di Alfio Pelleriti

Anche con “Il giocatore” Dostoevskij si conferma un genio creativo, un narratore che sa andare fino nella profondità dell’animo umano. È lo scrittore che con i suoi romanzi riesce a cogliere il non-visibile della realtà, ciò che sfugge alla logica dell’intelletto e alle regole della storia. Dostoevskij mette in luce le ombre e disvela ciò che si nasconde nelle tenebre, lasciando al lettore il messaggio che oltre la semplicità dell’apparire e del fenomenico esiste un’altra realtà, complessa e misteriosa, che spesso determina la prima, ma rimanendo in una dimensione altra, per la quale più che l’approccio gnoseologico occorrerebbe assumere quello spirituale, empatico, trascendentale.
La materia scelta per questo suo romanzo breve si presta molto a mettere in campo tale sua peculiarità, sulla quale sarebbe opportuno tentare di fare il punto. Penso che l’autore sia insieme un grande narratore, un sopraffino psicologo, un originale filosofo, che non si lascia incasellare in una corrente di pensiero; egli è uno studioso della natura umana, e per tale sua specificità sarebbe da accostare ad un teologo. Sì, ad un teologo, nel senso letterale del termine, a uno studioso di Dio, ma che sta dalla parte dell’uomo, dalla parte del “limite”, dalla parte della sofferenza, del sentirsi vuoto e povero. In ogni suo personaggio c’è Dostoevskij: in Raskolnikov di Delitto e castigo, nel principe Miskin dell’Idiota, in Nikolaj Stavrogin de “I demoni”.
Roulettenburg, Germania: il protagonista della storia è ospite di un generale russo, ricco e anziano, in vacanza con la figlia Marja Filippovna. Con loro si accompagna M.lle Blanque con la madre e Mister Astey. Entra per la prima volta nella sala da gioco e pensa che in fondo il gioco non è così stupido e banale come di solito si afferma, o per lo meno, non lo è di più rispetto ad altre attività che consentono di guadagnare, come ad esempio il commercio. E gli sembra una giusta affermazione per autoconvincersi della bontà del gioco.
Dal secondo capitolo comincia l’analisi puntuale e metodica del gioco, una vera e propria fenomenologia del vizio più antico del mondo e insieme uno studio psicologico di chi vi si accosta divenendone succube.
Nonostante il gioco sia il tema del romanzo, non mancano osservazioni che attengono il comportamento umano, per lo meno di quella umanità appartenente alla media e alta borghesia o a qualche esponente della nobiltà già in decadenza. Dice il Nostro: “Gli uomini, non soltanto alla roulette, ma ovunque, non fanno altro che togliersi o vincersi qualcosa reciprocamente.”[1] L’ottimo curatore del romanzo, Mauro Martini, mette in guardia il lettore da facili e scontate sovrapposizioni tra il protagonista e lo scrittore che non fu affatto immune dalla dipendenza dal tavolo verde, puntando invece su temi “politici” ed “etnologici”, quali il desiderio dello scrittore di fare emergere l’originalità e la passionalità del russo in confronto all’uomo europeo, rappresentato da mister Autley, inglese, e dal francese signor Grieg, personaggi la cui cifra risulta la mediocrità intellettuale, oltre che la viltà e la burbanza aristocratica. E per rimanere all’interno dell’analisi del curatore, il personaggio positivo risulta essere Polina, una giovane donna russa che rimane fedele ai suoi principi rifiutando ben cinquantamila fiorini, così come nei “Demoni” Maria Satova aveva rifiutato settantamila rubli da un suo spasimante. A me sembra che, seppure interessanti, tali considerazioni non rappresentino il focus del romanzo, per il quale bisognerebbe, invece, prestare attenzione al titolo che ha scelto l’autore, “Il giocatore” appunto, e quindi all’analisi psicologica di individui che smarriscono il senso profondo della vita cedendo ad istinti che divengono ingovernabili o seguendo desideri di auto dissolvimento, adottando risibili strategie nella convinzione di potere aver ragione perfino sulla sorte che di solito decide la posizione che la pallina guadagnerà alla fine della sua corsa, fermandosi sulla scansia rossa o nera, su un numero pari o dispari, sul “passe” o sul “manque”. La gioia o la tristezza, la speranza o la disperazione, la ricchezza o la povertà, la vita o la morte sono affidate a tali casualità. E il tutto è condito da comportamenti falsi, affettati e sussiegosi: “Particolarmente ripugnante in tutta quell’accozzaglia di biscaioli, era quell’atteggiamento di rispetto verso la loro occupazione, quella serietà e perfino quella deferenza con cui tutti si accalcavano ai tavoli.”[2]
Il protagonista, Aleksej Ivanovic si lascia prendere dalla voluttà del gioco come lo stesso Dostoevskij ha sperimentato, senza censure, abbandonato totalmente ad una forza che lo domina, ad una voluttà di cui è diventato prigioniero: “Provavo una sorta di tremenda voluttà, causata dal successo, dalla vittoria, dalla potenza, non so come esprimermi. Mi balenava davanti agli occhi anche l’immagine di Polina: rammentavo bene, ero anzi consapevole del fatto che stavo andando da lei, che l’avrei raggiunta subito, che le avrei raccontato tutto.”[3] E non vi sembra questa sua confessione simile a quella cui si lascia andare il paziente sul lettino del suo analista? Egli non ha più una personalità stabile, dei valori cui fare riferimento, e anche i suoi pensieri procedono senza un ordine particolare, ma per associazioni libere della sua mente, come se non ci fosse più distinzione tra sogno e veglia nella sua vita. Egli insomma non è più un uomo. E ben lo sapeva Dostoevskij come ci si sente quando si è ostaggi della dipendenza dal gioco, essendo egli un giocatore che cedeva senza freni inibitori a tale demone. Proprio dopo avere scritto il romanzo, nel 1866, in soli 30 giorni, dopo avere incassato dall’editore quanto pattuito da contratto, si diede, almeno fino al 1871, al gioco dilapidando tutte le sue risorse: “ ‘Voi vegetate’, gli disse mister Astley, ‘voi non soltanto avete rinunciato alla vita, ai vostri interessi personali e a quelli sociali, al vostro dovere di cittadino e di uomo, ai vostri amici, non soltanto avete rinunciato a ogni scopo, eccezion fatta per la vincita al gioco, ma avete rinunciato addirittura, ai vostri ricordi… I vostri sogni adesso, i vostri bisogni più urgenti non vanno al di là del pair e dell’impair, del rouge e del noir, dei dodici intermedi, ecc. ecc.’ “[4]
Potremmo chiudere queste nostre brevi riflessioni ricorrendo a Pascal e al suo “divertissement”: il gioco, il darsi totalmente al divertimento e ad attività ludiche nell’età della maturità nasconde in chi lo pratica un senso profondo di vuoto. Giocare significa dunque estraniarsi da un presente che lo angoscia e impaura; giocare significa fuggire da una realtà che gli risulta ostica, che lo nullifica e reifica; significa rifugiarsi nell’alienazione di un mondo fatuo perché non ha il coraggio di affrontare cadute, delusioni e amarezze cui l’uomo inevitabilmente va incontro nelle relazioni sociali. Il giocatore non vuole misurarsi con le problematiche che la vita gli pone davanti e fugge, dunque, preferendo rimanere bambino. E gioca, ride, adotta strategie per sconfiggere l’avversario, per provare emozioni che non riesce più a provare in altri contesti, anche se sa che le sue sono gioie effimere che si consumano velocemente e si spengono come fuochi fatui.
[1] Fedor Dostoevskij, Il giocatore, Biblioteca Economica Newton, Roma 1995, pag, 29
[2] Ibidem, pag. 29
[3] Ibidem, pag. 129
[4] Ibidem, pag. 152