di Alfio Pelleriti

Questo libro contribuisce a rendere chiari dei concetti complessi, assumendo in tal modo un importante carattere epistemologico. In particolare, porta a considerare come una verità l’adagio di Sant’Agostino e di Sant’Anselmo: “Intelligo, ut credam!” e “Credo, ut intelligam!”, contribuendo a superare dubbi e a trovare spinte motivazionali per fortificare in chi crede la propria fede e a portare elementi su cui riflettere all’agnostico. L’analisi di Recalcati, insieme teologica e psicoanalitica, aiuta a cogliere il logos della vita e diventarne “parte” attiva seguendo la “Legge del desiderio” di cui Gesù è protagonista.
Il problema del rapporto tra legge e desiderio costituisce il focus del libro e lo si trova già nell’Antico Testamento, fin dalla Genesi, dove la legge instilla nell’uomo la pulsione alla trasgressione di essa, oppure la si osserverà in maniera formale, temendo la punizione che potrebbe derivare da tale colpa, rinunciando così al desiderio e a ogni afflato libertario.
Recalcati vuole dimostrare che il messaggio di Gesù pone a fondamento di una vita viva ed elevata il desiderio. Vivere secondo la verità è la “legge del desiderio”, ed è la lieta novella portata da Gesù agli uomini, con la quale si elimina il sentimento di angoscia e di afflizione che si percepisce nell’Antico Testamento. Con la “lieta novella” di Gesù gli uomini capiscono il vero valore della Legge, che significa apertura agli altri, al mondo e a Dio; chi l’accoglie si sforza di testimoniare il nuovo messaggio compendiato nell’amore per il prossimo; sperimenta la gioia di praticare la carità; vive la pienezza spirituale nel rendersi servo di Dio. In tale ribaltamento dei fattori consiste la legge del desiderio: nel dimenticare se stessi, nell’andare oltre i formalismi religiosi, nel volere vivere intensamente senza fustigazioni e penitenze inutili per potere avere in cambio un premio da Dio. L’uomo che risponde a tale richiamo sperimenta l’eternità nella sua vita, poichè egli servirà Dio non per appagare il suo Ego ma per vivere in coerenza con la sua essenza profonda. Egli proverà il piacere incommensurabile di testimoniare Gesù nella sua vita, e in ogni sua parola, in ogni suo gesto si capirà che è diventato schiavo di Dio, e ogni qual volta accarezzerà il volto angustiato del fratello avvertirà il senso profondo della vita, e piangerà di felicità, poiché lo spirito di Dio lo avvolge, lo riempie, lo nutre e lo eleva, così che vibrerà di gioia in un’estasi che va oltre ogni spazio e oltre ogni tempo.
Stare dentro la legge del desiderio, vivendola e assaporandola, significa ritrovare la propria autenticità, capire il senso profondo della vita, avvertire la fragilità della carne e la preziosità dello Spirito di Dio. È un’esperienza che libera l’anima e la mente dalla visione egocentrica che annebbia la percezione della realtà e nullifica il proprio “essere-nel-mondo” è un’esperienza, dice Recalcati, assimilabile a quella del paziente che, grazie alla terapia psicoanalitica, si libera dalla prigione della rimozione e può di nuovo cogliere e assaporare il desiderio che aveva represso con una vita condotta all’insegna del formalismo, che gli aveva causato turbe psichiche, frustrazioni, nevrosi, infelicità per sé e per gli altri: “Togliere la rimozione suppone che la rimozione non sia una rimozione di cose ma che sia innanzitutto rimozione della verità dal suo esilio clandestino.” Così come i miracoli di Gesù “realizzano il ritorno della verità dal suo esilio, ovvero il ritorno della verità della Legge del desiderio, di quella Legge che rende la vita davvero viva e che il soggetto ha però colpevolmente allontanato da se stesso.”[1] L’azione di Gesù è volta certo alla guarigione dalle afflizioni della carne ma soprattutto Egli libera dai peccati; la guarigione vera consiste nella rimessione dai peccati. “Figlio ti sono rimessi i peccati!” dice Gesù. Egli perdona e porta in una dimensione nuova, fuori dalla colpa; rimette dignità a coloro che vengono estromessi dalla comunità, indicati come folli, indemoniati, corrotti, lebbrosi, peccatori, storpi e ciechi; ridà dignità a chi l’aveva perduta donando loro speranza. Egli apre il loro cuore al principio del desiderio che significa apprezzare la vita, se stessi, la natura e i doni tutti del Creatore.

Esempio di chi segue la legge del desiderio è il buon samaritano: egli resta colpito da chi giace ferito e dolente ed è abbandonato alla sua sorte, ne ha compassione e si ferma a soccorrerlo e a lui si approssima con empatia, mentre i farisei lo lasciano lì al suo destino perché ubbidiscono ai loro vuoti formalismi. Il samaritano è solidale non perché ama il prossimo “come se stesso” o perché è simile a lui, ma perché supera ogni alterità, sentendo pietà per chi soffre. Dice Recalcati: “L’amore per il prossimo è un’esperienza radicale di decentramento dell’Ego. Non amiamo chi è come noi siamo, ma amiamo chi non siamo e non potremmo mai essere, chi ci sfugge, chi non può essere compreso, amiamo chi rompe la nostra identità imponendoci l’eteros inassimilabile dell’Altro.”[2] Il samaritano non conosce la Legge ma la applica; non si occupa a tempo pieno di soccorrere chi è nella sofferenza, non appartiene a nessuna associazione di volontariato. Egli ha la sua vita, che ama e lo soddisfa; egli non rinuncia al suo desiderio, ma quando irrompe in lui la pietas, la traduce in solidarietà gratuita, piena, e non tergiversa, ma si costituisce come prossimo per l’altro che ha bisogno.
Altro episodio biblico analizzato dall’autore è l’episodio della ribellione del popolo ebraico a Mosè che lo aveva liberato dalla schiavitù in Egitto. Essi si lamentano per il rischio di rimanere impantanati nel deserto con la possibilità concreta di morire. Preferirebbero dunque tornare in Egitto nella condizione di schiavi ma in vita, piuttosto che liberi ma col rischio di morire di fame. Una pulsione securitaria li spinge a rinunciare al proprio desiderio di vivere bene e in libertà in cambio della garanzia di una vita sicura anche se da schiavi, conformata a schemi che altri decidono. Stanno alla larga dal desiderio, afferma Lacan, e dalla libertà che genera angoscia.
Coloro che, naturalmente, vivono nella legge del desiderio, traendone gioia, sono i bambini. Nel battesimo ai bambini si dice “Effatà”, “Apriti!”, “è il sacramento che apre la vita all’illimitatezza della vita che la rende vita vera. Ecco perché bisogna diventare come bambini!”, dice Recalcati.
Stupende sono le pagine dedicate alla parabola del “figliol prodigo”, lì dove emerge la figura di un padre che si lascia guidare dall’amore e non dall’applicazione fredda della Legge. Egli si muove felice verso quel figlio che aveva dilapidato metà dei suoi averi aprendogli le braccia, perdonandolo e accogliendolo in seno alla famiglia. È questo un episodio davvero dirimente sul significato del messaggio di Gesù, dove l’amore nutre, fortifica e libera. È la risposta al formalismo delle regole rigide, impietose, ottuse, funeree, che si avvalgono del tintinnio delle catene e del ricorso alla fredda e inumana legge del taglione che chiede morte per chi ha dato morte, dolore per chi ha inferto dolore. Il padre ama quel figlio che è smarrito, che cerca una sua strada, che gli chiede metà dei suoi averi senza avere un piano preciso su come impiegarli, egli confida in Dio e, seguendo la legge dell’amore, concede al figlio quanto gli chiede, pur sapendo che potrebbe essere fallimentare la sua scelta. Il figlio ritorna dal padre avendo speso tutto il denaro, è un fallito, ha sbagliato e il padre lo perdona e lo accoglie felice. Gli altri suoi figli sono invece in collera, non capiscono quel gesto, non approvano la “debolezza” del padre. Essi infatti restano ancorati ad una naturalità in cui a dominare è l’istinto, la legge del sangue e della vendetta fine a se stessa e negatrice di qualsiasi sentimento. E a proposito del perdono, da conservare come preziosa gemma quanto dice l’autore: “Non si può perdonare perché si è dimenticato, ma al contrario, si può dimenticare solo se si è perdonato… al centro del gesto del perdono è la possibilità del ritrovamento come ricominciamento, ripartenza, resurrezione della vita che pareva morte.”[3]

Importanti le pagine dedicate al tradimento di Gesù. A tradirlo sono i custodi del Tempio che tramano per farlo cadere in contraddizione, che lo ostacolano e che lo denunziano a Pilato per ottenere la sentenza capitale a suo carico. Lo tradiscono anche due fidati discepoli, Giuda Iscariota e Pietro: l’uno perché vorrebbe che Gesù sposasse la causa della liberazione della Palestina dai Romani, l’altro semplicemente per paura. Tradisce dunque chi è legato a Gesù da un rapporto di vicinanza, di parentela, di amicizia, d’amore. Noi sappiamo dalla cronaca dei nostri tempi come sia comune tale pratica: tradisce il figlio, il padre, il marito, la moglie, il discepolo, il maestro. Nel tradimento si vive un vero e proprio trauma che sconvolge, che atterra, che ottunde. “Gesù vive quello che spesso ogni maestro ha dovuto vivere: coloro che lo hanno amato gli girano le spalle, lo abbandonano proprio nel momento del bisogno, nel momento in cui la sua gloria si è appannata, in cui il suo nome è divenuto uno scandalo.”[4] Pietro, il discepolo dalla fede granitica, lo tradirà quello stesso giorno in cui dichiara al Maestro la sua fedeltà. “Gesù attraverso il tradimento di Pietro sta destituendo di fondamento ogni idealizzazione eroica della fedeltà. Egli vuole mostrare che anche l’amore più solido, essendo umano, può rovinare, scivolare, tradire la propria causa.”[5] Il tradimento di Pietro e poi le sue lacrime copiose lo rendono umano e ci dicono che l’amore ideale, perfetto, eroico, non esiste. Esso, come lo stesso principio del desiderio, è nell’uomo, che è un essere fragile, soggetto alle cadute, al dubbio, allo scoramento. Lacan afferma, in proposito, che tali cadute sono strutturali al principio del desiderio.
Altro momento importante, anzi il più importante nella vita e nel messaggio di Gesù è la notte trascorsa nell’orto di Getsemani. Qui si rivela tutta l’umanità di Gesù. Egli soffre più di quanto l’abbiano fatto soffrire la tortura, le catene, la corona di spine e la derisione che gli riserverà quel popolo che lo aveva, pochi giorni prima, acclamato al suo ingresso a Gerusalemme. Lì soffre la solitudine: Egli è solo con la sua angoscia; solo a dover affrontare la prova, solo nel dover testimoniare la Parola che aveva predicato e donato agli uomini. Nella notte del Getsemani vive l’abbandono, il tradimento, il silenzio del Padre e si prepara, da uomo, a soffrire e ad andare incontro alla morte.
Questo libro di Recalcati serve a fare chiarezza con se stessi, a misurare quanta coerenza esiste tra le dichiarazioni di assenso verbale ai principi cristiani e lo sforzo personale di tradurli in pratica. La legge del desiderio significa dunque apertura a Gesù; credere veramente che Lui è “la via, la verità e la vita”, traendo da questa affermazione la giusta motivazione per fare diventare la propria vita degna di essere vissuta, con la gioia e la felicità che viene dall’aver fatto entrare Dio nella propria vita, nella convinzione di servire non un’ideologia o un astratto valore etico, ma di essere servo del Signore. Tale proposizione può essere capita fino in fondo quando ci si prende cura degli ultimi e dei sofferenti; quando ci si apre al perdono; quando si tende la mano verso il Cielo ringraziando Dio per il sole e il suo calore, per le acque che ristorano, per i canti che la Natura offre al tuo cuore, per la gioia che si prova quando a Dio si elevano preghiere, come i figli al padre. La responsabilità di ciascuno è quella di fare fruttare i propri talenti e di testimoniare il senso profondo del vivere secondo la legge del desiderio, che significa mettere cuore e passione nel tradurre in pratica i principi cristiani. Così come rientra nella legge del desiderio avere compassione, sentire gioia nel tendere la mano a coloro che sono caduti, aprendosi ad una vita che diventa sovrabbondante poiché supera le mediocrità, i bassi compromessi, le vili ipocrisie. “Gesù è la porta che permette il passaggio verso una vita nuova, liberata dalla maledizione della Legge e dalla paura della morte… la donazione di sé è una prima manifestazione del desiderio la cui sovrabbondanza ha origine in una perdita di sé, in un atto di pura donazione di se stessi.”[6] Il senso della preghiera di Gesù nell’orto di Getsemani si compendia nella frase: “Non ciò che io voglio, ma quello che vuoi tu si compia! Non la mia volontà, ma la tua sia fatta!” (Lc 22,42) e si affida nelle mani del padre, donando la vita a completamento della sua venuta, compiendo fino in fondo la legge del proprio desiderio.
Osserva l’autore che Freud afferma che si crede alla Legge e la si osserva per un meccanismo indotto dal Super-Io, l’elemento della psiche che sovrintende ai divieti. Nel comportamento religioso, continua il medico viennese, si rinuncia alla libertà e alla realizzazione del desiderio, reprimendoli, in vista di un guadagno dopo la morte. Tutt’altra visione è quella che lega il concetto di fede al dono che viene concesso per grazia e che porta a conformare la propria vita al messaggio evangelico incarnato e testimoniato da Gesù, per cui la concezione della Legge libera l’uomo, permettendogli di realizzarsi con la Legge del desiderio, uscendo fuori così dalla “fascinazione mortifera del godimento mortale.” Dice S. Paolo che la Legge del desiderio può essere seguita solo in presenza della fede e della grazia, e “Tutto ciò che non viene dalla fede è peccato”. Il giusto è allora colui che crede e vive nella grazia della fede, e senza la fede neanche le opere serviranno a toglierci dall’agguato mortifero del male. Questo è il principio fondante della tradizione agostiniana-luterana: non le opere, ma la grazia può salvare dal peccato.
La rifondazione della Legge come Legge del desiderio sta nel mettere al centro della propria vita Gesù, ovvero l’amore come cifra fondamentale su cui rifondare la Legge; e tutti i comandamenti si compendiano nel principio fondante: “amerai il prossimo tuo come te stesso.” La legge del desiderio propugnata in questo libro, dice Recalcati, così come annunciava Paolo, e come sottolineava commentandolo Heidegger, “non è rassicurazione ma angoscia, non è accasamento ma esodo perpetuo…la vita cristiana non è affatto fuga dal mondo, una negazione della vita, ma l’assunzione della dimensione più ampia della vita stessa, la quale non esclude affatto la precarietà e la fragilità… egli si trova gettato (l’uomo di fede) nella ristrettezza e nella persecuzione, nella fame, nella nudità e nel pericolo (Rm 8,35).”[7]
Il libro si chiude con una interessante appendice dedicata al messaggio del sogno, alla sua formazione nella clinica psicoanalitica, alle sue caratteristiche in età classica e al ruolo che riveste nei testi biblici.
[1] Massimo Recalcati, La Legge del desiderio, Edizioni Einaudi, Milano 2024, pag. 149
[2] Ibidem, pag. 179
[3] Ibidem, pagg. 260-263
[4] Ibidem, pagg. 270-271
[5] Ibidem, pag. 286
[6] Ibidem, pagg. 304-305
[7] Ibidem, pag. 433