di Alfio Pelleriti
Filottete

Filottete vive sull’isola di Lemno, affetto da un grave morbo al piede che gli ostacola non poco i movimenti e lo costringe a vivere in solitudine perché l’arto malato s’infetta continuamente emettendo un insopportabile odore. Egli sopravvive solo perché ha l’arco di Ercole con il quale riesce a colpire uccelli e animali e quindi a nutrirsi, ma vive in completa solitudine all’interno di una grotta e in preda all’ira contro uomini e dei che in quello stato l’hanno condannato.
Un giorno approda a Lemno Odisseo, insieme a Neottolemo, figlio di Achille, per cercare di convincerlo a cedere loro l’arco di Ercole, senza il quale non si potrà conquistare Troia. L’astuto Ulisse convince il giovane a farsi avanti da solo cercando di carpire la sua fiducia per farsi poi cedere l’arco.
L’incontro è vissuto con gioia da Filottete, sorpreso alla vista del giovane, che riconosce come greco e lo invita al dialogo, e con lui si confida, raccontandogli dei suoi guai dovuti alla infezione al piede causata dal morso di una vipera, e gli racconta della sua sofferenza per essere stato abbandonato in quell’isola deserta. Neottolemo mette in atto il piano concordato con Odisseo: carpire la fiducia di Filottete mostrandosi suo nemico e infatti egli è contento di aver trovato finalmente un amico sincero e leale che condivide il suo stesso odio per gli Atridi e per Odisseo. Tuttavia ben presto la gioia si tramuterà in dolore poiché scopre il tranello che i due gli avevano ordito e da questo momento comincia il dramma del nobile Filottete, ancora una volta vittima degli uomini, ancora ingannato, senza alcun ritegno o remora morale: pensava d’essere accompagnato alla sua patria sfuggendo alla solitudine, ma era solo una trappola ordita per trafugargli le armi di Ercole, confermato il suo sospetto dall’apparizione del suo acerrimo nemico, Odisseo. Egli resiste dunque alle argomentazioni dei due che vogliono convincerlo ad andare a Troia dove l’uso dell’arco di Ercole avrebbe deciso la caduta della città e lui, Filottete, in cambio e a riconoscimento, avrebbe avuto la guarigione. Cambierà idea solo per la comparsa di Ercole che gli confermerà che sono gli dei a volere la sua partenza verso la città assediata.
La trama, debole forse ma funzionale a fare emergere la figura tragica di Filottete che soffre in solitudine un destino duro e inflessibile perché gli dei vogliono provare la sua resistenza e la sua fede e gli uomini lo disdegnano e lo tradiscono, non seguendo i dettami della loro coscienza morale. Aleggia un forte pessimismo sui progetti dell’uomo e sulla sua autonomia e libertà d’azione.
Le Trachinie

A Trachis si consuma la tragedia di una coppia: di Ercole e di Deianira, sua moglie. Da anni lei lo aspetta, sopportando in silenzio i cedimenti dello sposo al dio dell’amore, a Eros, al quale neanche gli dei sanno opporsi. Infine, quando il ritorno dell’eroe è ormai prossimo, preceduto da una schiera di donne che saranno schiave nel suo palazzo, si innestano delle coincidenze che porteranno dall’amore alla morte e al suo trionfo, come se su tutto abbia tramato lo stesso Zeus, che permette che si concretizzi un vaticinio: Ercole morirà per mano non di un vivo ma di un morto.
Tra la schiera di donne destinate alla servitù, mesta e silenziosa, procede una giovinetta che viene notata da Deianira. È Iole che è stata l’ultima donna amata dal marito e della quale è ancora innamorato. Deianira, pur soffrendo per l’offesa, accetta quella pesante situazione, volendo salvare tutti e tutto: la giovane Iole, il marito, da anni aspettato insieme a Illo suo figlio, lei stessa, che ancora si strugge per lui. Così pensa di raggiungerlo anzitempo con un dono: un mantello intinto ancora d’un grumo di sangue di Nesso, il centauro già ucciso per lei da Ercole. Ma tale dono si trasformerà in vero strumento di morte per Eracle: sull’ara in cui egli è intento a sacrificare animali agli dei, per poi bruciare quei corpi, una fiamma improvvisa, indotta da una folata di vento prende la tunica, il dono di Deianira, che attaccata al corpo di lui lo trasforma in una torcia orribile portandolo a morte. Illo accusa la madre d’avere ordito un tranello per uccidergli il padre; Deianira, sconvolta, non ritiene di dover spiegare né di giustificarsi: non troverebbe le parole giuste, e affranta, decide d’uccidersi avendo perso ormai tutto, l’amore del marito e quello del figlio. Eracle viene condotto moribondo al palazzo in tempo per ordinare al figlio di condurlo sul monte Eta e lì sarebbe stato bruciato il suo corpo e, infine gli ordina di sposare Iole.
Il tema della tragedia sembra tutto ruotare su Deianira, donna infelice, vittima di Zeus, che rende il marito incapace di assolvere con rettitudine e saggezza il ruolo di marito e di padre. Deianira, intende accettare la vita turbolenta di Eracle perché ancora lo ama, nonostante i suoi continui tradimenti, convinta di rispettare così il ruolo di madre e di moglie, pur sapendo che con la presenza al palazzo di Iole, lei sarebbe stata soltanto la moglie mentre la giovane donna l’amante di Eracle. Fosse finita così la vicenda, avrebbe eletto Deianira ad eroina tragica, ma non è bastato a Sofocle e al suo pessimismo, che nelle Trachinie è davvero profondo, e dunque, pur innocente e altruista, pronta ancora una volta al sacrificio, dovrà morire e insieme a lei Eracle. È come se Sofocle volesse spiegare agli spettatori tutto il sistema culturale sul quale si sono sviluppate le istituzioni greche fino all’età d’oro di Pericle e che saranno però destinate al crollo. Né la religione, né la famiglia, né la politica, così com’erano, avrebbero rappresentato una speranza. Tutto andava ripensato e ricostruito su nuove basi religiose, politiche, culturali.
Edipo a Colono

È l’ultima tragedia di Sofocle a noi pervenuta, proposta al pubblico postuma, nel 401 a. C. La scena si svolge a Colono, un sobborgo di Atene. Si apre la scena con Edipo, ormai vecchio, condotto da Antigone, la figlia.
Dalle prime battute emerge un velo romantico che avvolge i due protagonisti: Edipo che somma alle sue tragiche vicissitudini la tarda età e Antigone, per l’amore filiale verso il padre a cui si dedica senza risparmiarsi: “Piega le membra qui, su questa pietra tutta liscia, perché lungo, per la tua tarda età, fu il cammino che hai percorso.”[1]
Quante emozioni attraversano il lettore e lo spettatore davanti ai sentimenti dei personaggi e quanta compassione s’accende per il vecchio Edipo che ancora deve rivivere il suo dramma per discolparsi ancora una volta davanti alle ingiuste accuse di Creonte, che senza alcuna pietà gli rinnova il dolore passato per gesti inconsapevoli, aggiungendone di nuovi, volendogli, ora, rapire le figlie Antigone e Ismene. Ma quanta gioia si condivide, altresì, con lo sfortunato Edipo per l’intervento del giusto ed eroico Teseo, che lo difende e interviene salvandogli le figlie dagli artigli del malvagio Creonte, che prima lo aveva blandito per poi minacciarlo!
E ancora si registra la gioia di chi legge che si unisce a quella di Edipo e di Antigone che si riabbracciano felici per lo scampato pericolo: “Ciò che amo l’ho con me, se muoio accanto a voi, non sono più infelice.”, dice Edipo, che rivolto al suo ospite, Teseo, usa parole che possono sembrare scontate, ma che muovono sempre a commozione quando un padre vecchio e cieco ringrazia chi gli ha salvato la figlia: “Tu, tu sei stato a salvarle, e nessun altro. Perciò gli dei ti diano quanto t’auguro: la pietà e l’indulgenza e l’assenza di inganno io l’ho trovate, al mondo, solo qui… dammi la destra, sire, ch’io la tocchi e ti baci – se è lecito – sul capo.”[2]
Anche gli stasimi del coro suggellano questa tragedia come una tra le più grandi e poetiche; tra le più commoventi, perché muove a pietà verso Edipo, verso il suo amico e sincero protettore Teseo, verso le due splendide figlie Antigone e Ismene. Si afferma nell’Edipo a Colono ancora il pessimismo di Sofocle sull’uomo e sulle vicende che spesso lo portano alla disperazione, poiché è una creatura debole e facile preda di pulsioni che lo portano a sicura rovina. Ma qualcosa in più si trova in quest’opera che attenua la tempesta di una visione tenebrosa, a tratti orrida del destino dell’uomo, cioè il valore positivo, eterno, che sazia e appaga e porta luce e calore anche nelle calamità più dure: l’amore, in tutte le sue variabili. Splendido infatti il momento in cui Edipo affida all’amico Teseo le sue figlie: “Figlie, tutto è per me finito…c’è una cosa sola, una parola che ripaga d’ogni pena, è l’amore; e amore da nessuno più che da me n’aveste, da quest’uomo di cui vivrete il resto della vita prive.”[3]
Tre termini da ricordare:
Stasimo: il canto tenuto dal coro fra un episodio e l’altro e costituito da “strofe”, “antistrofe” ed “epodo”.
Sticomitia: parte dialogica del dramma antico in cui due attori recitano alternativamente un verso ciascuno.
Gnomico: sentenzioso, costituito da sentenze; d’atteggiamento o di comportamento. Esempio di Presente gnomico: Chi rompe paga!
[1] Ibidem, pag. 299
[2] Ibidem, pag. 338
[3] Ibidem, pag. 345