Sant’Agostino, Le confessioni: opera intramontabile. Prima parte

di Alfio Pelleriti

Ogni pagina di questo libro è preziosa! Ogni pagina parla al cuore del lettore di ogni tempo ed è buona per tutte le generazioni; per gli uomini e le donne di ogni età. “Le confessioni” bussano alle porte della spiritualità che è in ciascuno di noi e che spesso sta lì, dormiente, perché non stimolata o completamente dimenticata per seguire le esigenze emotive, passionali, intellettuali del nostro Ego. Alcune pagine, poi, rivelano una profondità umana oltre che spirituale che solo i narratori e i poeti veri riescono a cogliere ed esternare. Ad esempio quelle dedicate all’amicizia, sulla quale così si esprime l’autore: “Ciò che mi teneva legato ad essi era il conversare, il ridere insieme; lo scambio di reciproche cortesie, la lettura fatta in comune di libri; scherzare tra noi e insieme onorarci; dissentire talvolta, ma senza animosità, come uno di noi fa con se stesso, o anche con queste discussioni rendere più saporosi i numerosissimi consensi; insegnarci o imparare a vicenda questo o quello, desiderare gli assenti con impazienza, accogliere con gioia chi torna; tali e simili manifestazioni sgorganti da cuori che amano e che sono amati, nel viso, nei discorsi, negli occhi, in mille altri segni tutti graditissimi, erano come esca che infiamma le anime e, di molte, forma una sola.[1]

Nelle Confessioni Agostino affronta un problema che è eterno, che mai tramonta, quello del rapporto tra scienza e teologia, tra ragione e fede, quel labile confine ove la fisica teorica incontra la filosofia prima e Dio dopo. È vero, sanno di portentoso e meravigliano i calcoli e l’intelligenza del cosmo dei fisici e dei matematici, che ci forniscono informazioni precise sulle stelle, sulle eclissi, sulle galassie, sui buchi neri e su tante altre realtà; e stupefacenti sono i loro studi, ma non trovano tuttavia parole per descrivere l’Intelligenza che ha creato tale perfetta armonia; non ammettono, dice Agostino, che il Signore sia il Creatore dell’Universo, appagati soltanto dal loro Ego e dalla loro supponente arroganza. E, citando il Salmo CXXXVII, proclama: “Perché Tu, o Signore, sei grande e non distogli lo sguardo da ciò che è piccolo, conosci da lontano i superbi.” “Non conosciamo”, continua, “la via, cioè il tuo Verbo, per mezzo del quale Tu creasti quello che è oggetto dei loro calcoli, e loro stessi che calcolano, e l’intuizione che fa loro intravedere e l’intelligenza che li guida nei calcoli.”[2]

Sant’Agostino

Questo capitolo è importante anche per coloro che conducono una vita normale, che sperimentano le cadute e gli scacchi esistenziali, per i quali avrebbero tanti e profondi motivi per credere in Dio. Eppure si incontrano individui che con disarmante sicumera si dichiarano non credenti o rispondono con sarcasmo a chi sottolinea l’importanza della preghiera e del pensiero costante a Dio; oppure si incontrano fanatici ortodossi che tuonano contro gli infedeli che ormai in gran numero, dicono, stanno invadendo i “nostri” spazi e minacciano la nostra cultura, la nostra “autentica e unica” religione. Ma il Signore non ci ha insegnato ad essere rigidi nei giudizi, anzi, ci ha indicato la via dell’accoglienza e dell’apertura agli altri e il suo invito all’amore per il prossimo non prevede eccezioni.

Leggendo le stupende pagine delle Confessioni ci si accorge come, nonostante il diverso contesto storico e sociale, la dimensione spirituale dell’uomo presenta identiche caratteristiche e percorsi che passano attraverso l’educazione ricevuta dai genitori, le esperienze dell’infanzia e dell’adolescenza, il vissuto della prima giovinezza, tutto il periodo della formazione. Si nota, a tal proposito, come Agostino sia corroso dagli stessi dubbi e dalle stesse contraddizioni che tutti i giovani attraversano. Qualche esempio: “Io ero ancora convinto che non siamo noi che pecchiamo ma non so quale altra natura dentro di noi e il mio orgoglio si rallegrava all’idea di essere immune da colpa…mi riusciva piacevole scusarmene accusando quel non so cosa che era in me e non ero io. Ero proprio io, invece, tutto io: la mia empietà creava in me quella divisione contro me stesso, e il mio peccato era tanto più imperdonabile in quanto pretendevo di non essere peccatore.[3] So come è facile cadere in tali autoassoluzioni e quasi si assapora la salvezza eterna, senza temere il giudizio di Dio. Tale arroganza ci spinge tante volte all’autoinganno e, peccato dopo peccato, ci allontaniamo da quel sentimento di umiltà che dovrebbe caratterizzare ogni cristiano. Su tale argomento Agostino fu messo alla prova: trovandosi a Roma come docente, si vide abbandonato dai suoi discepoli, inopinatamente, l’ultimo giorno del suo corso, a motivo che in tal modo non lo avrebbero pagato come convenuto. Dice il Nostro: “Presi in odio costoro, ma non di odio perfetto, in quanto io odiavo il torto che sarei stato costretto a subire che non l’illiceità di quello che facevano in via generale… io detesto tali individui perversi e difformi, ma li amo anche per correggerli, si che preferiscano al denaro la dottrina e ad ogni scienza Te, Verità divina… allora però non volevo tollerarle più per il male che ne veniva a me che non per la speranza di vederli buoni per Te.[4] Quanto si attagliano a me le parole di Agostino e ai mille altri uomini come me. Il rancore che si prova verso chi ci ha ferito nell’orgoglio è duro a morire e ci agita, ci toglie ogni serenità; la sete di vendetta ci tormenta, ma il dovere cristiano per il perdono dei nemici batte alla nostra coscienza. Da qui un tormento tutto centrato sul nostro Ego ferito. Vogliamo difendere la nostra maschera sociale offesa e vilipesa.

Sant’Ambrogio

Altrettanto importante è l’incontro di Agostino a Milano con Ambrogio, il vescovo buono e santo che lo condurrà per mano a percorrere la Via segnata da Gesù. In realtà era Dio che lo guidava, e Agostino se ne convinse presto: “La tua mano mi conduceva a lui senza che io lo sapessi, per essere condotto, cosciente, da lui a Te. Egli, l’uomo di Dio, mi accolse con bontà paterna; da buon vescovo accolse il pellegrino. Presi subito ad amarlo.[5] Un importante ruolo giocò in tale conversione la madre, Monica, con la sua fede e la sua instancabile preghiera a Dio, confidando in Ambrogio quale strumento della sua salvezza. “Ella amava Ambrogio. Per la mia salvezza ella lo amava tanto; ed egli ne la ricambiava per la devotissima assiduità e per il fervore di spirito nelle opere buone con cui ella accorreva alla chiesa.”[6] E mi convinco ancora di più sul fatto che Agostino parli a noi, uomini del terzo millennio, che incontriamo i suoi stessi problemi, proviamo i suoi stessi limiti, ci misuriamo con la sua stessa affannosa ricerca di Dio. E anche Monica, la madre, assolve un ruolo educativo e spirituale insieme, con la sua preghiera costante e instancabile per la salvezza del figlio. Lei non prova a convincerlo, non lo spinge a convertirsi, ma si rivolge a Dio con le sue lacrime, a Lui affidando le sue pene e la sue speranze, in Lui confidando.

Dio e il firmamento
Dio solo è la vera felicità
Divini insegnamenti

[1] Sant’Agostino, Le confessioni, Editore Fabbri, Milano, 1997, pag. 126

[2] Ibidem, pag. 143

[3] Ibidem, pag. 153

[4] Ibidem, pag. 157

[5][5] Ibidem, pag. 157

[6] Ibidem, pag. 165


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