa di Hans così che trascorrevano ore insieme. Lì conobbe i suoi genitori e anche Hans fu invitato nella ricca magione del suo amico, più volte, ma solo quando i conti Hohenfels non erano in casa. E poi una sera si incontrarono in teatro e lì accadde qualcosa che incrinò la loro amicizia. Konradin era con i suoi genitori, riveriti e ammirati dagli astanti; salutavano sorridendo quanti, ossequiosi, si inchinavano al loro passaggio, ma fece finta di non vedere Hans. Gli confesserà poi che la madre non avrebbe approvato il saluto a un ebreo perché convintamente antisemita e affascinata da Hitler e dal nazismo. Gli disse: “la gente come lei ha ritenuto gli ebrei indegni di qualsiasi considerazione, inferiori ai servi, la feccia della terra, una razza di intoccabili… è convinta che tu non solo abbia minato la mia fede religiosa, ma sia al servizio del giudaismo internazionale, il che per lei è come dire comunismo.”[3] Fu un colpo per Hans dal quale non si riprese. L’amicizia comunque continuerà ancora nonostante le nubi dense e scure continuassero ad addensarsi sulla Germania. Finché il clima sociale non si avvelenò con l’estromissione dal tessuto produttivo e sociale degli ebrei, per cui Hans sarà mandato presso parenti negli Stati Uniti, dove avrebbe continuato gli studi.
Dopo il varo delle leggi razziali la vita degli ebrei divenne sempre più dura e insostenibile; soprusi, arresti, violenze aumentavano di giorno in giorno; molti cercarono di espatriare, altri cercavano convenienti compromessi; i genitori di Hans si suicidarono per non cadere in mano agli aguzzini dei pogrom. Una seconda guerra mondiale, ancora più cruenta e sanguinaria della prima, si combatté in Europa e negli altri continenti e per la “questione” degli ebrei Hitler decise una “soluzione finale” procedendo all’internamento in campi di sterminio di tutti gli ebrei residenti nei territori occupati. Sarebbe stato un genocidio che non prevedeva eccezioni: insieme agli uomini, prima sfruttati in lavori forzati, sarebbero stati uccisi donne, bambini, anziani. Dal 1943 al 1945 furono eliminati sei milioni di ebrei.

Hans rimase a New York anche dopo la guerra e non incontrò mai più Konradin, tuttavia “ritrovò” l’amico: ricevette un giorno una lettera speditagli dal direttore del liceo che aveva frequentato a Stoccarda; gli si chiedeva un contributo per poterlo ricostruire. La lettera conteneva un elenco con i quattrocento ex allievi caduti durante il bombardamento e su altri fronti durante la guerra. Tra questi trovò il nome di Konradin che però non era morto nel bombardamento, ma “giustiziato” per aver partecipato al complotto per uccidere Hitler. Hans lo immaginiamo con le lacrime agli occhi intanto che la sua mente ritornava agli anni del liceo a Stoccarda e il suo cuore batteva veloce perché finalmente poteva accompagnarsi ancora con Konradin, se lo sentiva accanto, lo aveva ritrovato poiché aveva avuto il coraggio di combattere e morire contro chi aveva distrutto una nazione e perpetrato i più atroci delitti.
[1] Fred Uhlman, L’amico ritrovato, Edizioni KK, Roma 2011, pag. 22
[2] Ibidem, pag. 32
[3] Ibidem, pag. 83